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di Paola Tonelli, formatrice e pubblicista

 

 

I bambini di oggi crescono troppo lontani dalla natura e  certamente non  per una loro scelta, un loro desiderio. Mi convinsi di questo nel lontano 1972 quando mi recai in Svizzera per un corso di formazione tenuto da Dora Kalff, psicanalista allieva di Jung, sul “Sand play”: tecnica terapeutica da lei  ideata. Parlò molto a lungo dell’importanza del contatto diretto con gli elementi naturali. Ci spiegò quanto rischiose fossero per lo sviluppo psichico le condizioni di vita dei bambini delle grandi metropoli, quanto l’allontanamento dal contatto diretto con la natura potesse generare un negativo allontanamento dalle emozioni.

I bambini, si sa, da sempre amano giocare con la terra, con la sabbia, con i materiali naturali, tuttavia questi giochi non sono ritenuti molto importanti, né seguiti con attenzione dalla maggior parte degli adulti: madri, padri e insegnanti. Da alcuni anni se ne comincia a parlare con più forza in alcune “zone di eccellenza”. Purtroppo la maggior parte delle scuole-nidi resta lontana ed altri tipi di progetti conquistano spazi/tempi/importanza molto superiori. Eppure nelle nostre città, sempre più invase dal cemento, dove il contatto con la terra è sempre più difficile, si comincia ad avvertire quali gravi conseguenze potrebbe avere l’allontanamento del bambino dal contatto con gli elementi naturali.

Per molti anni ho lavorato, come insegnante prima e come formatore dopo, nelle Scuole dell’Infanzia e nei nidi del Comune di Roma. Trovandomi ad operare in una grande città avvertii, già negli anni 80, crescenti difficoltà anche tra i bambini più piccoli. Fin da quando arrivavano al mattino erano evidenti, in molti  di loro, segni di stanchezza, nervosismo, malinconia o irrequietezza eccessiva. Accogliere, alle 8 del mattino, bambini con gli occhi tristi e segni di affaticamento mi spinse a riflettere, a guardarmi intorno per capire come affrontare tutto ciò. Perché tutti questi problemi? Cosa stava succedendo, cosa bisognava fare?

  • Sono sempre meno autonomi a causa della fretta crescente: vengono imboccati, vestiti, accompagnati, programmati.
  • Sono sempre più passivi. Questa è la naturale conseguenza della mancanza di autonomia. Come ha scritto Natalia Aspesi sono sempre più: “inventati e costruiti dagli adulti, totalmente dipendenti dalle scelte dei grandi, che determinano la qualità della loro vita.”
  • Troppo presto virtuali e incapaci di giocare.
  • Molti di loro sono arrabbiati o

La tecnologia non va certo demonizzata ma il contatto con essa deve essere riequilibrato attraverso il contatto diretto con la natura. Ci siamo troppo allontanati da essa. Questo è stato il pensiero della Kalff ed è oggi quello di autori più recenti come Richard Louv e dell’eco-psicologia. Essi parlano di un “disturbo da deficit di natura”. Sono in aumento i pericoli normalmente legati alla sedentarietà, come obesità e diabete, e quelli legati allo sviluppo psicologico: disattenzione, svogliatezza, noia, depressione, ansia. Per questo oggi diventa molto importante, oserei dire urgente, portare il più possibile negli spazi aperti i nostri bambini.

Considero un diritto dei bambini, di tutti i bambini, essere portati il più possibile a contatto con la natura anche quando vivono in città. Per quanto detto fin qui: oggi ne hanno più bisogno di ieri.  A casa e a scuola trascorrono troppo tempo seduti e al chiuso tra quattro mura: chiusi in scatole sembrano perdere la capacità di respirare e il respiro è vita.

Stanno fiorendo esperienze nuove estremamente interessanti come gli Asili nel bosco e gli Agri nido ma la mia ricerca è maturata pensando alle migliaia e migliaia di bambini meno fortunati che abitano in città: è possibile fare qualcosa anche nelle situazioni meno fortunate?

Ritengo necessario affermare con forza che si deve fare qualcosa!  Si tratta di osservare con nuovi occhi i giardini e i cortili di città.  L’ambiente esterno è di per sé ricco di interesse per i più piccoli. Anche nei giardini più infelici i bambini riescono a scoprire possibilità di gioco e di esplorazione interessanti e benefiche. Naturalmente deve esserci, accanto a loro, un adulto attento che si mette in ascolto e che non li allontana con troppi divieti.

Quando i bambini possono accostarsi ai  materiali naturali, quando possono liberamente disporne, quando non sono costantemente bloccati: sanno bene cosa fare. Non potranno, tuttavia, improvvisarsi in poche ore. A loro serve continuità e quotidianità. Servono tempi di apprendimento lunghi e questi possono essere assicurati dalle scuole e dai nidi perché qui, i bambini, restano per molte ore al giorno. Potremmo dire che gli educatori e gli insegnanti abbiano un asso nella manica ma non se ne rendono conto. Far giocare all’aperto i piccoli che ci sono affidati non è perdere tempo ma dobbiamo imparare a sviluppare un metodo efficace.

Riflettendo sui corsi di formazione che conduco mi sono fatta l’idea che uno dei problemi più grandi sia quello di non saper più guardare l’infanzia, direi gustare l’infanzia.  Sembra essersi persa la capacità di vedere cosa accade sotto i nostri occhi. Gli occhi sono troppo spesso attenti ai fogli su cui sono stati scritti i progetti. Ci sono sempre più istruttori che maestri. Sembra essersi persa la capacità di prendere decisioni e di organizzarsi su quanto accade nella vita vera di ogni giorno. Compito dell’adulto dovrebbe essere quello di rispondere in modo utile a quanto attira l’interesse del bambino, a quanto cattura la sua attenzione in modo da offrirgli appropriati progetti o proposte.

Questo non è un invito allo spontaneismo tutt’altro, sono i bambini che devono poter essere spontanei e per raggiungere questo scopo l’adulto, che si prende cura di loro, deve essere potentemente organizzato e attento. Diverso deve essere il suo sguardo, diversa la curiosità e la voglia di capire, diverso l’ascolto, diversa l’organizzazione che aiuterà i bambini a procedere senza paura, senza divieti inutili.

 

Questo testo è stato tratto dal mio libro  “USCIAMO ALL’APERTO”, Edizioni ANICIA – Roma

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