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a cura di Silvia Iaccarino e del gruppo FB di Percorsi formativi 0-6

 

Il lavoro educativo e’ entusiasmante, ma anche faticoso, sia dal punto di vista fisico che emotivo.

La relazione con i bambini e’ sicuramente gratificante, ma anche molto complessa. Alla “brava educatrice/insegnante” non serve solo il sapere ed il saper fare, ma soprattutto il saper essere, competenza che non si impara sui libri, studiando, ma attraverso il lavoro su se stessi per acquisire una capacita’ riflessiva che possa veicolare, tra le altre cose, l’intelligenza emotiva e le competenze relazionali, così fondamentali in questo lavoro.

Si tratta di competenze che si imparano “sul campo”, dedicando del tempo a se stessi e confrontandosi con le colleghe.  Come dice Elisabetta Biffi, “l’educare richiede al vivere di divenire vissuto ed alla vita di divenire storia” e, ancora, di “tramutare l’esistenza in esperienza da intessere nel proprio progetto di vita”. 

Così, attraverso la consapevolezza che osserva il  proprio agire educativo e la successiva riflessione nel gruppo di lavoro, diventa man mano possibile centrarsi sempre più sul saper essere, a cui logicamente segue il saper fare in modo congruente, efficace ed attento ai bisogni dell’altro, in questo caso ai bisogni dei bambini.    

Ogni professionista dell’educazione dovrebbe dedicarsi uno spazio-tempo fondamentale per diventare un “professionista riflessivo”, consapevole del proprio stile educativo, capace di riflettere sul proprio agire ed in grado di modificarlo partendo dall’osservazione.

“L’insegnante si trova di fronte un gruppo di bambini e ha il compito di allestire un contesto educativo che, facendo leva sulle loro risorse evolutive, ne promuova la crescita verso finalità auspicate. Sulla base di un’attenta osservazione delle peculiarità, delle potenzialità, degli interessi di quel particolare gruppo di bambini di cui ha responsabilità, l’insegnante progetterà un contesto (esperienze, materiali, spazi, tempi, raggruppamenti, modalità di relazione educativa, ecc) che ritiene possa essere adatto a quei bambini per indirizzarne le capacità emergenti nelle direzioni auspicate (ad esempio, per sostenere gli scambi tra bambini, per finalizzare le tendenze esplorative, per creare un clima di fiducia, per promuovere la competenza comunicativa, ecc).” (Bondioli A., Savio D.)

Per portare avanti questo lavoro, la capacità riflessiva e’ fondamentale ed imprescindibile e va acquisita attraverso una costante analisi del proprio agire e nel confronto con il gruppo di lavoro. 

Il confronto nell’equipe e’ anche utile alle educatrici come momento in cui condividere con le colleghe le fatiche del proprio lavoro ed in cui supportarsi a vicenda per superare le difficolta’. Il gruppo e’ anche il contenitore all’interno del quale e’ possibile esprimere il proprio vissuto emotivo ed in cui ridurre il carico di tensioni accumulate. 

A partire da questa premessa su quanto sia importante riflettere sulla propria professionalità e sul proprio agire, condivido in questo articolo un interessante scambio avvenuto nel gruppo FB di Percorsi formativi 06®.

Lo scorso novembre 2018, grazie a Francesca Zighetti che ha postato nel nostro gruppo una interessante riflessione su come sono cambiate le sue domande rispetto al lavoro coi bambini crescendo insieme a noi nel gruppo stesso e con la nostra formazione, ho proposto di aggiungere altre domande generative alle sue, per favorire la riflessività di ognuna attraverso spunti in grado di approfondire il pensiero su di sé, sul proprio stile educativo, sulle proprie prassi.

Queste le domande iniziali di Francesca, a cui poi i membri del gruppo hanno aggiunto il proprio contributo:

➡️cosa preparo domani per i bambini?
➡️ che contesto posso costruire?
➡️come posso sostenere gli interessi dei bambini?
➡️riuscirò ad osservare ? Come? Cosa?
➡️quello che preparo domani, quali bambini coinvolgerà di più e quali meno?
➡️ dove mi porterà il percorso?
invece di: come conterró la disobbedienza? ➡️come rilanceró l’interesse?

Lucia Petrosino Quali e quanti materiali propongo? Quali metodi di osservazione uso? Video, foto, carta e penna? A quanti bambini propongo l’attività? Gruppo misto o omogeneo?

Beatrice Panzetti I materiali che propongo sono generativi? Suggestivi di azioni interessanti per i bambini? Che potenzialità ha questo gioco? Questo materiale? Questa attività? Come gestire i bimbi non interessati? Come allestire o disallestire lo spazio circostante? Ci saranno consegne? Avrò un ruolo attivo o cercherò di stare in disparte? Ciò che propongo è nelle mie corde o è una sfida anche x me perché è un materiale o una attività che di solito non amo proporre?

Ilenia Schioppetti I bambini riusciranno a muoversi in sicurezza nello spazio? Sia all’interno della proposta che all’esterno qualora ritenessero opportuno non prenderne parte? Come documenterò? La documentazione terrà conto della privacy dei bambini? Sarò pronta a gestire eventuali critiche/accuse? Quali materiali posso già preparare in previsione di eventuali pensieri nascenti? Come gestirò il post esperienza a livello pratico per ristabilire l’ordine senza perdere la concentrazione sui bambini? Come mi organizzo?

Francesca Zighetti Quale fase attiva dell’apprendimento ho bisogno di sostenere e come posso farlo? Mi divertirò? Ci divertiremo?

Giulia De Clemente Quanto attivamente intendo partecipare nello svolgimento dell’attività? Su quali aspetti mi focalizzerò?

Alessia Allegri Riuscirò a suscitare stupore? Saprò rilanciare? Sarò in grado di raccontare, di documentare, e quindi di comunicare educazione? Saprò gestire i conflitti con “neutralità formativa”?

Sar Ozzi Come mi relazionerò con il professionista esterno? Come mi lascerò contaminare? (Come professionista che incontra differenti scuole la possibilità di lasciare la porta aperta alla contaminazione e non vivere l’esperienza come una parentesi fa tutta la differenza del mondo sia per il gruppo classe che per maestra/ professionista che si incontrano in un nuovo terreno spesso portatore di nuove idee fertili😊)

Sara Vacchi Quando avrò il tempo di documentare bene? Come faccio a passare alle famiglie che il mio stupore è determinato dalle grandi scoperte dei loro bambini?

Roberta Usai Riuscirò a suscitare meraviglia e stupore? A mettermi in gioco senza avere l’ossessione del risultato finale? Sarò in grado di “contagiare”il mio entusiasmo?

Monica Santoro Sarò anche oggi autentica e sincera coi bambini? Riuscirò a non farmi condizionare dalle sovrastrutture giudicanti o da “quello che si deve”, “perché è meglio così”, “è una buona abitudine”. Per connettermi all ascolto di ognuno di loro e restituzione(e quindi azione) più funzionale e autentica per tutti?

Roberta Panzeri La proposta che ho immaginato “quale senso ha…” per il mio gruppo bambini?
Risponde al bisogno di quel gruppo o ad un bisogno adulto? Nasce spontaneamente da un’osservazione o a tavolino? Mi spiego con un esempio banale ma che mi ha fatto riflettere. Ad ottobre ho visto, in moltissime pagine di nidi e scuole, foto meravigliose di piedini che schiacciavano l’uva. Ora, dando per scontato che ci sia stato un buon accompagnamento a questa esperienza sensoriale e che quindi per i bambini sia stata una buona occasioni di sperimentazione, la mia domanda è… Non è che nel proporre questa attività ci siano fatti un po’ influenzare dal modello autunno/vendemmia che abbiamo fatto nostro? Senza chiederci se questa attività avesse un senso per il bambino? Così come molte proposte che vengono offerte…Se ci fossimo chiesti “che senso ha” l’avremmo proposta lo stesso?   
Beatrice Panzetti a Roberta Panzeri condivido questa tua ultima affermazione. Però è anche vero che siamo in un contesto storico, socio culturale stagionale climatico, chiamiamolo come vogliamo, e si possono provare certe proposte proprio per quello. Mi spiego: l’uva la trovi ora, non in giugno. Io sposterei l’attenzione sul cosa fare se ai bimbi la proposta non piace. Insisto? Li lascio andare? Se non vogliono pigiare ma passano il tempo a mangiarla possono? Il problema è, più che la proposta, la nostra sovrastruttura. Ancora: se non gli piace la vivo come fallimento o segnale che meglio proporre altro per ora?  Francesca Zighetti Condivido il pensiero di Roberta Panzeri. La vendemmia, che io stessa ho fatto anni fa ora mi lascia il senso dell’omologazione, della ricerca esteriore, dell’idea con cui riempire la giornata ed intrattenere i bambini, tutti nello stesso modo e nello stesso tempo. Solo oggi e poi basta, con un’idea adulta di esperienza e poco bambina, senza tenere conto del fondamentale bisogno di ripetizione e senza interrogarsi sui significati che realmente possono diventare patrimonio dell’apprendimento. Il mio cambiamento di pensiero ha risposto sicuramente al mio sentire che quello non mi bastava, perché non bastava ai bambini. La formazione mi ha dato gli strumenti per seguire l’istinto, l’intuizione che non fosse la strada giusta che nasceva dall’osservazione dei bambini mai davvero appagati…  Silvia Iaccarino Condivido! Per esempio quando insieme a una collega conduciamo i laboratori creativi (di formazione per le educatrici), una cosa che ribadiamo sempre in modo molto sentito è proprio quello che affermi. Il problema della proposta della vendemmia (tanto per fare un esempio, ma potremmo esemplificarne mille altre) è da un lato quello della omologazione, dall’altro il fatto che spesso dietro non ci sia un pensiero che accompagna il bambino, soprattutto al nido (ma vale anche all’infanzia), per comprendere e integrare l’esperienza. Come quando (capita ancora) si propone (al nido) la scheda con la castagna disegnata da colorare o per fare il collage. Cosa comprende un bambino? Come può davvero conoscere la castagna in quel modo? Diverso è, per esempio, fare una gita all’aperto, in un bosco, trovare le castagne, raccoglierle, poi osservarle, manipolarle, e non solo una ma tante volte, e poi guardarle dentro, e cuocerle per esempio in diversi modi, perché bollite o caldarroste non hanno lo stesso sapore, e ragionare insieme guardando magari anche foto e/o video inerenti e quant’altro…Volendo ci potremmo lavorare un anno intero sulla castagna (faccio per dire e ovviamente se incontra l’interesse dei bambini) per tutto quello che si potrebbe fare/ragionare/approfondire. Invece, siamo alla ricerca di continui stimoli, attività one shot, da proporre oggi e poi domani no “perchè l’abbiamo già fatta”, quando i bambini hanno bisogno di ripetizione, ripetizione, ripetizione… Maria Teresa Guerrisi Una delle domande che mi pongo, quando in rete vedo attività interessanti è come poterle riproporre ai miei bambini. Spiego meglio: quando decido di prendere spunto dal web in merito ad una esperienza vorrei non limitarmi a riproporla ai bambini, ma essere pienamente cosciente di quanto quel tipo di attività possa essere ricondotta al gruppo in base al percorso che abbiamo iniziato. Non posso pensare che se sto andando in una direzione guidata da una certa idea di bambino, dall’oggi al domani questa prenda strade magari opposte a quelle vissute fino ad ora. Il cambiamento a mio parere è sempre costruttivo ma deve essere consapevole, e soprattutto deve agire nel rispetto dei tempi di tutti: bambini ed educatori, dove magari questi ultimi non sono pronti tutti nello stesso istante per mettere in atto un cambio di rotta solo perché io o un’altra collega abbiamo deciso in tal senso. Quando nei gruppi FB vedo pubblicare attività e uno sciame di colleghe che dice “questo lo dobbiamo fare” mi sorgono molti dubbi. In tal senso mi ricollego alla questione dell’esperienza one shot di cui parlava Silvia. Se ci si vuole basare su un’educazione esperienziale non si può pensare di non permettere di far reiterare l’azione al bambino. D’altronde, come afferma Kolb, l’apprendimento è un processo continuo di trasformazione dell’esperienza. Se si ha ben presente questo aspetto allora si eviterà di incorrere nell’errore dell’attività fine a se stessa.

Nidofamiglia Apiccolipassi Se ciò che ho preparato non riscontra nessun interesse, sono pronta a proporre qualcosa in alternativa?

Paola Mattabook quali messaggi passa questo materiale o spazio o proposta, nel modo in cui io la propongo, ai bambini? Quali valori? Quali disvalori? Quali informazioni sull’ambiente che li accoglie e le persone che si prendono cura di loro?

Chiara Mirror quanto posso evitare di intervenire? E’ davvero il caso adesso? Se lascio ai bambini ancora un po’ di spazio come gestiranno la situazione? Faccio un passo indietro e osservo? Il mio intervento è davvero necessario o può essere controproducente? E ancora, quanto i vincoli organizzativi limitano me e i bambini nelle attività proposte e nelle modalità con cui gestisco la routine quotidiana? Come posso superarli?

Rossella Rebaioli In che modo posso ascoltare, valorizzare, sfruttare il vissuto emotivo che verrà a generarsi? La mia proposta è inclusiva? Tiene conto di tutti… anche di me…?

Monica Santoro Tutti questi sono pensieri. È un po’ come un assioma.. Educare, progettare, fare al nido è già pensare! ☺️ Questo post è semplicemente meraviglioso e restituisce entusiasmo, cooperazione e ascolto reciproco… Quanta bellezza!