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di Silvia Iaccarino

 

 

 

“Il ciuccio è prima di tutto un oggetto consolatorio”

E. Rossini/E. Urso

 

 

Quello del ciuccio (o del dito in bocca) è un argomento controverso. Tra gli esperti c’è chi ne sostiene l’uso, principalmente quando il bambino è molto piccolo, e chi lo sconsiglia vivamente. Per i genitori può essere un sollievo in molti momenti della quotidianità, finché non diventa un dilemma quando il bambino è alle soglie della scuola dell’infanzia e deve necessariamente sbarazzarsene, secondo le indicazioni della scuola stessa…

Come orientarsi in tutto questo?

Innanzitutto, cerchiamo di comprendere più a fondo il tema.

Il bisogno innato di succhiare del bambino risponde a diverse istanze, oltre alla nutrizione: sostiene la scoperta del proprio corpo ed il piacere del contatto con esso;  prepara alla scoperta del mondo attraverso l’esplorazione orale; facilita l’autoregolazione emotiva, confortando e favorendo la distensione ed il rilassamento.

In particolare, la suzione non nutritiva fa parte delle strategie auto regolative di cui il feto prima, e il neonato poi, sono dotati per gestire in autonomia i propri stati emotivi spiacevoli (altre strategie, per esempio, sono: distogliere lo sguardo, addormentarsi, toccarsi parti del corpo). Infatti, quando il bambino è infastidito, agitato o spaventato ed ha bisogno di calmarsi e recuperare la quiete, succhiarsi il dito è una facile soluzione “a portata di mano” già ampiamente conosciuta e sperimentata in utero[1].

Secondo Aurora Mastroleo[2], poi, succhiare il ciuccio o il pollice o altri oggetti, a volte non serve a nulla “se non al puro piacere di giocare a succhiare”. Freud parlava, infatti, di “succhiare con delizia” riferendosi al piacere della pulsione orale in sé, a prescindere dalla possibilità di ingerire qualcosa. Inoltre, la psicoterapeuta evidenzia come il succhiare rientri, a suo avviso, in una categoria di attività del bambino che attiene al “comportamento d’amore”: “questi spontanei e comuni comportamenti infantili possono rappresentare il prototipo delle prime effusioni d’affetto di cui il genere umano è capace. Persino il feto, portando il dito alla bocca, dà prova dell’esistenza di una dimensione affettiva; il bambino, poi, cercherà di ‘ciucciare’ un lembo del lenzuolino o apprezzerà l’offerta del succhiotto, mostrando così la capacità tipicamente infantile di provare piacere nel gioco[3].

Quando il lattante, per esempio, si succhia il pollice o le dita, o mette in bocca le sue mani, il polso, i piedini, sta sperimentando il suo primo giocattolo: il proprio corpo ed il piacere di scoprire ed essere in contatto con se stesso, in modo autonomo e liberamente scelto, attivando così la sua primordiale intenzionalità e volontà. Conosce se stesso per conoscere il mondo.

In tal senso, succhiare il pollice non è la stessa cosa che utilizzare il ciuccio: il secondo, infatti, non appartiene al corpo del bambino. Ciucciare il dito, invece, comporta un doppio piacere: quello orale e quello tattile. Infatti, il bambino sente il piacere orale, ma sperimenta anche le sensazioni tattili del pollice che viene contenuto, succhiato, avvolto dalla bocca. Non solo, oltre alle sensazioni fisiche di piacere, il bambino ricava dalla suzione del dito un profondo conforto psicologico. Infatti, quando si sente a disagio, egli “è il suo dito: accolto, scaldato, protetto[4]. Tale comportamento ha pertanto una significativa valenza psichica.

La suzione non nutritiva, quindi, rappresenta uno strumento significativo lungo il percorso di crescita del bambino: un tassello del complesso mosaico che rappresenta la capacità di confortarsi e di regolare i propri stati emotivi in modo sempre più autonomo man mano che cresce.

Diversamente dal pollice, ma pur con le stesse funzioni consolatorie e distensive, il ciuccio può essere dosato e controllato dall’adulto, pertanto proposto solo in alcuni momenti della giornata o in occasione di eventi specifici. Grazie a ciò, esso viene generalmente preferito dai genitori, i quali confidano di poterlo eliminare con maggiore facilità,  a differenza del dito che, chiaramente, non può essere “fatto sparire”.

Inoltre, l’uso del succhiotto (non solo: in generale la suzione, sia nutritiva che non, pertanto anche allattamento e dito in bocca), secondo alcune ricerche può contribuire a circoscrivere il rischio di SIDS (morte in culla) nel primo anno di vita, in quanto previene le apnee in cui il bambino può incorrere a causa della sua immaturità fisiologica. Per tale ragione, molti esperti lo suggeriscono fin dai primi mesi di vita. Va comunque tenuto presente che, prima di proporre il ciuccio, è necessario che l’allattamento al seno sia ben avviato: succhiare il ciuccio e succhiare il seno non sono la stessa cosa e il bambino dovrebbe aver stabilizzato l’abitudine al seno con i relativi specifici movimenti orali prima di passare al ciuccio.

Il fatto che i genitori guardino più o meno di buon occhio l’utilizzo del succhiotto (o del dito in bocca),  affonda spesso le proprie radici nella storia personale e nella cultura dei genitori stessi.  Essi possono, infatti, essere infastiditi, quando non preoccupati, in molti modi diversi per l’uso del ciuccio o del dito in bocca. In particolare, generalmente si tende ad etichettarla come abitudine poco igienica e potenzialmente dannosa per i denti. Sebbene ciò abbia una validità, a volte l’avversione verso questa pratica si porta dietro sentimenti profondi, solitamente della madre, che può provare gelosia verso il fatto che il bambino ricorra al ciuccio o al dito invece che a lei per autoregolarsi quando si sente in difficoltà. Al contrario, altre madri possono sentirsi sollevate dal fatto che il bambino sappia trovare in sé forme auto consolatorie e quindi che loro non debbano essere continuamente “sul pezzo”.

Inoltre, la storia personale di mamme e papà, ovvero come loro stessi si sono rapportati a ciuccio o pollice e come sono stati gestiti in tal senso dai loro genitori può avere una influenza anche notevole nel rapportarsi poi ai propri figli rispetto a questo argomento.

Sarebbe quindi utile ed importante che i genitori, laddove si sentissero in difficoltà nel gestire questo aspetto della crescita del proprio bambino, potessero fare una riflessione anche rispetto alla propria storia e cultura familiare per valutare quanto il passato incida nel presente e lo influenzi.

Per concludere questa prima parte, guardando l’argomento strettamente sul piano fisico, secondo le indicazioni dei logopedisti, il ciuccio/dito in bocca, pur con le sue positive funzioni fin qui descritte, è uno strumento che andrebbe gradualmente dismesso a partire dai 2 anni, per toglierlo definitivamente dopo i 3 anni. La motivazione principale riguarda l’impatto che la suzione continuativa[5] del pollice o del succhiotto hanno sulla conformazione del viso e della bocca. Infatti, “possiamo facilmente immaginare come l’ingombro di questo oggetto nel cavo orale impedisca alla lingua di mettersi in postura, ed oltre alla predisposizione a mal occlusioni, limita i gradi di libertà della lingua e della mandibola, impedendo al bambino di sperimentare i punti di ancoraggio differenti per imparare ad articolare il linguaggio.”[6]

Nella seconda parte di questo articolo vedremo più nello specifico alcuni suggerimenti ed indicazioni per gestire al meglio ciuccio/dito in bocca e per aiutare poi il proprio bambino a separarsene.

 

CONTINUA

 

 

[1]Già durante la gestazione, le ecografie hanno evidenziato come i bambini si succhino il pollice. Tale comportamento  serve sia ad allenarsi alla suzione nutritiva post natale che a rilassarsi e/o calmarsi in momenti di stress e agitazione.

 

[2] In “Basta ciucciare!” ed. Red

 

[3] Ibidem

 

[4] Ibidem

 

[5] Il grassetto è mio. Si intende, quindi, che la suzione non nutritiva può essere dannosa quando molto intensa e frequente, per diverse ore al giorno. Al contrario, l’uso contenuto e mirato del ciuccio o del pollice , quindi poco intenso e poco continuativo, non ha un impatto così significativo sullo sviluppo del bambino.

 

[6] P. Perrone, “Togliamo il ciuccio”, su amazon