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di Carola Castoldi, educatrice professionale presso Scuola dell’infanzia Maria Bambina di Lissone, specializzata in Pedagogia dell’Infanzia, Pedagogia Clinica e Pedagogia dello Sport

 

 

Riprendendo dalla prima parte dell’articolo, ecco dunque il mio Vademecum.

“Ri-Pensare gli ambienti”, che non vuole essere un condensato di indicazioni pratiche, ma una serie di possibilità, punti di vista, sguardi rispetto ai quali ogni educatore si possa collocare con una giusta vicinanza/distanza per ricercare il proprio modo di progettare lo spazio educativo.

Quando “Ri-Penso” i luoghi educativi ritrovo, infatti, alcuni presupposti che permeano il mio procedere progettuale:

  • Nessuno spazio è considerato marginale: dai corridoi ai bagni, ogni scelta è sorretta da un pensiero pedagogico;
  • Lo spazio prende forma attraverso una molteplicità di livelli e linguaggi che s’intrecciano per renderlo “accessibile” a tutti: fotografie, immagini, frasi semplici, citazioni più complesse. Il tutto per renderlo “leggibile” dai bambini, dagli adulti, dagli esperti del settore. 
  • Spazi connotati e decodificabili: supporti visivi e iconografici possono aiutare il bambino a muoversi in autonomia fra i contesti, rintracciare materiali, ricollocare il materiale in autonomia dopo averlo utilizzato, rendendolo protagonista del proprio agire all’interno dello spazio; 
  • Varietà dei contesti e dei materiali. Non c’è fissità nell’organizzazione degli spazi. Ogni ambiente, sezione, classe offre un assemblaggio di esperienze fra le quali il bambino può muoversi: spazio simbolico, costruttività, narrazione, polisensorialità, spazi intimi come tane, angoli morbidi, spazi esterni…;
  • Spazi per gli adulti: pareti e ambienti che ci parlano non solo dei bambini ma degli adulti che vivono in quell’ambiente. Ricerche delle insegnanti, esperienze dove vengono coinvolte le famiglie;
  • Spazi non troppo ampi e dispersivi. I bambini non hanno bisogno di grandi spazi, ma di “ambienti su misura” che gli offrano la possibilità di muoversi in autonomia, percepire gli stimoli, interagire con i materiali, ri-leggere e ri-organizzare le esperienze. Spazi che consentano esperienze in piccolo e grande gruppo;
  • Quantità dei materiali da proporre: il materiale deve essere in quantità sufficiente per consentire interazioni, assemblaggi, progettualità da parte dei bambini ma non deve rendere l’ambiente caotico e disorganizzato. Attenzione alla qualità e non alla quantità (intesa come abbondanza);
  • Spazi flessibili e modificabili nel tempo: i bisogni, le competenze, gli interessi, evolvono seguendo tempi brevi e migrazioni imprevedibili. Lo spazio deve potersi rinnovare, deve essere malleabile, in modo che i bambini possano modificarlo sia da soli sia esprimendo il desiderio di farlo all’adulto;
  • Stimolazioni eccessive e gradevolezza estetica: colori troppo intesti, suoni di sottofondo possono tradursi in distrazioni visive e acustiche che impoveriscono la qualità delle esperienze che il bambino può vivere in quell’ambiente fungendo da “distrattori”. Meglio scegliere tonalità, sfumature, moderate con una varietà di stimoli calibrata, in modo che ognuno possa ricercare uno spazio gradevole nel quale scoprire le proprie preferenze;
  • Spazi fruibili ma sicuri: i materiali, i contesti che i bambini possono sperimentare in autonomia devono essere accessibili ai bambini (a portata di bambino). Tutto ciò che il bambino, invece, può o deve esplorare con l’adulto o in contesti privilegiati (es. piccolo gruppo) deve essere in qualche modo “mediato” dallo spazio (su un ripiano più alto, dentro una scatola trasparente chiusa) ma riconoscibile dal bambino in modo che egli possa esprimere il desiderio di cimentarsi con quel materiale;
  • Ambienti affettivamente carichi: devono conservare le tracce degli “attraversamenti” dei bambini, accogliere le loro storie, rispondere ai loro bisogni, a quelli delle loro famiglie e delle loro insegnanti;
  • Materiali organizzati e selezionati precedentemente dalle educatrici: chiarezza espositiva e coerenza. Nulla deve essere lasciato al caso.
  • Fascino e stupore: lo spazio, i materiali, devono affascinare i bambini, coltivare il loro desiderio di esplorazione, sollecitare la loro curiosità, suscitare in loro stupore, favorire le interazioni;
  • Materiali de-strutturati e di riciclo: aprono la strada ad una molteplicità e varietà di percorsi, d’interazioni, di esplorazioni, di connessioni lasciando il bambino libero di scoprire, sperimentare, ricercare. No ai materiali che prevedono un’unica modalità esplorativa;
  • Polisensorialità: dei materiali, delle esperienze, dei contesti, dei luoghi.  È la caratteristica che mette in moto i processi di apprendimento rendendo le esperienze dei bambini ricche e significative per la loro crescita.

A questo proposito rievoco Bruno Munari, che ci ricorda come:

“Tutti gli umani al momento della nascita, sono forniti di un apparato plurisensoriale, per natura. Col passare degli anni, gran parte di questo apparto viene atrofizzato perché l’individuo, per lo sviluppo della conoscenza, dà la prevalenza alla logica e alla letteratura. Occorre attivare di nuovo questo apparato che ci fa conoscere scale di valore tattili, sonori, termici, materici, di durezza e di morbidezza, di ruvidità e di levigatezza, di impenetrabilità, di equilibrio e di staticità, di leggerezza e di pesantezza, di fragilità e solidità… tutti valori che spiegati a parole diventano argomenti complicatissimi e quasi incomprensibili” (Munari, 1985).

Quello a cui possiamo tendere nel nostro processo di “Ri-pensare lo spazio” è il ricercare un ambiente fisico ampio, flessibile e ricco di stimoli che possa offrire al bambino occasioni molteplici per acquisire nuove conoscenze, esercitare abilità, esprimere la propria creatività, fare ipotesi, compiere scoperte, sperimentare, trarre conclusioni, ovvero migliorare le proprie competenze (Miljak, 2009). 

Un altro contributo che ritengo fortemente significativo, trovandomi ad attraversare il tema della progettazione del spazio in ambito educativo, è senza dubbio tratto dal Seminario  “Spazi per crescere. Dialoghi tra architettura e pedagogia”  tenutosi a Ravenna nel 2009; qui, infatti, emerge come la cura dello spazio richiami, inoltre, l’idea di “spazi sufficientemente buoni” per i bambini ( in stretta analogia con il concetto winnicottiano di “madre sufficientemente buona”) rendendo evidente come uno spazio è “buono” per il bambino se sa accoglierlo nella molteplicità dei suoi bisogni, coniugando l’esigenza di: 

  • sicurezza
  • affettività
  • cura
  • desiderio di esplorazione e di conoscenza
  • sentimento di intimità
  • piacere di stare insieme agli altri
  • possibili esplorazioni da sostenere ed incoraggiare.

Ri-pensare, quindi, un ambiente educativo non si riduce ad una pura e semplice scelta di materiali, colori, spazi, allestimenti ma si concretizza in una pratica complessa, in una trama dove s’intrecciano molteplici sguardi, come sostiene Carla Rinaldi, pedagogista, consulente scientifico di Reggio Children:

“Creare un ambiente capace di favorire il ‘buon gioco’ non è dunque compito facile. È una ricerca permanente, sensibile che cerca qualità nel dialogo interdisciplinare tra pedagogia, psicologia, design e architettura. Un dialogo sulla qualità del vivere perché il gioco è vita. Oggetti dunque che si offrono nella loro identità flessibile, disponibili ad accogliere le azioni, i pensieri, i desideri, gli apprendimenti dei bambini e degli adulti che sanno ‘stare al gioco’. Ma nel contempo oggetti, cioè arredi, giocattoli capaci di suggerire, grazie ai loro colori, forme, materiali, possibilità, suggestioni, emozioni che arricchiscano i progetti di gioco, di apprendimento e di vita dei bambini e degli adulti.” (Rinaldi, 2009)

Siamo chiamati a farlo. Siamo chiamati in qualità di esperti dei processi educativi a non esimerci da questo compito, da questa costante ricerca tesa a sostenere le nostre scelte, perché come ci ricorda Bruner:

“Un nido, una scuola è un tipo di spazio speciale in cui gli esseri umani sono invitati a crescere nella mente, nella sensibilità e nell’appartenenza ad una comunità più ampia” (Bruner).

E noi, di questo spazio speciale, ne siamo i custodi.

 

Foto: Scuola dell’Infanzia Maria Bambina di Lissone

 

 

Bibliografia di riferimento 

AA.VV., (2009), Seminario  “Spazi per crescere. Dialoghi tra architettura e pedagogia”, Ravenna.

BRUNER J., (1997), La cultura dell’educazione, trad. it. Feltrinelli, Milano.

FILIPPINI T. (1990), Introduction to the Reggio Approach, paper presentato alla conferenza annuale della National Association for the Education oh Young Children  (NAEYC), Washington (D.C.).

HILLMAN J., (2004), L’anima dei luoghi, Ed. Rizzoli.

MALAGUZZI L., (2010), I cento linguaggi dei bambini. L’approccio di Reggio Emilia all’educazione dell’infanzia, Edizioni junior, Bergamo.

MILJAK A., (2009), Zivljenje djece u vrticu, SM Naklada d.o.o., Zagreb (trad.it. in “L’ambiente come fattore di apprendimento” tesi di Cristina Moscarda, Università di Pola).

MUNARI B., a cura di, (1985),I laboratori tattili, Collana “Giocare con l’arte”, Bologna, Zanichelli. RINALDI C., (1998), The space of Childhood, in Ceppi G. E Zini M. (a cura di) Children, spaces, relations. Metaproject for an environment for young children, Reggio Children, Reggio Emilia.

RINALDI C., (2009), In dialogo con Reggio Emilia ascoltare, ricercare e apprendere, Reggio Children, Reggio Emilia