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di Daniela Corradi e Alessandra Dede’

 

 

“La macchina fotografica può rivelare segreti che l’occhio nudo o la mente non colgono. Sparisce tutto tranne quello che viene messo a fuoco con l’obiettivo. La fotografia è un esercizio di osservazione”

Isabel Allende, Ritratto in seppia

 

 

Nella documentazione pedagogica molti sono i linguaggi che si utilizzano: la scrittura, l’immagine (statica e in movimento), la grafica …

Tra questi la fotografia è senza dubbio il linguaggio più potente dal punto di vista comunicativo, utile per veicolare idee e messaggi alle famiglie utenti del servizio così come ad un pubblico esterno più vasto.

 

      L’immagine e la fotografia hanno un valore comunicativo e rappresentativo fortissimo in quanto in grado di evocare e di parlare a ciascuno di noi nel rispetto delle singole sensibilità e nella possibilità di veicolare connessioni e intrecci con altre immagini, altri passaggi, altri linguaggi (Malavasi & Zoccatelli, 2012, p.42)

 

Nei servizi educativi per l’infanzia se ne fa un uso molto vasto anche se talvolta poco consapevole. Il ricorso all’immagine sembrerebbe rispondere, in primo luogo, all’accoglienza del legittimo desiderio genitoriale di sentirsi partecipi della quotidianità dei servizi: scattiamo foto in modo che le famiglie possano conoscere e capire cosa vivono i loro bambini e le loro bambine all’interno del nido o della scuola dell’infanzia. Inoltre, si fa ampio uso della fotografia probabilmente perché la si reputa un mezzo conosciuto: tutti scattiamo foto e tutti abbiamo delle foto di noi scattate da altri. La fotografia ha portato da questo punto di vista una rivoluzione nelle tecniche di rappresentazione visiva che per lungo tempo sono state appannaggio di pochi (pensiamo alla pittura, alla scultura, al disegno). Infine, abbiamo un’esperienza molto diretta dell’efficacia della comunicazione pubblicitaria che, sostanzialmente, viaggia per immagini.

 

Eppure, nonostante siamo immersi in un mondo fotografico e nonostante il proliferare di immagini di vario genere in ogni aspetto della nostra quotidianità -o forse proprio questo-  saper leggere quelle stesse immagini –o saperne produrre di significative- è una competenza che non va data per scontata.

Si pensi alle molte immagini di bambini e bambine diffuse in rete, sui media e così via. Immagini che spesso sembrano banalizzare, ridicolizzare, adultizzare –quando non erotizzare – la rappresentazione stessa dell’infanzia. E’, allora, necessaria un’attenzione critica verso la comunicazione visiva per essere in grado di comprendere le immagini cui ci troviamo di fronte e di produrne di alternative.

Perché, dunque, scattare fotografie nei servizi all’infanzia?

Molte sono le riflessioni che potrebbero aprirsi. Ne scegliamo alcune che ci sembrano tra le più urgenti.

Fotografare è, come ci ricorda Isabel Allende (2002), un modo particolare di rivolgersi al mondo, di osservarlo con occhi diversi, di indagarlo. Ci stimola a guardarci intorno, cercando, domandando. Fotografare è, sostanzialmente, fare ricerca e, allo stesso tempo, rendere la ricerca visibile.

Fotografare -ed esporre- è una vera e propria azione educativa attraverso cui è possibile proporre interpretazioni della realtà (sui bambini e sulle bambine, sui servizi, sul lavoro o e così via). In questo senso, diventa un atto di responsabilità l’imparare ad utilizzare il potenziale comunicativo dell’immagine per trasmettere quello che noi vogliamo: la nostra idea d’infanzia, per esempio, o il tipo di lavoro che è di pertinenza dell’educatore.

 

 

Come ci aiutano le immagini? Le immagini sono più semplici da ricordare. Il linguaggio fotografico è diretto, arriva a colpire in un istante le nostre emozioni, la nostra attenzione… e se riesco a coinvolgere da punto di vista emotivo è più facile trasmettere contenuti. I significati educativi raccontati attraverso le immagini si fanno più concreti, più comprensibili.

Attenzione, però: non cadiamo nell’inganno di pensare che le immagini siano mediatrici di verità e non necessitino di alcuna interpretazione. Barthes sosteneva che la fotografia è un messaggio senza codice, aperto a molte letture (Barthes, 1982, p.7). Le immagini hanno lo stesso potenziale soggettivo ed interpretativo delle parole, ed è questo che rende una foto interessante, ma anche ambigua.

Quel genitore ha guardato le foto ma non ha colto quello che noi volevamo dire”: questo succede perché ciò che noi vediamo è influenzato dai nostri filtri, dalla nostra storia, dal contesto. Vedere è sempre un processo di scelta delle informazioni sulla base delle nostre personali attitudini, competenze e possibilità. Occorre allora trovare delle strategie per aiutare chi guarda a vedere ciò che l’educatore vuole mostrare.

 

 

In questa direzione le parole (titolo, didascalia) possono essere d’aiuto nel guidare lo sguardo dell’interlocutore. Certo, però, non è solo il contenuto di quelle parole a veicolare il messaggio. Non si può prescindere, per esempio, dall’aspetto grafico di quanto esposto, che coinvolge parole e immagini: il colore delle parole, la composizione delle fotografie, la collocazione del testo rispetto all’immagine o alle immagini e cosi via. Sono questi fattori che possono facilitare la lettura simultanea delle due componenti, quella iconica e quella testuale, rinforzando così la potenza comunicativa del messaggio.

 BIBLIOGRAFIA

 

 

 

 

 

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“Quando le fotografie raccontano”

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