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di Silvia Iaccarino

 

 

 

“Trattare il neonato come se avesse una mente è il primo passo del processo di sviluppo della propria mente da parte del bambino”

R. Pally

 

 

La mentalizzazione o funzione riflessiva, è la capacità degli individui di leggere la mente propria e degli altri, ovvero di attribuire a sé e ad altri, stati mentali come credenze, desideri, emozioni ed intenzioni;  di interpretare e prevedere i comportamenti degli altri sulla base di tali attribuzioni e di rispondervi in modo adeguato e contingente. Si parla anche di capacità mentalistica. Più in dettaglio, essa permette di:

  • attribuire stati mentali a se stesso ed agli altri;
  • attribuire una causa al comportamento degli altri (individuare una relazione tra stati mentali e comportamento);
  • predire il comportamento degli altri;
  • anticipare le conseguenze di eventi;
  • distinguere sé dagli altri, il vero dal falso, il reale dall’immaginario, la realtà interna da quella esterna;
  • guidare il proprio comportamento.

Sviluppare la capacità mentalistica è fondamentale per potersi relazionare al meglio con se stessi e gli altri e poter condurre una vita socio-affettiva soddisfacente.

Tale capacità non si evolve da sé: affinché un soggetto possa svilupparla è necessario che, fin da piccoli, si venga considerati degli “agenti mentali” e si venga trattati come tali. Come esplicato nella citazione iniziale, è necessario pensare al bambino come a un essere pensante, attribuendogli, fin da subito, pensieri, bisogni, emozioni, desideri, etc. 

Per esempio, quando un neonato piange e la mamma gli dice: “Forse piangi perché hai fame…Vuoi il latte?”, essa sta trattando il bambino come un essere dotato di bisogni e volontà e, in questo modo, giorno dopo giorno, commento dopo commento, viene a costruirsi la capacità mentalistica del bambino. 

 

 

Capire la natura del mondo mentale non è cosa che si possa fare da soli, richiede la scoperta e il riconoscimento del Sé negli occhi dell’altro

P. Fonagy  

 

 

Il commento poc’anzi esemplificato “Forse piangi perché hai fame…Vuoi il latte?”  è una mentalizzazione o rispecchiamento. Sostanzialmente, attraverso tale tipologia di commento, l’adulto restituisce al bambino, come uno specchio, trasformate e digerite, le sue (del bambino) emozioni, in modo contingente. 

Di fatto, il caregiver dà significato alle espressioni ed ai comportamenti del bambino e li verbalizza in una modalità che gli permetta di comprendere che tali emozioni non sono dell’adulto, ma sue. Ciò avviene grazie alla “marcatura” ovvero una modalità non verbale che tipicamente gli adulti agiscono in modo spontaneo con i bambini, usando un tono di voce, una mimica facciale, una gestualità e una postura in grado di contenerne l’intensità emotiva e di arrivare al piccolo come rassicurante, regolando le emozioni stesse. 

Inoltre, grazie alla mentalizzazione, che utilizza il linguaggio e la narrazione per regolare gli stati emotivi, a livello cerebrale possono integrarsi le attività dell’emisfero destro (emozioni) e sinistro (linguaggio) consentendo al bambino di interiorizzare l’esperienza vissuta in modo funzionale allo sviluppo del Sè e del cervello.

Da notare che, affinché un rispecchiamento sia davvero riflessivo, è necessario che nel nostro commento sia presente quello che viene chiamato “lessico psicologico” cioè che venga attribuito al bambino uno stato mentale (pensiero, bisogno, emozione, desiderio, volontà, etc). 

Per esempio, se ad un neonato che piange perché ha il pannolino bagnato diciamo: “Sei bagnato? ti cambio il pannolino…” non è mentalizzazione. Se invece diciamo: “ti dà fastidio il pannolino bagnato? Vuoi che ti cambio? Adesso andiamo in bagno e mettiamo il pannolino pulito” è mentalizzazione, in quanto rispecchiamo al bambino ciò che accade nella sua mente. 

Ovviamente, nell’interpretare e verbalizzare quanto c’è nel mondo interno del piccolo non sempre indovineremo. Ma ciò non rappresenta un problema, in quanto ciò che conta è “azzeccarci” la maggior parte delle volte e conta anche il fatto stesso che ci sforziamo di provare a comprendere cosa accade nel bambino, affinché egli possa, via via, imparare a leggere se stesso introiettando il modello che noi gli passiamo. 

La capacità di mentalizzare degli adulti che si prendono cura dei bambini, sia come genitori che come professionisti, è fondamentale per una serie di motivi: 

  • favorisce una buona relazione tra adulti e bambini e lo stabilirsi di attaccamenti sicuri; 
  • sostiene lo sviluppo armonico dei bambini sul piano psicologico; 
  • facilita una buona regolazione delle emozioni dei bambini da parte degli adulti, che nel tempo si trasformerà in capacità autoregolativa dei bambini stessi; 
  • consente al bambino di costruire se stesso come agente mentale, ovvero come soggetto dotato di pensieri, emozioni, bisogni, desideri, volontà, aspettative, credenze, e di comprendere che anche gli altri sono altrettanto dotati di un mondo interiore variegato, che può anche essere differente dal proprio. Ciò comporta una migliore capacità di adattamento ai diversi contesti in cui si è inseriti e relazioni più efficaci con gli altri grazie allo sviluppo dell’empatia e della teoria della mente. 

 

 

“Facciamo esperienza di noi secondo quanto ci viene rimandato attraverso gli occhi e le menti di chi ci circonda. Il senso di sé di una persona, dunque, nasce dall’esperienza di essere nella mente degli altri, esperienza senza la quale esso semplicemente non si sviluppa”

G. Music

 

 

La mentalizzazione è pertanto basilare per costruire un Sé coeso, coerente, organizzato e deriva dalla capacità del caregiver di riflettere e dare senso agli stati mentali del bambino.

 

 

La forza dell’Io del bambino dipende molto dalla forza e consistenza emotiva dell’adulto dal cui rimando emotivo il bambino dipende per la costruzione del suo Io 

G. Nicolodi 

 

 

La funzione riflessiva, applicata al rapporto con i bambini in pratica, prevede in particolare di farsi alcune domande: 

  • Quali sono ora le emozioni del bambino?
  • Quali sono i suoi bisogni e i suoi pensieri?
  • Che cosa si aspetta?

Possiamo riassumere tali domande in “cosa c’è ora nella mente del bambino?” 

Facciamo un altro esempio: Giovanni, 2 anni, vede sulla libreria un vaso in ceramica tutto colorato. Si arrampica e prova ad avvicinarsi per prenderlo, ma la mamma gli dice “No!” . Giovanni non desiste. Prova ancora a toccare l’oggetto, guarda la mamma, si avvicina ulteriormente anche se lei ripete di no. Cosa stai pensando? “Giovanni non obbedisce” o “sta sfidando la mamma”? Se pensi questo, non si tratta di mentalizzazione, ma “Giovanni è molto incuriosito dal vaso” lo è, in quanto essa si occupa di cosa c’è nella mente del bambino. 

Nell’immagine che segue, esemplifichiamo altre tipiche situazioni dove molto spesso noi tendiamo a fare interpretazioni auto-referenziali e adultocentriche anzichè leggere ciò che accade nel mondo interiore dei piccoli. 

 

 

La mentalizzazione, oltre ad essere necessaria per il corretto sviluppo psicologico del bambino, è anche molto utile in tutte quelle situazioni in cui abbiamo a che fare con “bambini difficili”. Infatti, chiedersi cosa c’è nella loro mente prima di reagire alle loro azioni “inadeguate”, ci consente di intervenire ad hoc, rispondendo alle esigenze più profonde, al di là dei comportamenti espliciti. La nostra capacità mentalistica ci dovrebbe permettere di andare oltre l’apparenza e di leggere l’agito del bambino come un codice, come una comunicazione che va decifrata ed a cui dovremmo rispondere in modo contingente. 

Tra l’altro, usare il rispecchiamento, nel tempo, consente ai bambini che hanno delle fatiche sul piano emotivo di migliorare la loro capacità di regolazione emotiva e di imparare a gestire meglio anche i loro comportamenti. 

Per esempio: “Giovanni ci sei rimasto male perché Luca non ha voluto giocare con te, così gli hai tirato i capelli. Luca adesso preferisce giocare da solo. Magari tra un po’ cambia idea. La prossima volta, puoi dirlo con le parole che sei dispiaciuto, invece che con le mani…”.

In questa ultima immagine possiamo vedere riassunti gli step principali per una buona mentalizzazione con i bambini: 

 

 

 

Per concludere, mi fa piacere citare questo passaggio dove viene evidenziato il ruolo fondante della mentalizzazione nei contesti educativi: 

 

Questo modo di essere ‘visti’, di ‘sentirsi sentiti’, ci aiuta enormemente a diventare chi siamo e può esserci d’ispirazione per tutta la vita. Siamo tutti esseri senzienti, persone con una realtà soggettiva unica per ciascuno di noi. Quando gli altri raggiungono un allineamento con questa realtà senziente interiore ci sentiamo compresi e valorizzati. Sono questi il potere e il potenziale del ruolo degli insegnanti nella vita dei bambini

D. Siegel  

 

 

BIBLIOGRAFIA

Fonagy F., Target M., “Attaccamento e funzione riflessiva”, ed. Cortina

Iaccarino S., “Le emozioni dei bambini” scaricabile qui gratuitamente

Music G., “Nature culturali”, ed. Borla

Nanni F., “Pensami!”, ed. Sos Crescere

Nicolodi G., “Il disagio educativo al Nido e alla scuola dell’Infanzia”, ed. Franco Angeli

Pally R., “Il genitore riflessivo”, ed. Giovanni Fioriti

Siegel D., Payne Bryson T., “12 strategie rivoluzionarie per favorire lo sviluppo mentale del bambino”, ed. Cortina