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di Annalisa Riva, Arteterapista e Educatrice del Gesto Grafico e della Scrittura

 Sempre più spesso i bambini della scuola dell’infanzia sono osservati da noi adulti con la prospettiva del loro futuro e coinvolti in attività preparatorie al passaggio alla scuola primaria. Il pensiero di molti genitori ed educatrici della scuola è puntato sugli apprendimenti e spesso, anche con una certa preoccupazione, si guarda alle difficoltà che possono sopravvenire, soprattutto nell’ambito dell’apprendimento della letto-scrittura.

In molti contesti si parla già a questa età di prevenzione di disturbi specifici, in particolare della disgrafia. Se la lettura viene in genere considerata come una capacità che il bambino acquisisce naturalmente, seppur con i propri tempi, la scrittura invece viene intesa come una competenza più difficile da apprendere. 

In parte questo è vero, imparare a scrivere non è una manifestazione spontanea e innata del processo di crescita: è un apprendimento che presuppone un insegnamento specifico e un impegno del bambino per un tempo piuttosto lungo. L’apprendimento della scrittura è un percorso che dura anni, attraverso il quale la traccia grafica nasce, si sviluppa, si struttura e si automatizza.

Si ritiene esista un continuum dai primi scarabocchi che il bambino, intorno ai 12/18 mesi, lascia inconsapevolmente su diverse superfici (fogli, ma anche muri), verso le produzioni sempre più strutturate in linee e forme che poi diventano disegno espressivo e rappresentativo. Rudolf Arnheim, il maggiore teorico della Teoria della Percezione visiva dichiara: “la linea retta è la prima configurazione lineare concepita dalla mente.” 

Questa affermazione ci fa riflettere sull’importanza di dare al bambino occasioni per sperimentare la sua progressiva capacità di controllo del gesto lineare, quale testimone del suo sviluppo percettivo, quindi cognitivo. Secondo Roberto Travaglini il bambino utilizza questa forma espressiva: “per comprendere la realtà circostante con l’utilizzo delle sue vive capacità senso-motorie. (…) per “definire” se stesso, il proprio sviluppo motorio, emotivo e sociale, mostrando e comunicando agli altri il proprio essere, anche quando ancora non padroneggia l’uso della parola.” Verso i 5 anni possono emergere nel disegno forme similari a grafemi che abbozzano e fanno da ponte alla vera e propria scrittura. Così sostiene Rhoda Kellogg, la principale ricercatrice nel campo della produzione grafica degli scarabocchi (ne ha raccolti nel corso degli anni ‘60 una quantità enorme, circa un milione, realizzati da bambini dai 2 agli 8 anni): “Si hanno tuttavia prove che spesso il bambino vede il foglio come un tutto unico e reagisce di conseguenza; succede spesso che i bambini collochino intenzionalmente i loro segni lungo il lato del foglio. (…) Ricordano forme non casuali, come la mezza circonferenza, il quarto di circonferenza, rettangoli, triangoli, archi e molte altre ancora.”

 

Se è vero che tutta la prima parte dello sviluppo grafico (scarabocchio e disegno) nasce spontaneamente, è altrettanto vero che la parte della codificazione della scrittura si costruisce con un processo di apprendimento. Certamente durante questo percorso potranno sopraggiungere difficoltà, ma non preoccupanti come si pensa.

Frequentemente però si manifestano lentezze e fatiche. Come affrontarle? O meglio è possibile prevenirle?

Per rispondere a queste domande è necessario partire da una considerazione: è importante rispettare i tempi di maturazione senso-motoria, cognitiva ed emotiva del bambino, partendo dalla consapevolezza del suo essere un Io-corporeo. Tutte le componenti dell’essere umano, che noi tendiamo erroneamente a scindere con l’affermazione della parte cognitiva, si presentano invece tutte unite e insieme procedono nel loro percorso di sviluppo.

Prepararsi all’apprendimento di una buona scrittura non significa imparare presto a scrivere! Significa saper costruire, implementare e rafforzare tutte le abilità di base che sottendono alla sua acquisizione. Queste abilità fanno capo a pre-requisiti fondamentali che risiedono nello sviluppo della motricità generale e manuale del bambino, nella sua crescita intellettiva, nella maturazione emotiva e motivazionale, nell’acquisizione della conoscenza dello schema corporeo e della lateralità. È di fondamentale importanza lavorare su queste basi in età pre-scolare.

Ma come? Più volte e in diverse occasioni si sottolinea l’importanza di attivare il bambino attraverso il movimento.

È verissimo! Il movimento deve essere un’esperienza di valore quantitativo e qualitativo, deve avere un tempo e uno spazio quotidiano e diversificato (può essere libero o strutturato, con attrezzi o senza, possibilmente all’aperto). Le esperienze sensoriali sono in genere tutt’uno con il movimento, ma possono anche essere arricchite in diversi modi e con molte attenzioni ai particolari: osservare e manipolare forme e colori per stimolare la percezione visiva, ascoltare suoni e rumori per esercitare l’udito, per non parlare della grandissima varietà di esplorazioni tattili con superfici e materiali. Tutte queste esperienze sono possibili e notevolmente efficaci se presentate nell’ambito del gioco e dell’attività grafico-pittorica.

Non starò a parlare delle valenze del gioco, sarebbero necessari più di un articolo. Voglio solo riconsiderare l’importanza del gioco come esperienza ludica trasversale a tutte le attività quotidiane che costituiscono la realtà del bambino. Quindi anche alle attività grafico-pittoriche. Esse in particolare, con la loro capacità di veicolare contenuti espressivi, possono essere considerate anticipatorie della scrittura.

Per quale motivo? In fondo si potrebbero ritenere molto diverse. In realtà, studiando con attenzione le produzioni grafico-pittoriche, ci si accorge che presentano elementi costitutivi specifici simili a quelli della scrittura: la linea, la forma, il movimento, lo spazio, il colore. Attraverso attività incentrate su questi elementi il bambino impara a passare da un movimento libero e incondizionato ad un gesto finalizzato e espressivo, fino a giungere, con la maturazione dell’età, ad una traccia grafica capace di comunicare contenuti di pensiero (cosa disegno o cosa scrivo) ma anche contenuti di emozione (come disegno e come scrivo). La traccia grafica diventa presto rappresentativa di sé, una sorta di impronta personale, diversa de tutte le altre e mantiene uno stretto legame con il concetto di identità personale, che per il bambino corrisponde alla propria idea di schema e immagine corporea.

Per quale motivo la conoscenza dello schema corporeo è tanto implicata nella scrittura e più in generale nell’ambito grafico-pittorico? Perché in entrambi i casi si tratta di esperienze che si fondano su un agire corporeo globale (e su spazi ampi) per poi convergere verso la regione spalla-braccio-mano (e su spazi più piccoli). Al contempo tutto il corpo, dalla testa ai piedi, partecipa sinergicamente. Un principio fondamentale è proprio questo: si lascia la propria traccia con tutto il corpo, non solo con la mano!  Ciò vale sia per lo scarabocchio, per il disegno e per la scrittura.

Oggi, in particolare, è importante dare spazio alle attività grafico-pittoriche, per contrastare i rischi di una esperienza corporea limitata o precaria e di conseguenza di una scarsa competenza manuale, tipica dei bambini nati nell’era digitale. Gli attuali stili di vita, sempre più orientati verso una massiccia diffusione delle tecnologie digitali, rischiano di incidere negativamente nella vita del bambino. La sovra-stimolazione percettiva di questi mezzi maschera un coinvolgimento corporeo quasi inesistente. Il semplice scorrimento del dito sullo schermo non è paragonabile alla complessità multidimensionale insita nell’atto del gesto grafico e tantomeno alla sua ricchezza espressiva.

Noi sappiamo invece che garantire un opportuno spazio alle esperienze corporee significa far emergere e rafforzare lo straordinario potenziale espressivo insito nel gesto grafico, che ogni individuo possiede. In generale è importante dare al bambino maggiori possibilità crescita armoniosa, dove entrano in gioco tutte le parti della sua dimensione corporea (motorie, sensoriali, cognitive ed emotive). Su queste basi egli saprà costruire il lungo e complesso percorso che lo porterà ad una scrittura fluida, automatizzata e personale, con la quale poter comunicare sia a livello semantico sia a livello dell’espressione della personalità e nella quale potersi riconoscere.

Ritengo che questo sia un primo discorso da fare nei confronti della pedagogia della scrittura e del problema dei disturbi specifici dell’apprendimento (tra cui la disgrafia) che sta prendendo una larga diffusione. Prima di parlare di DSA sarebbe meglio parlare di fatiche dell’apprendimento, cercando di comprenderne l’origine e concedendo ad esse una giusta dimensione e un giusto sguardo, senza mai depotenziare o deresponsabilizzare il ruolo educativo e didattico specifico della scuola.

In questo ambito così delicato può farsi strada la ricca esperienza dell’Arteterapia che, oltre ad agire sul piano simbolico del riconoscimento dell’identità corporea del bambino, diventa l’ambito più favorevole a contenere esperienze di Educazione del gesto grafico. Il gesto, con le sue qualità motorie e sensoriali, costituisce infatti la base di ogni atto espressivo che cresce, si evolve e si struttura con il tempo diventando scrittura.

Come opera l’Arteterapia in questo campo? Agisce in base ai suoi elementi peculiari e costitutivi. La definizione di un setting, ovvero di un ambiente spazio-temporale definito e riconoscibile, unitamente all’utilizzo dei materiali artistici come mediatori relazionali, diventa il cardine per la creazione di un’alleanza con il bambino caratterizzata da autenticità, accoglienza, empatia, piena considerazione e fiducia.

Solo tramite esperienze dalla forte natura relazionale è possibile liberare le potenzialità, dar sviluppo alle competenze e costruire gli apprendimenti. In essi la scrittura, intesa nella sua complessità esecutiva, espressiva e auto rappresentativa, assume un posto di prim’ordine!

Riferimenti bibliografici

Arnheim R., (1954), Arte e percezione visiva, Tr. it., Milano, Feltrinelli, 1971.

Kellogg R., (1969), Analisi dell’arte infantile. Una fondamentale ricerca sugli scarabocchi e disegni dei bambini dai due agli otto anni, Tr. it., Milano, Emme, 1979.

Travaglini R., La pedagogia del gesto grafico. I processi educativi dello scarabocchio del disegno e della scrittura, Roma, Aracne editrice, 2016.