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di Marta Rizzi, psicologa e psicoterapeuta

 

 

Spesso si assiste ad un’incapacità generalizzata di attendere:  si deve sempre fare, ci si deve sempre intrattenere con qualcosa, si deve sempre essere produttivi, con effetti a lungo termine rischiosi, che vanno al di là dell’intolleranza della noia o della possibilità di giovare dell’ozio. 

Questa nuova tendenza non riguarda solo gli adulti, ma anche i bambini.

I genitori sono i primi ad attivare questo comportamento nei propri figli, fondamentalmente per due ragioni: in primis è una dimostrazione della loro presenza e attenzione “ho cercato e trovato un passatempo adatto a mio figlio” ; in seconda battuta è una forma di controllo che rassicura i più ansiosi: “so cosa fa in mia assenza” . Gli educatori, di conseguenza, si sentono ingaggiati a dover sollecitare a loro volta i bambini per avere “prove” del loro operato, materiali che testimonino l’attività durante la loro permanenza al nido o a scuola.

Il risultato è che i bambini non sanno più aspettare anche quando si ritrovano obbligati a doverlo fare, come in fila al supermercato, in macchina nel traffico, in sala d’attesa dal pediatra e così via. 

L’unica soluzione valida plausibile sembra essere la distrazione, tendenzialmente con device tecnologici, quali video, canzoni, videogames che, a differenza di quel che si pensa, non rilassano ma bensì iperstimolano cognitivamente i bambini. 

L’attesa diventa quindii fonte di ansia, di stress e frustrazione quando in realtà nasconde mille valori che sono una risorsa preziosa per lo sviluppo dell’identità e della personalità dell’essere umano, ancor più del bambino che ha viva la voglia di esplorare e conoscere ciò che lo circonda.

Attendere è indispensabile per affinare la capacità introspettiva e analitica, per sperimentare diverse abilità:

  • osservare e filtrare le situazioni che si stanno vivendo, 
  • cogliere i dettagli degli ambienti in cui si staziona, 
  • individuare differenze e peculiarità di ciascun contesto e occasione,
  • concentrarsi su una cosa per volta,
  • familiarizzare con la decodifica e gestione di linguaggi alternativi a quello verbale (prossimità fisica, non verbale),
  • rispettare l’altro nella sua unicità ma anche nei suoi spazi e tempi, 
  • comprendere i bisogni altrui,
  • ma soprattutto i propri, guardando e riconoscendo le proprie emozioni, desideri e necessità. 

In poche parole, attendere è “stare” e non fuggire, è rimanere fermi con il corpo e la mente e guardare sé e gli altri.

Ma come si può educare all’attesa? 

Il segreto sta nell’introdurre piccoli accorgimenti di diverso genere nella quotidianità e nel proporli con costanza: 

  • Riorganizzare gli ambienti in cui il bambino vive. Privilegiare la qualità dei giochi alla quantità: meglio pochi giocattoli, belli, curati, riposti secondo un criterio riconoscibile (non ammucchiati indistintamente in scatoloni o ceste), facilmente accessibili e adatti alla fascia d’età del bambino. Ciò aiuta il piccolo a concentrarsi su una singola attività;
  • Parlare di ciò che si è fatto durante la giornata (sia adulti che bambini), di quello che ha attirato l’attenzione, di quello che ci ha colpito e di quello che non è piaciuto, dando un nome anche alle sensazioni che si sono provate;
  • Fermarsi al parco, a casa, in un negozio, per strada e guardare i particolari che caratterizzano quell’ambiente commentando le cose più strampalate;
  • Rispettare il turno di parola sia degli adulti che dei bambini: non interrompersi, essere partecipi, aspettare che il discorso di uno sia finito per poi rispondere o introdurre altri argomenti;
  • Non anticipare possibili frustrazioni del bambino: l’adulto ha il dovere di esserci ed aiutare il bambino a fronteggiare un momento di difficoltà o di fastidio anche in relazione all’attesa, ma non deve sostituirsi a lui;
  • Istituire regole precise per l’uso di televisione e tablet: la necessità di avere momenti dedicati  aiuta il bambino a comprendere la scansione della giornata, a prevedere l’uso di questi dispositivi e a trovare soluzioni alternative quando non può attingervi;
  • Coinvolgere il bambino nella programmazione della giornata per condividere con lui i vari passaggi e ideare passatempi che siano in grado di soddisfare sia i piccoli che gli adulti;
  • Attingere dal proprio retaggio infantile (es. carta-forbice- sasso, indovinelli, ricerca oggetti che iniziano con una lettera specifica o che abbiano un colore o una forma particolare) nei momenti di attesa con un duplice scopo: 
    • Abituare ad usare la fantasia e l’immaginazione,
    • Trasmettere una nostra eredità.

Infine, è utile ricordarsi sempre che l’adulto è il principale esempio per un bambino e che non c’è da stupirsi di un bimbo che si spazientisce velocemente se ha al suo fianco un genitore che guarda assiduamente il proprio smartphone.

Sfruttiamo la possibilità di stare con i bambini per recuperare anche noi le opportunità e la ricchezza che ci concedono l’attendere e l’aspettare.