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di  Stefania Chiaravallotti, logopedista 

 

Tutti i bambini, in assenza di patologie specifiche e tenendo conto delle estreme variabilità individuali,  iniziano a produrre le prime parole a partire dai 12 mesi. 

L’accesso al linguaggio verbale è preceduto e favorito dalla maturazione di una serie di competenze comunicative che il bambino sviluppa nel corso del primo anno di vita: i prerequisiti.

In assenza dei prerequisiti, il linguaggio verbale potrebbe emergere in ritardo o non emergere affatto.

Molto spesso l’attenzione è focalizzata esclusivamente sul linguaggio espressivo. Il più delle volte ci si accorge della presenza di difficoltà quando il bambino, all’età di due/tre anni o, nel peggiore dei casi, anche più tardi,  dice poche parole o non parla ancora. In questi casi spesso, purtroppo, si decide di aspettare ulteriormente in attesa di un recupero spontaneo o al contrario, spinti dalla preoccupazione e nel tentativo di stimolare il bambino,  si inizia a fargli un gran numero di richieste che vanno al di là delle capacità che possiede. 

In entrambe le situazioni il rischio è sempre quello di perdere tempo prezioso ed esporre il bambino a possibili insuccessi e frustrazione, con ripercussioni sulla sua autostima  e sulla sua relazione con le altre persone. 

Se il linguaggio verbale non emerge nei tempi previsti è possibile che il bambino non abbia ancora maturato i prerequisiti necessari e quindi, per sostenere al meglio il suo sviluppo, è necessario stimolarlo a questo livello.

Di seguito i principali prerequisiti  del linguaggio verbale.

 

  1. Intenzionalità e reciprocità. 

Alla base di ogni forma di comunicazione deve essere sempre presente la motivazione e l’interesse.

I bambini fin dalla nascita interagiscono con altre persone, inizialmente con comportamenti semplici, come il sorriso e lo sguardo, successivamente imparano ad utilizzare anche gesti e parole. Le numerose interazioni che si stabiliscono tra adulto e bambino, a partire dalle ruotine quotidiane della pappa, della nanna o del bagnetto, accendono nel bambino la motivazione alla comunicazione e gli fanno scoprire il piacere di ricercare l’altro, per esprimere una richiesta o condividere emozioni, interessi e desideri. Alcuni bambini però, possono non mostrare interesse alla comunicazione. Ad esempio,  non reagiscono alle stimolazioni ambientali, non si voltano se vengono chiamati per nome, non iniziano un’interazione con un’altra persona, non accettano di condividere o modificare giochi e attività nelle quali sono coinvolti, non cercano di richiamare la nostra attenzione su qualcosa. 

Sono  due prerequisiti fondamentali,  la cui assenza può essere indice di importanti difficoltà di sviluppo, non solamente di tipo linguistico.  

 

  1. Contatto visivo 

A partire dai tre mesi di vita il bambino acquisisce la capacità di agganciare e mantenere  lo sguardo della persona che interagisce con lui. Inizia la cosiddetta interazione “faccia a faccia”: ci si guarda, si vocalizza insieme, si sorride. Grazie a questo contatto visivo che nel tempo diventa sempre più stabile, si realizzano le cosiddette “proto conversazioni”: scambi comunicativi durante i quali adulto e bambino alternano suoni e movimenti come se fosse un vero dialogo. Il bambino in questo modo ha la possibilità di ricevere informazioni su più livelli: comprendere gli aspetti della comunicazione non verbale (intonazione della voce ed espressioni del viso) ed osservare i gesti e i movimenti della bocca mentre l’adulto gli parla, favorendo così i primi tentativi di imitazione. 

 

  1. Triangolazione dello sguardo e attenzione condivisa 

La  triangolazione dello sguardo si realizza quando il bambino diventa capace di guardare alternativamente l’adulto ed un oggetto o evento esterno che ha attirato la sua attenzione (intorno ai 9-10 mesi).  L’interazione esclusiva che prima avveniva tra madre e bambino o con un altro adulto  ora passa attraverso la condivisione di qualcosa che diventa “argomento di conversazione”. Quando adulto e bambino prestano attenzione e condividono qualcosa di esterno mantenendo al tempo stesso un coinvolgimento reciproco si realizza l’attenzione condivisa (o congiunta): prerequisito basilare per gli scambi comunicativi.

L’attenzione condivisa è una competenza sociale e ci dà informazioni sulla capacità del bambino di interagire con il mondo che lo circonda. 

I bambini maturano questa competenza in modo naturale e spontaneo, osservando ed imitando i comportamenti dell’adulto. Una diminuzione dell’attenzione condivisa è speso associata a difficoltà in altre competenze sociali, come il contatto visivo e l’interazione spontanea, segnale di rischio di importanti difficoltà dello sviluppo.

 

  1. Imitazione

La capacità di imitare è fondamentale per ogni tipo di apprendimento non solo per il linguaggio.

I bambini imparano imitando e ripetendo ciò che vedono fare agli adulti. 

Nasciamo predisposti ad imitare. E’ un’abilità che si presenta molto precocemente  ma è anche un processo graduale. Prima che si manifesti la capacità di imitazione a livello verbale, il bambino deve imparare ad osservare e ripetere  suoni, vocalizzi, gesti, espressioni del viso e azioni degli adulti durante le routine quotidiane. Solo successivamente sarà in grado di ripetere le parole. Offrire  frequenti e costanti opportunità di osservare, ascoltare e ripetere, consente al bambino di affinare l’abilità di percepire e differenziare i suoni e di eseguire movimenti di articolazione (movimenti coordinati di lingua e labbra) sempre più complessi necessari per la corretta produzione delle parole. 

 

  1. Gesti comunicativi intenzionali (gesti per “parlare”)

L’uso dei gesti precede sempre l’utilizzo delle parole.

 A partire dai nove mesi di vita, il bambino diventa consapevole delle proprie possibilità comunicative e dell’effetto che i suoi segnali vocali e gestuali avranno sull’adulto che si prende cura di lui.

Inizia ad utilizzare i gesti, definiti intenzionali deittici, spesso accompagnati da vocalizzi, per richiedere o condividere qualcosa con l’adulto. I primi gesti intenzionali  sono la richiesta e la denominazione. Il bambino generalmente effettua la richiesta  tendendosi  verso l’oggetto, a volte con un movimento di apertura e chiusura del palmo della mano mentre guarda l’adulto. La denominazione viene espressa attraverso il dare (lascia andare un oggetto nella mano dell’adulto), il mostrare (solleva l’oggetto verso l’adulto), l’indicare (stende il braccio o punta l’indice in una determinata direzione). 

Intorno ai 12 mesi compaiono i gesti referenziali che nascono da situazioni di interazione sociale, ad esempio: fa ciao ciao, copre gli occhi per dire “cucù”, batte le manine per dire “bravo”, tocca la guancia col dito per dire “è buono”, allarga le braccia per dire “non c’è più”.

 

  1. Gioco simbolico

Il gioco è la principale forma di apprendimento del bambino e  la sua evoluzione nel corso della crescita fornisce anche molte informazioni sullo sviluppo delle sue competenze comunicative e linguistiche. 

Il bambino inizialmente esplora gli oggetti a livello sensoriale: li manipola, li porta alla bocca, li lancia, li sbatte l’uno contro l’altro.

A partire dai 12/14 mesi  emerge la capacità di rappresentazione che trova espressione nel gioco simbolico o del “fare finta di”.

Le prime fasi del gioco simbolico partono da quello che viene definito il “” rappresentato: il bambino utilizza su di sé l’oggetto reale (ad esempio si pettina con il pettine). Successivamente passa alla rappresentazione sull’altro che può essere un adulto o un altro oggetto: da’ da mangiare alla bambola o alla mamma oppure prende la bambola e le fa spingere un passeggino. 

Un momento molto significativo del gioco simbolico, che si sviluppa intorno ai 18 mesi, è  l’introduzione dell’oggetto “neutro”: il bambino usa un oggetto facendo finta che in realtà sia qualcos’altro, ad esempio fa finta di pettinarsi con un bastoncino. 

Altrettanto importante è il  gioco simbolico in sequenza, che il bambino effettua intorno ai 2 anni. 

La capacità di attribuire una funzione simbolica ad un oggetto è un prerequisito fondamentale per la capacità di denominazione. Per poter utilizzare le parole, il bambino deve estendere la competenza simbolica anche a livello verbale, deve cioè comprendere che anche le parole sono un simbolo e che possono essere usate per rappresentare qualcosa. 

La varietà del gioco ed in particolare la produzione di una sequenza di azioni simboliche durante il gioco, è strettamente correlata alla capacità di combinare parole e frasi e quindi con lo sviluppo della grammatica. Il bambino  mentre gioca (anche se non parla), sta denominando gli oggetti, sta rappresentando una frase rispettando la successione temporale delle azioni (pensiamo ad esempio, alla sequenza di azioni necessarie per fare la pappa o per fare il bagnetto alla bambola). 

 

 

Riferimenti bibliografici

Stella G. (2000), Sviluppo cognitivo. Ed. Mondadori

Caselli M.C, Casadio P. (2007), Il primo vocabolario del bambino. Milano: Ed. FrancoAngeli

Sabbadini G.(2001), Manuale di neuropsicologia dell’età evolutiva. Ed. Zanichelli