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di Silvia Iaccarino

 

 

In questo articolo vorrei focalizzare un aspetto fondamentale della vita di noi umani per poi declinarlo rispetto alla vita dei bambini nei servizi educativi 06 anni: si tratta del tema della sicurezza, intesa nel senso del “sentirsi al sicuro”. 

In particolare, l’articolo è composto da due parti. In questa corposa prima parte, delineo gli aspetti teorici di quanto vado trattando affinché possano essere ben compresi. Potrebbe essere necessaria una seconda lettura o più per recepire del tutto le informazioni: è normale! 😉 

Nella seconda parte dell’articolo, a seguire, evidenzierò le ricadute pratiche della teoria, in modo che i professionisti dell’educazione possano avere chiare indicazioni rispetto a come, operativamente, lavorare al meglio coi bambini per favorire il loro senso di sicurezza al Nido/ a Scuola. 

Le ricerche scientifiche degli ultimi decenni, in particolare quelle neuroscientifiche, stanno sempre più aiutandoci a capire come funzioniamo da un lato e, dall’altro, a partire da ciò, a comprendere cosa è importante mettere in campo nel rapporto coi bambini affinché crescano al meglio.

Uno dei contributi a mio avviso più interessanti, anche se poco conosciuti, è quello di Stephen Porges con la sua “Teoria Polivagale”. 

Grazie ai suoi studi, questo ricercatore ha messo in evidenza l’importanza per noi umani di sentirci al sicuro nell’ambiente e nelle relazioni per funzionare al meglio, soprattutto sul piano sociale. 

La sua teoria, come molte ricerche scientifiche recenti, evidenzia come non dobbiamo mai dimenticare che, prima di tutto, siamo mammiferi e che il nostro funzionamento nel mondo è in gran parte basato su come i nostri sistemi rispondono alla sicurezza o minacciosità dell’ambiente.  Ci siamo evoluti, come umani, a partire dal fatto che, nel mondo animale, siamo prede e pertanto abbiamo dovuto sviluppare la capacità di monitorare costantemente l’ambiente per cogliere eventuali segnali di pericolo e garantirci così la sopravvivenza. 

In questo articolo, la prima parte è dedicata a illustrare a grandi linee la Teoria Polivagale mentre la seconda parte sarà focalizzata su come tradurla in pratica nel lavoro coi bambini. 

 

La “Teoria polivagale”

 

Porges ha scoperto che il nostro sistema nervoso autonomo, deputato alla gestione del nostro sistema vegetativo (ovvero dei nostri organi interni e ghiandole) grazie al sistema simpatico e parasimpatico, è significativamente coinvolto nel cercare di tenerci “al sicuro” attraverso un processo involontario che egli ha chiamato “neurocezione”. 

Sostanzialmente, Porges evidenzia che, in maniera automatica e del tutto FUORI dal controllo della nostra consapevolezza, a tutte le età, noi umani monitoriamo costantemente l’ambiente e le relazioni attraverso questo processo neurocettivo il quale ci porta a catalogare in modo istintivo  gli stimoli ambientali (compresi quelli di tipo affettivo e sociale) per capire se siamo al sicuro oppure se incombe una minaccia o un pericolo alla nostra incolumità (fisica e psicologica). 

La neurocezione è ben distinta dalla percezione, in quanto la seconda si esprime attraverso processi cognitivi volontari di interpretazione degli stimoli, mentre la prima è assolutamente istintiva. 

Il processo neurocettivo, fondamentalmente, ci porta ad essere attenti al mondo circostante, a tutti i livelli, per poter cogliere in tempo utile un eventuale stimolo rischioso o pericoloso ed attivare di conseguenza, qualora fosse necessario, i nostri meccanismi difensivi biologici di base.

Quali sono tali meccanismi? Si tratta del famoso istinto di lotta/fuga e del meno conosciuto “freezing”, ovvero il congelamento/svenimento/dissociazione.

Porges ha scoperto che il nostro sistema nervoso autonomo si è filogeneticamente modificato, nella transizione dai rettili ai mammiferi, in modo da sostenere i nuovi “programmi” di funzionamento di questi ultimi, più evoluti, per cui attualmente noi siamo dotati di modalità difensive sia arcaiche (rettili) che più recenti (mammifere). 

Come mammiferi, abbiamo sviluppato il sistema simpatico il quale è programmato per la lotta/fuga, per cui di fronte ad una minaccia mobilitiamo il nostro corpo o per lottare contro di essa o per fuggire qualora la lotta non fosse praticabile per vari motivi. Il sistema simpatico produce energia per consentirci di fronteggiare l’evento, anche andandola a recuperare dagli organi vitali e convogliandola verso i muscoli.  

Oltre al sistema simpatico, da tempo noto agli studiosi, Porges ha evidenziato che possediamo un altro sistema difensivo, ereditato dai rettili: il freezing. Tale possibilità difensiva si attiva in modo del tutto automatico quando ci sentiamo in pericolo di vita e non abbiamo la possibilità di lottare né di fuggire. Il nostro corpo, in questi casi, in modo autonomo e fuori dalla nostra volontà, ricorre alla finta morte congelandosi (come il topo nelle fauci del gatto), oppure svenendo, oppure ancora mettendo in campo la dissociazione psichica. Si tratta di una extrema ratio, che può venire attivata se la neurocezione cataloga un evento come pericoloso per la sopravvivenza dell’individuo,  senza che sia possibile fronteggiarlo utilizzando il sistema simpatico di lotta o fuga. Tale strategia difensiva è “pilotata” dal nervo vago, in particolare da quello che origina nel nucleo dorsale del tronco encefalico. 

La messa in campo da parte nostra di uno di questi due sistemi di difesa è FUORI dalla nostra volontà. E’ il sistema nervoso autonomo che, attraverso la neurocezione, valuta in modo rapido e istintivo le situazioni e “decide” se attivare il sistema simpatico (lotta o fuga) oppure il vago dorsale (freezing), in base alla gravità del pericolo ed alle nostre reali possibilità di sopravvivenza. 

Vi sono, infatti,  situazioni dove è più sicuro freezzarsi invece che lottare o fuggire. Per esempio, se qualcuno ci minaccia con un’arma, è più probabile sopravvivere se ci immobilizziamo piuttosto che provare a correre via o ad ingaggiare una lotta a mani nude…

Porges ha anche evidenziato che queste due vie difensive sono gerarchicamente stabilite, ovvero in prima battuta ricorriamo (involontariamente) al sistema simpatico e se questo non può essere efficace per i motivi già esplicitati, il sistema nervoso attiva il vago dorsale per il congelamento. 

La messa in campo del sistema di immobilizzazione, però, a differenza dell’uso del simpatico, per noi umani ha delle conseguenze. Mentre, infatti, una volta terminato l’evento minaccioso, tornare alla “normalità” dal sistema simpatico è relativamente veloce, utilizzare la via rettile del congelamento, filogeneticamente più antica e meno evoluta (è una via non mielinizzata, tra l’altro) fa sì che più difficilmente si possa tornare alla normalità. 

La via della dissociazione e della immobilizzazione,  neurologicamente è come se ci facesse precipitare in un pozzo, dove certamente possiamo avere più possibilità di sopravvivenza, ma da dove è anche più difficile uscire. 

La ricerca attuale di Porges, infatti, si sta concentrando soprattutto su come favorire l’uscita dal sistema di congelamento in modo più rapido, per consentire alle persone traumatizzate da eventi in cui hanno sentito di essere in pericolo di vita di poter riprendere più efficacemente la “normalità” delle proprie vite. 

Oltre a queste due vie, Porges ha scoperto un’altra via vagale (da qui il nome di “Teoria Polivagale”) che origina nel nucleo ambiguo del tronco encefalico e che egli definisce vago-ventrale. Questa via vagale è filogeneticamente la più recente in assoluto ed è deputata alla gestione del sistema di coinvolgimento sociale. E’ una via neurologica esclusiva dei mammiferi ed è sostanzialmente la piattaforma neurale che fornisce la guida alle nostre relazioni. 

Il nucleo ambiguo, dove origina il vago ventrale, gestisce anche i muscoli del volto e della testa, di conseguenza, come Porges ha scoperto, questa via vagale è strettamente connessa alla nostra espressività emotiva attraverso la mimica facciale, la prosodia e la vocalizzazione, le quali, come sappiamo, sono forti regolatrici delle relazioni sociali. E’ attraverso la nostra mimica ed attraverso la nostra voce ed il suo tono, opportunamente modulate in base alle situazioni, che noi principalmente regoliamo emozioni e relazioni, fin da neonati e siamo costitutivamente programmati per questo.

Tale via vagale è tipicamente mammifera in quanto siamo esseri sociali, a differenza dei rettili, ed abbiamo di conseguenza sviluppato, a livello neurofisiologico, la piattaforma neurale necessaria a veicolare le relazioni con i conspecifici. 

Da un punto di vista gerarchico, la via vagale ventrale è di ordine superiore alle altre del sistema nervoso autonomo e viene da noi utilizzata QUANDO CI SENTIAMO AL SICURO per coinvolgerci nella relazione con gli altri in modo efficace e positivo, consentendoci così di stare bene, di crescere al meglio e di recuperare le energie. 

In pratica, come funziona in modo integrato tutto questo? 

Quando la nostra neurocezione, in modo autonomo e involontario, decodifica l’ambiente come sicuro per noi (ambiente inteso sia in senso fisico che relazionale/psicologico), consente al vago ventrale (ovvero al sistema di coinvolgimento sociale) di funzionare permettendoci di utilizzare la nostra mimica facciale, la nostra voce e prosodia per entrare in relazione con gli altri in modo sereno, rilassato, positivo, permettendoci così di costruire relazioni di attaccamento sicuro, sane e in grado di mantenerci in equilibrio. 

Se invece la nostra neurocezione, in modo autonomo e involontario, legge nell’ambiente segnali di minaccia o di pericolo, mette in pausa il vago ventrale (e quindi il sistema di coinvolgimento sociale, di ordine superiore) per ingaggiare il sistema gerarchicamente inferiore del simpatico e prepararsi così alla lotta o fuga, oppure attiva il vago dorsale per l’immobilizzazione qualora valuti che la lotta o la fuga non sono adeguate in quel momento a garantire la sopravvivenza (fisica e/o psicologica).

Pensiamo per esempio ad una mamma col suo neonato: quando è tranquilla e si sente al sicuro, a partire dal suo vago-ventrale (piattaforma neurale del sistema di coinvolgimento sociale), interagisce col piccolo utilizzando il motherese ed espressioni facciali che lo tranquillizzano e co-regolano il suo stato emotivo e fisiologico, consentendo al piccolo di rinforzare a sua volta il vago ventrale e di ingaggiarsi quindi via via in modo sempre più articolato e complesso nella relazione, favorendo l’attaccamento sicuro e un positivo sviluppo socioemotivo, linguistico, cognitivo, etc.

Se invece la mamma è agitata e in preda all’ansia (intendo come stile relazionale e non una tantum), ovvero non si sente al sicuro psicologicamente parlando, il suo sistema di coinvolgimento sociale di ordine superiore non è attivato, ma lei sta funzionando a partire dal sistema simpatico. Di conseguenza, la qualità della sua interazione col bambino sarà molto diversa da quella poc’anzi esemplificata ed i segnali che invierà ad esso non contribuiranno a far sentire a sua volta il piccolo al sicuro, attivando anche in lui il sistema di mobilizzazione del simpatico, per cui potremmo avere un bambino a sua volta agitato, anche a livello motorio, oppure il piccolo potrebbe attivare il suo sistema di immobilizzazione e ritirarsi, implodere. 

Lo stesso potrebbe accadere nel caso di una mamma depressa, ritirata (sempre intendo in modo continuativo), preda del suo sistema di immobilizzazione dorso-vagale, per cui nuovamente il sistema di coinvolgimento sociale sarà disattivato e non invierà segnali di sicurezza al bambino, il quale reagirà a sua volta sentendosi insicuro e coinvolgendo il suo sistema simpatico o dorso-vagale in base a come la sua neurocezione leggerà la situazione (1). 

In entrambi questi ultimi due casi, l’attaccamento che emergerà dalla relazione sarà di tipo insicuro e lo sviluppo del bambino nelle varie aree sarà più probabilmente difficoltoso, come sappiamo dagli studi sull’attaccamento. 

Un aspetto fondamentale della Teoria Polivagale che Porges sottolinea e che, di fatto, tutti possiamo empiricamente osservare nella quotidianità sia nei nostri comportamenti che in quelli altrui (tanto di adulti che di bambini), riguarda come le nostre azioni siano neurologicamente fondate. 

Ovvero, quando ci sentiamo al sicuro, il nostro sistema di coinvolgimento sociale è nella condizione migliore per potersi esprimere e possono NATURALMENTE emergere comportamenti socialmente adeguati che favoriscono l’instaurarsi dell’attaccamento sicuro e di relazioni positive con gli altri. 

Quando non ci sentiamo al sicuro, il nostro sistema nervoso autonomo, in modo involontario, attiva il simpatico o il dorso vagale (a seconda di come la neurocezione legge la situazione), facendoci mettere in campo comportamenti che sono fuori dal nostro controllo volontario e che mirano a proteggerci, a qualsiasi costo. Ciò significa che possiamo attuare degli “agiti”, socialmente inadeguati con ogni probabilità, ma che “sono più forti di noi”. Ovvero, siamo in balia del nostro istinto di sopravvivenza il quale, in modo adattivo, cerca di fare il meglio che può per tenerci al sicuro. 

NB: La teoria polivagale tratta anche altri aspetti del funzionamento del sistema nervoso autonomo e che qui non tratterò per questioni di spazio. 

Nella seconda parte di questo articolo vedremo in che modo, nei contesti educativi 06, possiamo tenere conto di tutto questo per favorire l’ambientamento dei bambini da un lato e il loro benessere quotidiano dall’altro.

 

CONTINUA

 

 

 

1 ciò che Porges enfatizza, infatti, non è tanto la portata degli eventi in sè, ma il modo in cui la nostra neurocezione legge le situazioni e quindi la risposta difensiva che si attiva di conseguenza  (via del simpatico ovvero lotta/fuga o via dorso-vagale ovvero freezing).