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di Silvia Iaccarino

 

Un aspetto che talvolta non viene tenuto in sufficiente considerazione nella relazione educativa è l’influsso del nostro stato emotivo sui bambini e sul loro comportamento.

 

 

Come poeticamente afferma Leboyer, il bambino conosce tutto di noi, sa leggerci dentro in modo profondo, nulla gli sfugge dei nostri moti interiori e delle nostre emozioni.

Il bambino è un essere sociale, che nasce fortemente predisposto per la relazione e per cogliere in modo raffinato il linguaggio del corpo, il linguaggio non verbale.

Appena mettiamo il piede in casa (o al Nido, a Scuola), egli ci “scannerizza” e sa subito capire come ci sentiamo, se siamo turbati, se qualcosa ci preoccupa. Vale per i genitori, vale per i professionisti.

Poi, fatta questa lettura, ovviamente il bambino non sa darsi una spiegazione razionale: “La mamma ha avuto una brutta giornata al lavoro”, piuttosto che “il papà è preoccupato per la rata del mutuo”, “la maestra questa notte non ha dormito”…

Il piccolo “semplicemente” sente come stiamo ed a questo sentire risponde in risonanza. Per cui, se siamo agitati, tende ad agitarsi, se siamo preoccupati, tende a preoccuparsi, e così via. Gli umani sono naturalmente predisposti a sintonizzarsi ed a risuonare con gli stati emotivi altrui, succede anche a noi adulti.

Così, il bambino, contagiato dall’emozione dell’adulto, potrebbe a quel punto dis-regolare il proprio comportamento, “fare i capricci”, utilizzare modalità aggressive, distruttive, e così via.

Pertanto, uno dei punti da tenere sempre presenti quando si riflette sulla relazione coi bambini, prima di attribuire loro “etichette negative”, è riflettere su di sé:  “ma io come sto in questo momento? Qual è il mio stato d’animo? In che modo esso influisce sul comportamento del piccolo?”.

E da lì partire, per esempio, esplicitandogli come ci si sente: “Giovanni, mi dispiace, oggi ho avuto una pessima giornata in ufficio e ora sono veramente stanca. Dammi 10′ che mi riprendo e poi giochiamo insieme”.

In questo modo, forniamo al bambino un esempio di come comunicare al meglio con gli altri, da un lato e, dall’altro, evitiamo che egli prenda su di sè il nostro carico emotivo.

I bambini non hanno bisogno di adulti “perfetti” che si occupano di loro, ma di adulti “umani” che mostrano le proprie difficoltà, oltre che i propri punti forti, passando così implicitamente l’idea che, nella vita, si può sbagliare, si può fare fatica, ma che tutto questo si può maneggiare e superare.