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Qui di seguito trovi un mio articolo sul lutto apparso sul numero 3 della rivista “Educare 0-3” di gennaio/febbraio 2016

“Non è possibile elaborare completamente un lutto senza la presenza di un’altra persona”

(John Bowlby)

 

Il tema del lutto non trova molto spazio nella nostra società a causa della connotazione emotiva che lo accompagna e della centratura culturale sull’“eterna giovinezza”: si fa fatica a pensare e parlare della morte, a maggior ragione coi piccoli. Persino il termine stesso “morte” risulta difficile da pronunciare: si tende a percepirlo come “troppo forte”, preferendo spesso parole più “morbide” come dipartita, decesso o scomparsa.

Eppure la morte è ineludibile, innegabile, imprescindibile, parte essenziale della vita stessa.

La morte di un animale domestico o quella di un nonno sono esperienze che un bambino, anche piccolo, potrebbe incontrare. Talvolta, purtroppo, la morte di un genitore rappresenta il primo contatto con questa esperienza impegnativa e dolorosa.

In che modo gli adulti gestiscono tali situazioni? Proprio perché il lutto rappresenta un’esperienza difficile anche per chi ne è coinvolto, si tende a voler proteggere i bambini, proteggendo così (comprensibilmente) anche se stessi dal sostenere il loro dolore. Così può accadere che si eviti di dire la verità, pensando che “tanto sono piccoli e non possono comprendere cosa significhi morire”.

Purtroppo, però, “dei molti modi in cui la morte viene trattata, il tentativo di ignorarla è quello che ha maggiori probabilità di fallire” (Grollman, 1999). “Alla nostra infanzia, coccolata, protetta e privilegiata il dolore si tace e si nasconde (…). Soprattutto nel momento della morte il bambino viene sovente escluso, sempre nel tentativo di ripararlo dal dolore e non impressionarlo. Ma è proprio questa esclusione a lasciarlo solo, perché non lo legittima a esprimere sentimenti ed emozioni. Per proteggere e proteggersi dalla sofferenza si tende così a escludere qualsiasi comunicazione; pensando che non possono capire certi aspetti della vita si sottovalutano le capacità intuitive e riflessive dei bambini e pertanto si evita  di parlarne senza rendersi conto che i bambini riescono a cogliere gli stati emotivi di chi gli sta accanto anche attraverso gli sguardi e le gestualità” (Schenetti, 2006).

Gli adulti si trovano così spiazzati, senza sapere bene  cosa fare, cosa dire, come comportarsi. Di frequente, infatti, sia i genitori sia gli educatori non hanno strategie educative consapevoli per affrontare il tema della morte con i bambini.

Con la morte di un animale spesso può essere più facile: se muore il gatto, si può dire che invece è scappato. Con la morte di un famigliare è più difficile. A volte, si racconta ai bambini che la persona è “partita per un lungo viaggio”, oppure che “si è addormentata per sempre” generando, in questo modo, nel primo caso la falsa illusione di un possibile ritorno; nel secondo, la paura per il sonno e l’addormentarsi: “forse può succedere anche a me quando vado a dormire?” potrebbe essere il pensiero del bambino.

In tutti questi esempi, il tacere la verità comunque non aiuta il piccolo perché non gli si concede di poter sperimentare la realtà che la morte rappresenta nella vita e il relativo dolore per la perdita. Poter sentire il dolore è, invece, necessario per elaborare il lutto, con caregiver capaci di sostenerlo. Ciò significa che gli adulti, anche a partire dalla loro stessa sofferenza, mostrano al bambino che la morte di qualcuno a cui abbiamo voluto bene è dolorosa, che questo dolore si può sentire ed esprimere, anche con il pianto, che non si è soli, muti e attoniti, ma che se ne può parlare e trovare consolazione e conforto insieme.

Inoltre, “se l’adulto incoraggia il bambino a esprimere ciò che sente, gli fa sapere quanto la persona defunta lo amava e quale gioia lui riusciva a darle, sarà maggiormente capace di affrontare la situazione” (Scahefer, 2008).

Si tratta quindi di creare per i bambini uno spazio in cui  l’espressione delle loro emozioni sia legittimata, mandando loro il messaggio che si può parlare e ragionare sulla morte, che il dolore conseguente si può esprimere e condividere, perché anche l’adulto lo manifesta, e che si può imparare a gestirlo. I bambini, hanno necessità di adulti che sappiano mettere in parole i loro vissuti.

Se invece essi percepiscono che l’adulto è spaventato, imbarazzato e reticente rispetto a quanto accaduto, implicitamente si rendono conto di non avere un’adeguata interlocuzione rispetto alle loro esigenze e pertanto soprassiedono alle loro necessità, facilmente tenendosi tutto dentro e non capendo1.

Se il bambino può parlare e vivere il proprio lutto con qualcuno che sia capace di stare col suo dolore senza cercare di convincerlo ad uscirne, allora sarà in grado di vivere la sua vita in uno stato di salute mentale. Ma se ciò non accade, corre il rischio di rimanere vulnerabile alla depressione, di manifestare altri sintomi nevrotici, di rimanere prigioniero della rabbia o di essere a sua volta un genitore cieco di fronte alla sofferenza dei propri figli” (Sunderland, 2006).

 

Cosa fare?

Cosa fare, nei servizi educativi, quando abbiamo bisogno di affrontare il lutto con un bambino? Oltre a creare uno spazio di ascolto ed espressione emotiva, si potrebbero adottare alcuni comportamenti, come ad esempio:

  • confrontarsi con la famiglia in merito alla spiegazione da fornire al piccolo e mantenere coerenza, in modo da non creargli confusione;
  • quando si spiega al bambino l’accaduto è auspicabile utilizzare il termine “morto”, anziché altri come “perduto”, “partito”, “scomparso”, onde evitare che si creino fraintendimenti (“se il nonno è partito/è scomparso, ritornerà, come altre volte…”);
  • rispondere alle domande dirette di approfondimento del bambino, in modo tranquillo, aperto e chiaro, senza andare oltre le sue richieste. Dialogare con i bambini sulla morte è un compito che spetta sia alla famiglia sia all’istituzione educativa. “Parlare della perdita non è mai fonte di inibizione del processo di elaborazione del lutto da parte del bambino, né costituisce un freno” (Sunderland, 2006);
  • se il bambino non affronta l’argomento in modo diretto, l’educatore non deve forzare la mano ma rispettarne i tempi, attivando comunque la propria intelligenza emotiva per leggerne lo stato interiore;
  • aiutare il bambino a comprendere che le emozioni di tristezza, rabbia, paura che prova sono “normali”: “è così che ci si sente quando muore qualcuno”. È anche utile spiegare al bambino che, a causa di quanto è successo, le persone intorno a lui potrebbero comportarsi in modo diverso dal solito;
  • ricordarsi che il modo in cui i bambini esprimono il loro dolore non è come quello degli adulti. A volte sembrano “indifferenti” a quanto è successo, ma questo potrebbe accadere perché il dolore è troppo grande e viene quindi negato, soprattutto se non sono supportati da adulti in grado di aiutarli nel processo di elaborazione, oppure perché non hanno compreso l’ineluttabilità della morte e quindi si aspettano che la persona cara possa tornare. “Ogni bambino ha un modo per dire ‘mi manchi’, o ‘mi dispiace per tutte le cose che ho detto e fatto’. Quando non diamo peso alle sue reazioni, quindi, non facciamo che amplificare le sue paure e lasciare uno spazio perché alla realtà si sovrappongano fantasie e difese psicologiche” (Grollman, 1999);
  • ancora più del solito, per il bambino è molto importante avere stabilità, pertanto le ritualità e le routine sarebbe utile non fossero modificate, in modo che egli possa avere dei punti di riferimento saldi;
  • con la consapevolezza che è la soppressione delle emozioni a essere ulteriormente dolorosa, più che la relativa espressione, si possono utilizzare anche storie ad hoc (vedi bibliografia), attività espressive e il gioco per supportare il bambino nel manifestare e rielaborare il suo vissuto;
  • aiutare il piccolo a mantenere accesa la scintilla della speranza dentro di sé: la vita non è finita, il dolore sarà lenito dal tempo, ci sarà sempre un posto nel suo cuore per la persona cara e ci sarà ancora spazio per la gioia e la felicità nella vita;
  • mantenere aperta la comunicazione con la famiglia, scambiando osservazioni sul bambino e concordando insieme le più opportune strategie educative, con una forte alleanza, in grado di sostenere al contempo la famiglia stessa.

 

A fini preventivi, è poi utile approfittare delle situazioni quotidiane (per esempio, la morte di un pesciolino dell’acquario, di una pianta o di un personaggio di una storia che è stata letta) per approcciare il tema della morte senza l’impatto “a caldo” che la perdita di un proprio caro può comportare. In questo modo si accompagnano i bambini verso la conoscenza e la riflessione sull’argomento, attrezzandoli per il futuro, “perché dire della morte significa preparare a capire la vita” (Ronchetti, 2012). Si tratta di far sì che la morte non sia un tabù, ma un argomento che, come tutti gli altri, si può affrontare e di cui si può parlare apertamente, un evento triste, ma naturale: “la vita acquisterebbe più senso se riuscissimo a vedere la morte come il concludersi naturale della nostra esistenza  e se l’accogliessimo come parte essenziale della finitudine, la dimensione umana, naturale per eccellenza” (Ronchetti, 2012).

 

NOTE

1 In questo caso, il dolore dei bambini potrebbe prendere altre vie come, per esempio, quella somatica.

 

 RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI 

  • Fitzgerald H. (2002), Mi manchi tanto! Come aiutare i bambini ad affrontare il lutto. La Meridiana, Molfetta.
  • Grollman E.A. (1999), Perché si muore? Come trovare le parole giuste: un dialogo tra figli e genitori. Red, Como.
  • Oppenheim D. (2004), Dialoghi con i bambini sulla morte. Le fantasie,i vissuti, le parole sul lutto e i suoi distacchi. Erickson, Trento.
  • Ronchetti F. (2012), Per mano di fronte all’oltre.Come parlare ai bambini della morte. La Meridiana, Molfetta.
  • Schaefer D. (2008), Come dirlo ai bambini. Come aiutare i bambini e gli adolescenti ad affrontare la morte di qualcuno.Sonda, Casale Monferrato.
  • Schenetti M. (2006), Comprendere il dolore bambino. Perdisa,Bologna.
  • Sunderland M. (2006), Aiutare i bambini a superare lutti e perdite.Erickson, Trento.

 

 

COME IL PICCOLO ELEFANTE ROSA DIVENNE MOLTO TRISTE E POI TORNÒ MOLTO FELICE

di Weitze M., Battut E. (Arka, Milano, 1999)

 

Questo albo illustrato, sebbene non tratti direttamente il tema della morte, si riferisce  all’argomento della perdita in modo delicato.

È la storia di un piccolo elefante rosa di nome Bingo e della sua forte amicizia e intensa con Fred, un elefantino di un altro branco, grigio a pois rossi. Purtroppo, un giorno, la mamma di Fred annuncia a Bingo che il loro branco dovrà trasferirsi lontano e che quindi i due amici si separeranno. A separazione avvenuta, Bingo diventa molto triste e perde la gioia di vivere che fino a quel momento lo aveva contraddistinto.

Gli elefanti del suo branco cercano di tirarlo su di morale invitandolo a non piangere più e a  crearsi nuove amicizie e giochi per dimenticare Fred. Ma poiché Bingo non si riprende, viene invitato dall’elefantessa più anziana del branco a recarsi da Enrica, la civetta saggia della  savana, la quale gli suggerisce di fare 3 cose:

– piangere, “senza badare a chi ti sta intorno”, perché poi dopo ci si sente meglio;

– raccontare il proprio stato d’animo “solo a chi ti vuole veramente bene”;

– fare posto a Fred nel proprio cuore “così lo avrai sempre vicino a te anche se sarà lontano”

Tornato a casa, Bingo mette in pratica i suggerimenti della civetta, sentendosi sempre meglio, finché torna ad essere felice e scopre di avere nel proprio cuore tanto posto, oltre a quello per Fred.

Il piccolo elefantino si fa quindi dei nuovi amici, ma mantiene vivo dentro di sé il ricordo di Fred, pensandolo, sognandolo e parlando di lui con loro.

L’albo si conclude mostrandoci Bingo felice con i suoi nuovi amici, per ciascuno dei quali trova “un grande e bellissimo posto nel suo cuore”.

 

Qui puoi leggere l’articolo in pdf Quando non ci sei più