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di Silvia Iaccarino, foto di Sandra Lencioni e dell’equipe del Nido “Il Paese delle meraviglie” di Lucca 

 

 

Il pranzo rappresenta un passaggio chiave nei servizi educativi 0-6 anni, ed è ancora più significativo al Nido, dove l’età dei bambini e la loro forte dipendenza dagli adulti richiede una responsabilità sostenuta da parte degli educatori nel pensare questo delicato momento affinché i piccoli possano viverlo al meglio. 

La dimensione della cura al Nido vede intrecciati diversi aspetti, tutti importanti, i quali, se ben progettati e pensati, possono garantire le necessarie condizioni per favorire il benessere dei bambini ma anche degli adulti che se ne occupano.  

Esiste una dimensione fisica e materiale della cura rispetto alle azioni concrete che, nella quotidianità, rivolgiamo ai bambini, come, ad esempio, aiutarli a sedersi, a mettere il bavaglino, imboccarli, pulire loro le mani e il viso dopo il pasto, e così via. Si tratta di gesti che richiedono delicatezza e sensibilità, perché qualsiasi azione compiamo sul corpo del bambino veicola sempre un messaggio affettivo implicito e che parla, da un lato, della nostra idea di bambino in generale e, dall’altro, del rapporto con quel bambino in particolare. 

Infatti, non ha la stessa valenza, per esempio, infilare un bavaglino con forza e velocità rispetto al compiere la stessa azione con gentilezza e lentezza. Il bambino destinatario del nostro gesto come si sentirà a fronte di queste due situazioni? In quale delle due condizioni si sentirà benvoluto e sperimenterà benessere? E che cosa desumerà di sè e di come noi lo consideriamo nei due diversi casi? 

Questa dimensione, come le altre che vedremo a breve, va sempre attentamente monitorata, riflettuta e pensata, affinché si possa evitare di incorrere in modalità automatiche, abitudinarie, meccaniche, fredde, sterili, connotate da velocità, spontaneismo e assenza di pensiero consapevole, freddezza emotiva, condizioni nemiche di una reale attenzione, accoglienza e cura dei bambini di cui ci occupiamo. 

Oltre alla dimensione fisica e materiale, la cura contempla una altrettanto significativa dimensione organizzativa, senza la quale la cura stessa difficilmente può essere svolta con qualità. 

Per mantenere il focus sul pranzo, si tratta, in particolare, dell’allestimento dell’ambiente in cui questo avviene e che si esplicita nella cura dello spazio, della tavola, nonché nella cura di come esso si  svolge.

Solo a titolo di esempio: è presente un’unica tavolata oppure ogni gruppo ha un tavolo? La tavola è apparecchiata in anticipo con tovaglia e stoviglie o no? I bambini fanno o no i “camerieri”? Le stoviglie sono di ceramica, vetro e acciaio o è tutto in plastica? Dove si siedono gli educatori? Mangiano coi bambini oppure no? E al tavolo è seduto l’educatore di riferimento o cambia sempre? Quale grado di autonomia i piccoli possono avere durante questa esperienza? Chi impiatta il cibo? E’ presente un carrello su cui appoggiare tutto il necessario oppure no? E’ presente l’acqua a tavola oppure no? etc etc.

Anche in questo caso è molto importante che gli educatori si interroghino continuamente e monitorino il proprio agire, sia individualmente che in equipe, per verificare in che modo, a partire dagli obiettivi dichiarati dal Servizio, di fatto poi questi si raggiungano o meno. 

Infine, ultima ma non certo ultima, troviamo la dimensione emotiva della cura. Essa riguarda le emozioni implicate nella relazione educativa tra educatrice e bambino, e le emozioni stesse dell’adulto e del bambino. E’ necessario che le pratiche di cura siano connotate da emozioni “positive” in grado di nutrire affettivamente il bambino e di garantirne il benessere globalmente. L’educatrice dovrebbe pertanto essere in grado di gestire le emozioni dei piccoli di cui si prende cura, così come le proprie. 

Rispetto al pranzo, in particolare, è importante curare l’aspetto relazionale, compresa la convivialità da un lato e, dall’altro, avere rispetto per i bisogni, i gusti e i disgusti dei bambini, al fine di avviare una corretta educazione alimentare, libera da ansie e forzature. 

A partire da queste premesse, intendo qui di seguito delineare alcune (spero) utili indicazioni pratiche affinché queste tre dimensioni possano essere abitate al meglio durante il momento del pranzo, con l’obiettivo di favorire il benessere dei piccoli come degli educatori. 

NB. Quanto segue vuole semplicemente essere uno spunto di riflessione e non un elenco rigido di indicazioni perentorie 😉  La possibilità o meno di mettere in pratica tali indicazioni dipende da molti fattori: ambientali, organizzativi, relazionali… e ogni equipe dovrà valutare cosa è sostenibile e gestibile per il proprio Servizio e per il proprio gruppo di lavoro e cosa non lo è. 

 

Elementi per un “buon pranzo” al Nido

 

 

  • In prima battuta, sottolineo l’importanza di dedicare al pranzo la stessa attenzione che si dedica alle attività didattiche. Questo rituale, infatti, non dovrebbe rappresentare una sequenza di azioni da svolgersi rapidamente per passare ad ‘attività più importanti’.  Inoltre, i momenti di cura non possono essere estemporanei, ma vanno attentamente progettati, riflettuti e ragionati in equipe, continuamente monitorando il proprio “saper essere” e “saper fare”. 
  • Sembra scontato, ma non sempre ciò accade: l’altezza di tavoli e sedie dovrebbe essere adeguata a quella dei bambini, in modo che essi possano stare comodamente seduti, appoggiando i piedi a terra, senza avere il viso troppo vicino al piatto. Laddove si utilizzi il seggiolone, dovrebbe esservi una superficie piana su cui il bambino può appoggiare i piedi. 
  • In particolare i più piccoli dovrebbero avere un posto fisso a tavola per garantire loro  prevedibilità e sicurezza. Con il passare del tempo, saranno i bambini stessi a chiedere di cambiare posto per pranzare accanto al compagno preferito. Tale possibilità può essere data, nel rispetto di altri bambini che potrebbero non essere pronti al cambio di posto. 
  • La tavola sarebbe auspicabile fosse apparecchiata con una tovaglia, anche per differenziare  questo momento da quelli in cui gli stessi tavoli vengono usati per le attività. In base all’età, l’ideale sarebbe utilizzare piatti di ceramica e piccoli bicchieri trasparenti possibilmente in vetro, posate in metallo di misura adeguata ai bambini, piccole brocche di vetro trasparenti, riempite con poca acqua, da cui essi possono versarsi l’acqua in autonomia. Ideali anche piatti da portata e utensili di dimensioni adeguate, tramite cui i bambini possono anche porzionarsi il cibo in autonomia. I bavaglini dei bambini è preferibile che abbiano l’elastico, in modo che essi possano indossarli da soli e NON andrebbero posizionati sotto il piatto… 
  • Con i lattanti è consigliabile evitare di dare da mangiare a tutti alla stessa ora, con “imboccamenti a batteria”: “il momento del pasto è delicatissimo in quanto risveglia come pochi la memoria di casa e delle persone più vicine. Quindi il cibo non può essere dato come se i bambini fossero macchine da riempire: ne metto sei in riga e li nutro uno dopo l’altro in quel modo anonimo che ricorda più i polli all’ingrasso che un piacevole ristorantino o l’intimità della famiglia” (G. Honegger Fresco). Sarebbe bene, invece, rispettare i tempi individuali, dedicandosi a uno o due bambini per volta, privilegiando un ordine che va dal ‘più affamato’ al ‘meno affamato’, stabilendo una rotazione fissa. In questo modo, i bambini vengono rispettati nel loro tempo individuale e la rotazione fissa permette loro di prevedere ciò che accadrà. I piccoli dovrebbero avere a disposizione a loro volta un piatto e, per chi  è in grado, un cucchiaino (sebbene dovrebbe essere consentito di mangiare con le mani) in modo da favorire l’autonomia. Mentre un paio di bambini stanno mangiando con l’educatrice, gli altri potrebbero continuare a giocare a terra in attesa del loro turno. Nella nostra cultura è abitudine che i più piccoli mangino sul seggiolone, sebbene per i lattanti si potrebbe valutare anche di dare da mangiare in braccio, per garantire il rapporto privilegiato uno a uno con l’educatrice, come si propone nell’approccio Pikler e come illustra anche la Honegger Fresco in “Un nido per amico”. Un’alternativa al classico seggiolone alto in cui i bambini vengono “infilati”, sono, ad esempio, queste piccole sedie in legno (Pikler woodworks), le quali hanno il vantaggio di favorire l’appoggio dei piedi a terra, senso di stabilità e padronanza, corretta postura, libertà di movimento: 

 

  • Evitare lunghe attese al tavolo. I bambini dovrebbero ricevere il pranzo appena si siedono. Il tempo di attesa deve essere limitato al massimo, pertanto è fondamentale una buona organizzazione, anche coordinandosi con il personale della cucina.
  • I bambini sono divisi su vari tavoli, quindi in piccolo gruppo, con la propria educatrice di riferimento che non si sposta né si alza, per tutta la durata del pasto. Ogni spostamento dell’adulto infatti tende a destabilizzare i bambini e mettere a repentaglio il loro senso di sicurezza. Rimanendo sedute, invece, si garantisce stabilità, tranquillità e si può promuovere l’autonomia dei bambini sostenendoli nel ‘fare da soli’. L’educatrice dovrebbe quindi avere accanto a sé un tavolino o un carrello, una mensola o un mobile, su cui in precedenza sia stato posto tutto ciò che può servire (acqua, scottex, posate e piatti di scorta, bicchieri, pane, etc).  
  • Lo spazio del pranzo NON dovrebbe essere caratterizzato da rumore e confusione, che creano tensione, non favoriscono la convivialità e possono stimolare isolamento o aggressività.
  • Le educatrici non dovrebbero chiacchierare tra loro, ma dedicarsi ai bambini, conversando con loro, favorendo il dialogo e lo scambio, in un clima di convivialità serena. 
  • Se i bambini non si servono il cibo da soli, fare porzioni piccole, in modo che essi non si vedano un piatto troppo pieno e che potrebbero faticare a terminare. 
  • A partire dai due anni, i bambini, a turno, possono essere coinvolti nell’apparecchiare e sparecchiare la tavola col ‘gioco del cameriere’ o in altri modi. È un’attività che va ben pensata e svolta con piccoli gruppi di bambini. All’inizio l’adulto spiega ogni passaggio con indicazioni precise, mostrando come si portano le stoviglie, dove collocare piatti, posate, bicchieri, etc. Tale attività, oltre a coinvolgere i bambini in modo emotivamente positivo, consente loro di esercitarsi sul piano cognitivo in azioni come classificazione, seriazione, lateralizzazione che favoriscono un equilibrato sviluppo cognitivo e motorio. 

 

 

  • I bambini sono invitati ad assaggiare i diversi alimenti, ma NON costretti, nemmeno all’assaggio. Evitare bracci di ferro sul cibo che possono compromettere un sereno rapporto col cibo, tenendo sempre presente che l’insistenza genera resistenza. “Il lavoro che le educatrici devono fare, sperando che loro per prime abbiano un rapporto tranquillo col cibo, è aiutare per gradi il bambino ad autoregolarsi, non sollecitandolo quando dice ‘basta’ e non obbligandolo a mangiare se respinge taluni cibi” (G. Honegger Fresco)
  • Evitare regole rigide e severe sullo stare a tavola. Questo momento è importante sia vissuto il più serenamente possibile. È importante che il bambino non associ emozioni ‘spiacevoli’ al momento del pasto. Rispetto alle regole è bene siano poche e precise e che si dia il tempo ai bambini di acquisirle.
  • Forte è la tentazione di giocare con l’acqua a tavola da parte dei bambini. In alcuni nidi si evita che ciò accada versando direttamente poca acqua nei loro bicchieri e/o fornendola solo a fine pasto. Soluzione semplice, ma che non sostiene l’autonomia dei piccoli né garantisce di soddisfare i loro bisogni. Meglio lasciare piccole brocche a disposizione da cui poter versare l’acqua oppure i bambini stessi possono servirsi. Utile dotarsi di spugne e scottex a portata di mano, sollecitando dove necessario i bambini ad asciugare. L’adulto attento coglie comunque il bisogno dei bambini di giocare con questo elemento e può quindi proporre successive esperienze di gioco con l’acqua senza particolari limitazioni.
  • Evitare canti e altri stratagemmi per intrattenere i bambini in attesa del cibo. Piuttosto è fondamentale agire sull’organizzazione e fare in modo che sia tutto il più coordinato possibile cosicché i tempi tra una portata e l’altra siano ridotti al minimo, comunque favorendo il dialogo anche in tali frangenti. Un modo diverso e alternativo di gestire il pasto potrebbe essere quello di utilizzare il piatto unico, ovvero servendo contemporaneamente primo, secondo e contorno in modo che ciascun bambino possa autonomamente e liberamente scegliere da cosa iniziare a mangiare, rispettando il proprio ritmo. 
  • Evitare frasi come: “bravo hai mangiato tutto”. Un bambino non è ‘bravo’ perché mangia tutto.  Se mangia tutto vuol dire che ha fame e che gli piace quanto è stato proposto. Meglio “Hai mangiato tutto, avevi proprio fame!” oppure “Vedo che oggi la pasta ti è proprio piaciuta!”. Evitare anche i paragoni: “Guarda Giorgio, che bravo…ha mangiato tutto”: commento umiliante per il bambino a cui viene rivolto. Oltre tutto, si rischia che poi il bambino mangi non perché ha fame e il cibo è di suo gusto, ma per compiacere l’adulto. Non è questo, però, il modo di rispettare il bambino, i suoi gusti e ritmi, la sua capacità di autoregolarsi e di imparare a conoscersi.

Per quanto riguarda il rapporto coi genitori rispetto a questo delicato momento, è utile scambiare informazioni con essi in merito alle abitudini alimentari dei bambini ed al loro livello di autonomia a tavola, ecc. sottolinenando e descrivendo loro non sono il cosa e il quanto il figlio ha mangiato  ma anche il come.

Queste indicazioni intendono sostenere un’idea di bambino competente, a cui dare fiducia sia rispetto alla sua capacità di autoregolazione relativamente al cosa e quanto mangiare, sia rispetto alla sua capacità di diventare via via sempre più autonomo nel prendersi cura di sè e di chi lo circonda.

I suggerimenti forniti mirano a far sì che il momento del pranzo possa essere il più sereno e ben organizzato possibile, in modo che gli educatori siano nelle migliori condizioni per poter favorire un ruolo via via sempre più attivo e protagonistico da  parte dei bambini, garantendo una buona qualità relazionale e la convivialità necessaria a far sì che questo momento sia arricchente e nutriente non solo sotto il profilo alimentare ma anche relazionale e umano.

 

 

BIBLIOGRAFIA

  • Bellucci M.T. (a cura di), Il nido. Educazione e cura nella prima infanzia, ed. Carocci
  • Galardini A.L., Crescere al nido. Gli spazi, i tempi, le attività, le relazioni, ed. Carocci
  • Goldschmied E., Jackson S., Persone da 0 a 3 anni, ed. Junior
  • Honegger Fresco G., Un nido per amico, ed. La Meridiana
  • Marchioli G., Vigoni S., Vita quotidiana al Nido. I contesti di cura, ed. La Scuola
  • Ripamonti D., Tosi P., I momenti di cura nei servizi e nelle scuole per l’infanzia, ed. Junior

Per approfondire: A tavola si cresce!