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di Silvia Iaccarino

 

Quello della condivisione tra bambini è un tema che solitamente interessa molto sia i genitori che i professionisti che si occupano di bambini 0-6 anni e ancora di più 0-3 anni.

Mediamente,  sia mamme e papà che educatrici ed insegnanti tengono molto al fatto che i bambini imparino ad essere generosi e cooperativi e tendono a giudicare in modo negativo quei piccoli che invece non manifestano tali comportamenti.

Tra genitori, poi, soprattutto al parchetto o durante feste e incontri vari di aggregazione tra bambini, non sono infrequenti giudizi e frecciate verso quegli adulti i cui bambini non condividono spontaneamente i loro giochi. Ciò comporta in talune situazioni sia difficoltà relazionali tra genitori, che sensi di inadeguatezza e di colpa in quelle mamme e papà i cui bambini non sono così “pronti” a consegnare ad altri le loro proprietà.

Con questo contributo vorrei portare un punto di vista diverso sulla questione, anche basandomi sulla mia esperienza personale di psicomotricista che lavora con gruppi di bambini sia al Nido che alla Scuola dell’Infanzia.

Partiamo subito col dire che, sebbene i bambini abbiano un innato senso di altruismo (vedi per esempio gli studi di M. Tomasello – “Altruisti nati”, ed. Bollati Boringhieri), hanno anche un innato e sano senso del possesso e di protezione verso il proprio territorio ed i propri averi.

E’ un retaggio radicato in noi, nella nostra parte “animale”, mediata dal cervello inferiore* il quale è deputato, tra le altre cose, al controllo del territorio (con tutto ciò che è in esso compreso).

Tale funzione è assolutamente utile e sana: se non fossimo in grado di proteggere i nostri confini, in tutti i sensi (fisico e psicologico), saremmo come zerbini alla mercé di chiunque: ciascuno potrebbe liberamente “depredarci” e ciò comporterebbe, tra le altre cose, una incapacità di strutturare la nostra identità e il nostro Sè.

Il controllo del territorio è fondamentale, inoltre, per garantirci un fondante senso di sicurezza (vedi questo mio articolo in merito).

In quanto mammiferi, prima ancora che “umani”, abbiamo infatti bisogno di sapere di essere al sicuro per poterci sviluppare in modo armonico ed equilibrato. Quando ci sentiamo al sicuro, le nostre competenze sociali “umane”, comprese condivisione e cooperazione, hanno la possibilità di emergere e di esprimersi al meglio.

Viceversa, se ci sentiamo in qualche modo minacciati (anche solo potenzialmente), scattano in noi specifici ed automatici meccanismi difensivi che ci fanno uscire dalla piattaforma neurale della sicurezza e della socialità e ci fanno attivare un altro tipo di percorso neurale, deputato alla difesa, appunto, e dove pertanto funzioni elevate come la cooperazione e la condivisione non sono contemplate.

Per un bambino in età prescolare, soprattutto 0-3 anni, il senso di sicurezza è ancora più importante che per un adulto, in quanto egli è largamente dipendente dal caregiver e non ha ancora maturato una serie di abilità, capacità e competenze sia per leggere e capire ciò che accade e gli accade, sia per rispondervi al meglio, a causa della sua immaturità, in primis cerebrale.

Sostanzialmente, ciò significa che il bambino piccolo è prevalentemente guidato dai propri meccanismi biologici di base i quali monitorano costantemente l’ambiente per capire se è garantita o meno la sua sicurezza (neurocezione) e, a seguito dell’esito del monitoraggio ambientale, attivano un percorso neurale piuttosto che un altro, predisponendo il bambino alla socialità oppure alla difesa/attacco.

Poiché nella piattaforma neurale del coinvolgimento sociale sono comprese anche le funzioni di cui ci occupiamo in questo articolo, diventa per noi educatori fondamentale considerare che, se il bambino si sente tranquillo, sarà più facile per lui attivare comportamenti prosociali spontanei e/o seguire le nostre indicazioni e suggerimenti in merito alla condivisione ed alla gestione delle contese per gli oggetti con altri bambini.

Ho ritenuto utile questo preambolo per farci riflettere su come i comportamenti umani abbiano sempre una motivazione profonda, anche di natura neurobiologica, altrimenti il rischio è quello di banalizzare e di semplificare alcune dinamiche infantili, lavorando “contro natura” e faticando il doppio. Conoscere invece i meccanismi neurobiologici che fondano l’agire dei bambini (e non solo), può aiutarci a capire come dirigere al meglio le nostre strategie educative, lavorando in accordo con lo sviluppo del cervello e favorendo così l’apprendimento, oltre che faticando meno 😉

Riportando quindi tali considerazioni al tema della condivisione in età infantile, forse potrà esserci ora più chiaro perchè i bambini faticano molto in questa direzione. Il loro cervello, dominato dalla parte inferiore, più istintiva, soprattutto nei primissimi anni di vita, controlla continuamente il territorio e quelle che essi considerano le loro proprietà (vedi grafica più sotto), di cui hanno necessità per fondare il loro senso di Sè e la loro identità. Hanno bisogno di capire cosa significa “mio” e cosa “tuo”, cosa vuol dire “io” e cosa vuol dire “tu”. Hanno bisogno di far emergere e costruire la propria personalità e ciò può avvenire solo tramite contrapposizione (il famoso “no” a tutto) e per differenza. Hanno bisogno di trovare il loro “posto nel mondo” e ciò comporta l’attaccamento al proprio posto a sedere al Nido, al proprio ciuccio, piatto, lettino, pupazzo o bambola, mamma e papà, etc etc. Tutto è per loro strumento di conoscenza e comprensione di Sè, dell’Altro, del Mondo e non c’è altro modo per arrivare alla costruzione di questi elementi fondamentali se non partire dall’ “io”, dal “mio”.

 

 

L’“io”, il “mio” hanno pertanto  un significato evolutivo profondo e vanno rispettati in quanto passaggi fondamentali per lo sviluppo del bambino. Nel momento in cui noi abbiamo cura del suo bisogno di avere controllo sul proprio territorio e sui propri averi, egli può sentire di essere tranquillo e al sicuro relativamente a ciò e proprio questo senso di sicurezza lo farà procedere verso la condivisione e la cooperazione, consentendogli di attivare i circuiti neurali del coinvolgimento sociale.

E’ qualcosa che ho sperimentato diverse volte in prima persona durante il lavoro coi bambini sia al Nido che all’Infanzia. Nel momento in cui accade la contesa di un gioco, il fatto di mettere quanto sta avvenendo in parole e di garantire il possesso e la non forzatura alla condivisione, è proprio ciò che porta subito dopo i bambini a condividere e collaborare.

Un esempio. Giovanni, 2 anni, sta giocando con un cerchio rosso. Arriva Lucia che glielo agguanta e lo tira, provando a prenderlo. Giovanni resiste. Aspetto un attimo per vedere come evolve la situazione. Lucia continua a tirare e Giovanni a resistere, inizia a piangere. Intervengo verbalizzando quanto sta accadendo: “Lucia, vuoi il cerchio di Giovanni? Ci stava giocando lui, devi chiedergli se te lo presta” – “Giovanni, Lucia vorrebbe giocare col tuo cerchio. Ti va di prestarglielo?”. Qui si aprono due strade. Se Giovanni dice sì, a quel punto tipicamente lascia andare il cerchio e Lucia procede. Se Giovanni dice no: “Lucia, mi spiace Giovanni ora non vuole prestarti il cerchio, ci sta giocando lui. Quando ha finito te lo dà, vero Giovanni? Puoi cercare un altro cerchio che ti piace”. A questo punto, tipicamente Lucia lascia andare. E, sorprendentemente, non è infrequente che il Giovanni della situazione allunghi il cerchio nei suoi confronti. Oppure, ci gioca per un po’ e poi va a portarlo a Lucia quando ha finito.

Sostanzialmente si tratta, da un lato, di dare voce al pensiero dei bambini, i quali a questa età fanno ancora fatica a capire le intenzioni altrui e, dall’altro, di garantire il possesso degli oggetti.

Nel momento in cui il bambino si sente garantito e percepisce che nessuno lo sta forzando a lasciar andare le sue proprietà, può aprirsi all’altro, considerarne il punto di vista e attivarsi in questa direzione.

Io non dico mai che gli oggetti sono “di tutti” o che sono del “nido/scuola”. Ogni bambino è garantito in ciò che sta usando e non ci sono forzature allo scambio e alla condivisione in nessun modo durante i miei incontri.

E’ capitata anche, più di una volta, la situazione in cui un bambino prende per esempio tutti i cerchi disponibili e li utilizza da solo per giocare. Non ce ne sono altri quindi per i compagni. In prima battuta solitamente consento questo, senza dire al bambino frasi tipo: “i cerchi sono anche per gli altri, non puoi averli tutti tu” perchè magari agli altri non interessano. In seconda battuta, considero sempre che un bambino sa a che gioco sta giocando e a cosa gli serve.  Se anche non lo comprendo in quel momento, parto dal presupposto che lui lo sa e mi fido di questo. Qualora ad un certo punto qualcuno reclamasse il cerchio, il mio intervento solitamente è tipo questo: “Lucia, vuoi giocare con un cerchio anche tu? Di che colore ti piace?” – “Giovanni, anche Lucia vorrebbe giocare con un cerchio. Ti va di prestarle quello blu?”. Se glielo presta, bene. Viceversa, procedo come prima: “Lucia, mi dispiace, ora Giovanni non vuole prestarti il cerchio blu, quando ha finito te lo dà, intanto possiamo fare altro…”. A questo punto, molto probabilmente, Giovanni lascerà andare il cerchio blu. Accade quasi sempre 😉 . E se non accade, Lucia imparerà ad aspettare e ad attivare la sua capacità di problem solving, cercando di soddisfare in altro modo le sue necessità.**

Qualcuno probabilmente penserà che ciò è ingiusto verso la Lucia della situazione, ma i bambini 0-6 anni e ancora di più 0-3 anni non hanno un senso moralistico come il nostro di adulti e quindi non dovremmo applicare a loro le nostre categorie di ragionamento. Al contrario, è proprio rispettando le loro proprietà di quel momento e garantendogli la sicurezza del possesso che attivano la capacità di condividere, se non subito, sicuramente nel tempo.

Winnicott diceva che la vera autonomia viene da un bisogno di dipendenza soddisfatto. Allo stesso modo, a mio avviso, la vera generosità/condivisione viene da un bisogno di possesso soddisfatto. Più il bambino è tranquillo rispetto al possesso, più è in grado di lasciar andare. Più è forzato alla condivisione e non vede protette le sue proprietà, più rischia di diventare avido.

Ciò significa anche, per esempio in famiglia, garantire tra fratelli che ognuno abbia ben chiaro il proprio territorio e “marcati” i propri oggetti. Quindi meglio evitare una cesta di giochi per tutti, ma ognuno la sua, proteggendo il più grande rispetto al fatto che non deve lasciare spazio al più piccolo, “perchè è piccolo”, di “depredare” i suoi giochi.

I bambini hanno tutto il tempo per imparare a condividere, cooperare, essere generosi e se ciò non accade nei primi anni non significa che cresceranno egoisti. C’è un tempo per tutto e il periodo prescolare, soprattutto 0-3 anni, è quello in cui si gettano le fondamenta della personalità. E’ importante che queste fondamenta siano solide e il bambino possa costruire se stesso progredendo in accordo con la sua tappa evolutiva, la quale non prevede la condivisione spontanea a 3 anni. A questa età il bambino ha bisogno di costruire se stesso anche attraverso il possesso degli oggetti e il controllo del territorio e noi dobbiamo tenerne conto per lavorare in accordo con la tappa evolutiva stessa.

Ricordiamo sempre, inoltre, che l’insistenza genera resistenza, in qualsiasi ambito e a tutte le età. Di conseguenza più noi forziamo la mano, più rischiamo che il bambino resti fissato proprio su ciò che non vorremmo.

Per sostenere quindi l’espressione della condivisione e della cooperazione, abbiamo bisogno di uscire dalle categorie moralistiche adulte del “giusto/sbagliato” e dare tempo e modo ai bambini di esaurire il loro bisogno di possesso, necessario per la costruzione del Sè nei primi anni di vita, in modo che possano poi in maniera libera e serena aprirsi allo scambio ed alla condivisione con gli altri.

 

 

* per approfondire questi aspetti, puoi scaricare qui il mio ebook gratuito dove leggere come funziona lo sviluppo cerebrale nella prima infanzia

 

** ci tengo a sottolineare che questi sono solo alcuni esempi per dare un’idea di intervento educativo possibile. Le considerazioni da fare, poi, sono in realtà tante di più e le sfumature diverse. Per brevità in questa sede non le tratto, ma chiaramente è sempre necessario essere flessibili e valutare situazione per situazione.