di Silvia Iaccarino

 

“Chiunque si occupi a qualsiasi titolo di bambini piccoli, dovrebbe essere capace di svolgere per loro le funzioni emotive indispensabili per la loro crescita. Contenere le emozioni del bambino e modularle in modo tale che egli possa integrarle nel processo di strutturazione della sua personalità, senza dover ricorrere massicciamente a meccanismi di difesa o di fuga dalla sofferenza è uno dei compiti più importanti dell’educatore”[1].(M. Noziglia)

 

Il “Time out” è uno strumento disciplinare proposto da approcci educativi di tipo cognitivo-comportamentale che si è affermato negli ultimi anni come tecnica di controllo del comportamento dei bambini, portato alla ribalta anche attraverso alcune trasmissioni televisive. Si tratta sostanzialmente di quella che comunemente chiamiamo la “sedia per pensare”.

Il time out consiste nell’allontanare il bambino che si è comportato in modo inadeguato dalla situazione in corso per un tempo pari ad un minuto per ogni anno di età. L’allontanamento prevede solitamente che egli si sieda in un luogo a parte, senza pari o adulti vicino, né attività o giochi a disposizione, in genere con l’indicazione di “pensare a ciò che ha fatto”.

Questa modalità disciplinare viene utilizzata tanto nelle strutture educative che in famiglia da molti genitori.

Ma è veramente utile e rispettosa nei confronti del bambino, soprattutto piccolo? E quali sono i possibili risvolti sul suo sviluppo emotivo?

Il time out negli anni ha dimostrato di essere un efficace strumento, in particolare per il trattamento di bambini in età scolare con problematiche comportamentali di tipo oppositivo, provocatorio, aggressivo. Ma se questa utilità risulta testata su bambini “grandi” con specifiche difficoltà, differente è il discorso per quelli in età prescolare: diversi autori [2] , infatti, evidenziano la scarsa utilità di questo mezzo educativo, ancora di più con piccoli nella fascia 0-3 anni.

I bambini a cui ci riferiamo non hanno ancora sviluppato una sufficiente capacità di regolazione delle proprie emozioni in modo autonomo, soprattutto quelle intense. Necessitano dell’aiuto del caregiver che fornisce contenimento, rassicurazione, rispecchiamento emotivo: “Perché i bambini siano in grado di essere in contatto con il loro corpo e calmarsi, hanno bisogno di un ‘altro significativo’ – un genitore  o un caregiver – che dia loro cure sensibili – li tenga, li conforti, rifletta e commenti ciò che accade loro – nei loro primi anni di vita.”[3]

Se vengono invece separati dall’adulto, essi restano privi dell’eteroregolazione (regolazione dall’esterno) di cui hanno bisogno sul momento sia per calmarsi sia per imparare, nel tempo, l’autoregolazione. Ciò produce, quindi, minori capacità di regolazione nel lungo periodo e maggiore insicurezza ed aumento del livello di stress nell’immediato.

Secondo l’AAIMHI: “Le emozioni non regolate sono la causa dei comportamenti incontrollati; rispondere a questo tipo di comportamento vuol dire rispondere ai sottostanti bisogni emozionali del bambino. Il modo più efficace a lungo termine di gestire tali comportamenti da parte dei caregivers è quello di comprendere come il bambino si sente e ciò che gli passa per la mente. A quel punto il genitore o colui che si prende cura del bambino può anticipare i problemi prima che sorgano, pianificando come prevenirli. Quando le emozioni intense si presentano, il caregiver può così mostrare al piccolo che esse possono essere capite e gestite[4].

Di seguito elenchiamo alcuni effetti relativi all’uso del time out  [5]:

 

  • non insegna un modo costruttivo a gestire le difficoltà, ma insegna l’allontanamento come modo per affrontare i problemi;

 

  • non prende in considerazione le capacità regolative dei bambini piccoli, ignorando la loro difficoltà nell’autoregolazione di emozioni intense e la non volontarietà di molti dei loro comportamenti, dettati dall’immaturità del loro cervello e del sistema nervoso nel controllare gli impulsi e le emozioni;

 

  • non tiene conto che i bambini di questa fascia di età non possiedono ancora le competenze cognitive per riflettere sulle proprie azioni, pertanto “pensare a ciò che hanno fatto” non è per loro possibile: “Il problema di questa procedura sta proprio nella tematica della ‘riflessione’: nessun bambino fino ai 6 anni ha la capacità di riflettere sul suo comportamento e di trarne conclusioni davvero efficaci per il futuro[6];

 

  • disconnette il bambino dalla relazione con l’adulto, disconnessione che egli vive come forma di punizione;

 

  • non riconosce la necessità della regolazione esterna da parte di adulti sensibili e responsivi per un corretto sviluppo emotivo. Il bambino piccolo non può imparare da solo l’autoregolazione: l’intervento empatico dell’adulto è fondamentale;

 

  • sfavorisce nell’adulto la comprensione delle motivazioni del bambino, del suo bisogno celato dietro il comportamento e quindi un intervento educativo contingente;

 

  • trasmette al bambino il messaggio di essere “sbagliato” e di non essere accettato “quando si comporta male”, incidendo sulla sua autostima;

 

  • non permette la canalizzazione dell’energia emozionale dei bambini in forme adeguate, sfavorendo l’apprendimento di modalità alternative di gestione delle proprie emozioni e dei propri comportamenti: “Invece di isolarli, dovremmo dare loro l’opportunità di risolvere problemi, di prendere buone decisioni e di essere consolati quando vanno in crisi”[7].

 

Anche la Goldschmied afferma: “chiunque abbia a che fare con il bambino deve capire che la punizione e l’isolamento non gli serviranno per raggiungere l’autocontrollo di cui ha bisogno[8].

Laddove utilizzato è importante quindi sostituire questo strumento educativo nella gestione dei comportamenti inadeguati dei bambini. Nella seconda parte, vedremo come sostituire il time out con il time in.

CONTINUA

 

 

 

 

[1] M. Noziglia, “Sviluppo, apprendimento, elaborazione delle emozioni. I problemi e i disturbi dei bambini di oggi: una ricerca in alcuni nidi e scuole materne milanesi, ed. Junior, Bergamo, 2003

 

[2] Per fare solo alcuni esempi, nel loro ultimo libro (“La sfida della disciplina. Governare il caos per favorire lo sviluppo del bambino”, ed. Cortina, Milano, 2015 ) D. Siegel e T. Payne Bryson  (pag. 42-49) sconsigliano l’uso  di tale mezzo. Anche l’AAIHMI (Australian Association for Infant Mental Health Inc.)  è contraria al timeout per i bambini 0-3 ed ha pubblicato sul proprio sito una dichiarazione in merito. In Italia, D. Novara nel suo “Urlare non serve a nulla” (ed. BUR, Milano, 2014) si schiera a sua volta a sfavore di tale strumento per i bambini in età prescolare (pag. 77). Sul sito dell’organizzazione Zero to Three viene riportato un articolo dove è evidenziata l’importanza di non usare il time out in modo punitivo ma, eventualmente, come risorsa quando l’adulto non riesce a mantenere la calma e/o quando il bambino vive una emozione così intensa per cui è importante lasciargli il tempo affinché  possa ridursi la forza dello stato emotivo.

 

[3] M.L. Bomber, “Feriti dentro. Strumenti a sostegno dei bambini con difficoltà di attaccamento a scuola”, ed. Franco Angeli, Milano, 2012

 

[4] Traduzione a mia cura da https://aaimhi.sslsvc.com/key-issues/position-statements-and-guidelines/AAIMHI-Position-paper-3-Time-out.pdf

 

[5] Liberamente adattato da https://aaimhi.sslsvc.com/key-issues/position-statements-and-guidelines/AAIMHI-Position-paper-3-Time-out.pdf

 

[6] D. Novara, “Urlare non serve a nulla” ed. BUR, Milano, 2014

 

[7] D. Siegel e T. Payne Bryson , “La sfida della disciplina. Governare il caos per favorire lo sviluppo del bambino”, ed. Cortina, Milano, 2015

 

[8] In “Persone da 0 a 3 anni” ed. Junior, Bergamo, 1996