di Simona Vigoni, pedagogista e psicomotricista

 

 

A volte le vedi arrivare la mattina presto con una scatola di scarpe piena di ritagli di legno, rigorosamente ancora tutti da scartavetrare, altre volte le vedi al computer nei momenti di pausa intente a trascrivere una chilometrica lista di materiali, i più disparati, ma obbligatoriamente di riciclo, da consegnare alle famiglie in occasione della riunione, altre volte ancora, le immagini con la “faccia tosta” in un negozio a chiedere scarti e rimasugli di gomme e tessuti che possano fornire alla vista, al tatto, all’udito spunti e tracce per i pensieri dei bambini, oppure compaiono con una busta di plastica piena di gomitoli…. la vicina di casa della suocera li stava per buttare via…”Sacrilegio!” Grida la collega alla vista di cotanta abbondanza…”Ma come si fa a buttare tutto questo ‘popò’ di roba?”

C’è chi porta la ruota di una vecchia bicicletta, chi il telaio di un ombrello consumato: “Scegliere oggetti che hanno già una storia, a volte non conosciuti dai bambini, oggetti che richiedono uno sforzo per essere capiti e interpretati significa offrire ai bambini situazioni che richiedono gesti nuovi, non conosciuti, nuovi movimenti, nuove prensilità, nuovi ingegni. Raccontare la vita degli oggetti, da parte degli adulti, significa poter consegnare ai bambini nuove storie (…) Significa, inoltre, poter disporre di un panorama molto ampio di cose che alimentano i pensieri e la creatività” (Malavasi L., Vitali B.,2016).

 

Che siano le vecchie cianfrusaglie di agazziana memoria, il ricco materiale povero di Elinor Goldschmied, “l’oro che luccica” dei materiali del centro Remida il messaggio è sempre quello: ecologico, etico, estetico, educativo, economico, sociale e se vogliamo anche politico.

E’ vero, ci siamo scelti una pedagogia dell’infinito che insegna come le cose funzionano e non come finiscono….ma questa è un’altra storia, cha ha un’altra direzione e un altro significato che qui non voglio approfondire….Questa è la storia di chi ci vuole insegnare che recuperare si può, che recuperare è trasformare, creare e anche curare. Questa è la storia di chi ci ricorda che solo l’industria ha inventato “il giocattolo” ed è la storia di chi ci rammenta che il mercato ha sì l’obiettivo di rendere altamente irresistibili e accattivanti i suoi prodotti, ma ha anche quello di renderli altrettanto velocemente privi di interesse…già, così gli occhi si posano su altri, nuovi e ancor più accattivanti, prodotti. Questa è la storia di un tempo più lungo e non lineare, fatto di andate e ritorni continui su quello che un oggetto, un materiale era, su quello che è e che potrà diventare grazie al potere che ciascuno di noi possiede e che aveva Re Mida, di trasformare in qualcosa di prezioso tutto ciò che toccava.

“Ecco allora che torna centrale il ruolo degli adulti e la loro possibilità di darsi come punto di riferimento dei bambini in termini di valori, scelte soprattutto in relazione al mercato e alla sua pervasività.(…) bisogna lavorare sulla consapevolezza dell’educatore che deve avere chiaro che dando un giocattolo si propone e si afferma un certo sistema sociale e culturale”*.

Dunque materiale povero non è sinonimo di povero materiale visto che la semplicità di base racchiude un ricco potenziale, apre un’infinità di possibili strade, tante quante sono le idee e le mani che le costruiscono…Dunque materiale di recupero è recupero di materiale, instancabile lavoro di ricerca che l’educatore consuma fuori dai servizi per spenderlo dentro le mura insieme ai bambini. E allora al lavoro…sta per arrivare un bastimento carico di….

 

*Caggio F. in Gioco, cultura e formazione (a cura di) Braga P. ed. Junior, 2005

 

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