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di Daniela Corradi, educatrice, pedagogista, cultrice di materia in Teorie e pratiche della narrazione presso Università di Milano Bicocca

 

Il tema della documentazione – e in particolar modo della documentazione pedagogica – accompagna sempre più spesso l’attività educativa all’interno dei servizi educativi. Da un lato, si documenta in una logica interna al servizio per tenere traccia di ciò che si ritiene importante e poterci tornare sopra con una pratica riflessiva (adulti e bambini); dall’altro, si documenta per divulgare le esperienze oltre i confini del servizio rendendole note, comprensibili, confrontabili, ripetibili e criticabili. Si tratta, nel secondo caso, di tutte quelle documentazioni (carta dei servizi, materiale informativo, progetti educativi, diari del bambino, ecc.) che si propongono di dialogare con le famiglie, il territorio e, più in generale, con la società.

La documentazione sembrerebbe quindi ormai consolidata come pratica: ma cosa ne pensa chi lavora sul campo?

In un percorso di formazione realizzato sul tema, con una sessantina di educatrici per la prima infanzia, è emerso come di fronte a un’enorme varietà e articolazione nelle pratiche di documentazione, emergono differenti stati d’animo, anche contemporanei: da un lato piacere e desiderio che rimandano agli aspetti di testimonianza, ricerca, verifica, progettazione e riprogettazione; dall’altro, e con analoga intensità, viene espressa la fatica e l’insoddisfazione per  una documentazione vissuta come pratica archivistica e burocratica, come un dovere e, talvolta, una perdita di tempo. Molto discusso il senso di frustrazione rispetto a una documentazione che sembra non trovare interlocutori interessati o verso cui ci si sente inadeguati per mancanza di risorse e competenze.

Proprio questa situazione di crisi e disorientamento sembra rendere estremamente necessaria l’acquisizione di consapevolezze e competenze nei confronti di una pratica documentativa in grado di “rendersi leggibile”, di comunicare in modo efficace contenuti, idee e valori educativi dei servizi, così come la ricchezza delle potenzialità di bambini e bambine.

Due sono i rischi, a nostro parere, che si corrono quando si pensa alla documentazione per l’esterno del servizio: il primo è quello di rinchiudersi nell’autoreferenzialità, adottando un linguaggio e formule comunicative non comprensibili dai non addetti ai lavori; il secondo riguarda l’essere risucchiati in una logica di promozione del prodotto/soddisfazione del cliente che non si assume la responsabilità di proporre alternative.

 

Foto: archivio Nidi Comunali di Cinisello B.mo Mi)

 

Per acquisire una postura documentativa è invece necessario partire da due esigenze: da un lato, si tratta di operare uno sforzo di chiarificazione rispetto alla propria identità di servizio, i propri valori, la propria idea di lavoro educativo, aprendosi ad una dimensione interlocutoria con le famiglie e col territorio; dall’altro, di assumersi la responsabilità di veicolare un preciso punto di vista sull’infanzia. Questo secondo aspetto appare sempre più attuale se prendiamo in considerazione le rappresentazioni dell’infanzia che attraversano i mass media e che ne rimandano un’immagine banalizzata, adultizzata, ridicolizzata. Abbiamo bisogno di contrapporci a questo immaginario con esempi che rendano visibili e tangibili le incredibili competenze e gli straordinari processi di apprendimento di bambini e bambine.

Si tratta, come ricorda Elisabetta Biffi (2014), di farsi carico di una responsabilità etica nel mandato di documentare l’educare, che contribuisca a coltivare una cultura educativa diffusa, ovvero una sensibilità collettiva al valore dell’Altro-bambino e del lavoro educativo nei servizi.

 

Foto: archivio Nidi Comunali di Cinisello B.mo (Mi)

Ecco che allora carte dei servizi, brochure informative, progetti educativi, diari del bambino, possono rappresentare importanti occasioni per rendere visibili e accessibili le storie di educazione che avvengono nei servizi e i relativi pensieri che le sostengono, ma questo ancor più evidenzia la necessità di impadronirsi di strumenti metodologici e tecnici per rendere il proprio messaggio efficace e comprensibile.

 

  • Biffi E. (2014), Le scritture professionali del lavoro educativo, FrancoAngeli, Milano

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