di Silvia Iaccarino

 

Nella prima parte dell’articolo abbiamo visto come il time out sia uno strumento utile in alcune situazioni, ma non in altre.

Cosa fare dunque al posto del time out?

  • Mantenersi calmi e presenti con il bambino come regolatori emotivi, rispecchiando le sue emozioni e verbalizzando l’accaduto, mettendo quindi parole sui vissuti (mentalizzazione): “Ti sei arrabbiato perché Giovanni ti ha preso la macchinina e tu non volevi. Non sapevi come dirglielo così l’hai morso…”;

 

  • Evidenziare al bambino l’azione inadeguata, fornendo valide alternative di comportamento: “Non voglio che mordi, mordere fa male. Vedi che Giovanni piange? La prossima volta diglielo con le parole: ‘ci sto giocando io’”;

 

  • Dare speranza al bambino che, nel tempo, imparerà a gestire le sue emozioni: “Vedrai che un po’ per volta imparerai a non mordere più, nel frattempo ti aiuterò io”;

 

  • Se necessario e/o gradito al bambino, l’adulto può fornire contatto fisico per aiutarlo a calmarsi e/o distanziarsi dalla situazione insieme a lui: “Luca, non puoi continuare a giocare ora, sei troppo agitato… Vieni, ci sediamo qui insieme e ci calmiamo, dopo torniamo a giocare”;

 

  • Invece del time out, può essere utile il “time in” ovvero uno spazio allestito ad hoc per favorire la ripresa del controllo del bambino. Al nido/scuola può prendere la forma di un angolo (morbido o con un tavolino) con peluches, libri, giochi cognitivi (puzzle, chiodini, incastri, oggetti da classificare, seriare, ordinare, etc), calming jar, pasta da manipolare, bolle di sapone, carta da ritagliare (a seconda dell’età del bambino), laddove il piccolo può recarsi per ritrovare la calma insieme all’adulto che funge da guida e da regolatore emotivo, dopodiché potrà diventare, nel tempo, un apprendimento per cui il bambino arriverà ad utilizzarlo in autonomia, su invito dell’educatore o come propria iniziativa. Il time in NON ha alcuna sfumatura punitiva: è uno strumento che serve al bambino per ritrovare la calma con i suoi tempi, accompagnato da un caregiver in controllo emotivo;

 

  • In un paio di situazioni il timeout può, invece, risultare efficace: per l’adulto qualora perde la calma. In questi casi è utile prendersi un momento di pausa ed allontanarsi facendosi supportare da una collega. L’altra situazione in cui può essere utile è quella in cui il bambino è talmente scombussolato da non essere avvicinabile, rifiutando contatto ed interazione. In questo secondo caso, l’adulto può esplicitare al bambino che comprende le sue emozioni e che quando gli passerà potranno parlarne, restando comunque nei pressi e mantenendo la disponibilità ad intervenire più attivamente. Appena il bambino si calma, l’insegnante può prendere in braccio il bambino (se ora lui accetta) e  riprendere l’interazione verbalizzando quanto accaduto, in modo da aiutarlo a rielaborare ed integrare l’esperienza.

 

Riepilogando, di base è importante che l’adulto svolga un efficace ruolo di regolazione delle emozioni dei bambini, considerata la loro ancora scarsa capacità autoregolativa, intervenendo attivamente per supportarli nel gestire le diverse situazioni, evitando giudizi ed aiutandoli a calmarsi sia attraverso il rispecchiamento emotivo che il contatto fisico (potente calmante naturale per via degli ormoni che, grazie ad esso, vengono messi in circolo nel sistema nervoso) o con il time in.

Qualora, invece, l’adulto perda la calma, è utile che si prenda un timeout e chieda il sostegno di un’altra persona, anche perché in tale stato emotivo difficilmente riuscirà a quietare il bambino (le emozioni sono contagiose!). Ugualmente, il timeout può risultare utile, in extremis, quando il bambino è preda di un’emozione di forte intensità e diventa inavvicinabile. Lasciare che esprima ciò che prova allontanandosi, ma confermandogli la propria disponibilità emozionale può consentirgli di recuperare con i suoi tempi e modi:  “Lasciando che un bambino viva le difficoltà legate a queste esperienze gli offriamo l’opportunità di imparare a tollerare il suo disagio emozionale. Lasciando che provi ciò che prova supportandolo e facendogli sapere che capiamo quanto sia duro, per esempio,  non ottenere ciò che vuole, si fa la cosa più positiva e utile per lui in quel momento[1]. Successivamente, in entrambi i casi, l’adulto metterà parole sull’accaduto per favorire l’integrazione dell’evento.

 

 “Se i genitori (gli adulti nda) non aiutano i bambini a tradurre in parole i loro sentimenti o, peggio ancora,  li ignorano, questi non saranno in grado di sviluppare un’adeguata capacità di accettare i propri stati mentali negativi, finendo per negarli o per cercare sempre più conferme all’esterno”[2].

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

 

 

 

[1] D. Siegel, M. Hartzell, “Errori da non ripetere. Come la conoscenza della propria storia aiuta a essere genitori“, ed. Cortina, Milano, 2005

 

[2] A. Bortolotti, “I cuccioli non dormono da soli“, ed. Mondadori, Milano, 2016