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di Paola Tonelli, formatrice e pubblicista

 

 

L’idea di offrire ai bambini questo tipo di gioco è maturata in me a seguito dell’incontro con il lavoro di Dora Kalff , ideatrice della terapia analitica “SANDSPIEL”:

 

“Può accadere che a scuola i bambini abbiano più limiti che possibilità. Quando si gioca con la sabbia non si hanno “modelli”, non esistono canoni di gioco e ci si sente liberi.”

 

Sono parole di Dora Kalff che ritrovo nei miei appunti di un corso/incontro di formazione, da lei stessa tenuto nella sua casa di Zurigo, cui ho avuto la fortuna di partecipare. Ci spiegò, in quell’incontro, quanto rischiose fossero per lo sviluppo psichico le condizioni di vita dei bambini delle grandi metropoli, quanto l’allontanamento dal contatto diretto con la natura potesse generare un negativo allontanamento dalle emozioni. Parlò molto a lungo dell’importanza del contatto diretto con i materiali naturali, del contatto con la sabbia. Dimostrò quanto questa, con la sua estrema plasticità, ben si adattasse alle continue trasformazioni create dal gioco del bambino offrendo dunque infinite possibilità di espressione. A seguito di questo importantissimo incontro progettai un nuovo materiale didattico che chiamai: LA SCATOLA AZZURRA[1]. Lo progettai in modo che il gioco potesse essere organizzato in un angolo della classe.

E’ necessario scegliere l’angolo più tranquillo ed appartato per permettere ai bambini di giocarci a turno, un po’ isolati dal resto della classe, indisturbati. Per il gioco i bambini devono avere a disposizione:

  • una scatola con l’interno colorato di azzurro,
  • della sabbia umida
  • alcune scatoline contenenti oggetti miniaturizzati: casette, pupazzetti, alberelli, animali, sassi, rametti, conchiglie, etc.

Quando si osservano i giochi che nascono all’interno della scatola ci si rende subito conto della libertà e dell’ampio respiro che questa, nei suoi confini ben precisi, concede; soprattutto a quei bambini che, come aveva detto Dora Kalff , nell’organizzazione scolastica rischiano di incontrare più limiti che possibilità. Quante volte, da allora, ho visto dei piccoli incapaci di concentrazione e di stare fermi, “perdersi” dolcemente nel simbolico mare azzurro della scatola e giocare sereni per tempi anche molto lunghi.

Quante volte ho visto bambini chiusi aprirsi ed esprimersi. Quante volte ho visto bambini distruttivi rilassarsi e giocare, senza danno e pericolo, a costruire/distruggere/ricostruire. Nel mare può sorgere un’isola, l’isola può diventare un vulcano, il vulcano può essere fatto esplodere da un dinosauro sepolto al suo interno, dopo l’esplosione il dinosauro può ricostruire la montagna … può, può, … Finalmente per quei bambini le possibilità si sommano ad altre possibilità, finalmente la distruttività non fa più paura a nessuno, può essere espressa senza danno, può essere osservata nei suoi effetti dal bambino stesso, può trasformarsi, può generare situazioni interessanti, può essere seguita dalla ricostruzione.

Giocando nella sabbia il bambino si fa “conoscere” meglio dall’insegnante, anche se ancora parla poco e male. Il bambino che gioca, generalmente, inizia con il manipolare la sabbia concentrandosi sulle sensazioni fisiche (tattili e visive) fornite dal contatto diretto con essa: affonda le mani, l’afferra, la fa scivolare tra le dita, la fa cadere dall’alto, la batte, la scava per scoprire l’azzurro della scatola. E’ questa la fase che sono solita paragonare a quella dello scarabocchio grafico.

Successivamente incomincia a costruire territori (spiagge, laghi, montagne, fiumi, etc.) che trasforma in continuazione e, a poco a poco, li popola con alberi, animali, case e personaggi miniaturizzati che ha a sua disposizione nei contenitori colorati disposti accanto alla scatola.

L’adulto che osserva viene subito colpito dalla grande concentrazione e tranquillità stimolata dal gioco: il bambino sogna ad occhi aperti e comincia a costruire e a raccontarsi delle storie. Racconta parlando tra sé e sé ma i suoi gesti, i cambiamenti della scena, il suo sguardo, le sue esclamazioni, a volte alcune parole dette a voce alta, fanno affiorare il racconto che si dipana all’interno.

Per seguire queste narrazioni interne occorre darsi del tempo di non intervento ma di grande attenzione e curiosità. Se si interviene troppo presto si rischia di entrare come un elefante in una cristalleria. Occorre restare molto discreti, vicini e lontani allo stesso tempo, per capire senza disturbare il gioco. Può essere molto utile scattare qualche fotografia a questi paesaggi. Le foto possono servire successivamente sia per una restituzione ai bambini del loro operato sia, come memoria, per la progettazione dell’insegnante.

La scatola è composta da due scatole di colore azzurro che sono state costruite in modo da essere l’una il coperchio dell’altra. In questo modo è possibile allestire velocemente, in classe, un piccolo laboratorio con due sabbiere nello spazio di una e il materiale in esse contenuto viene conservato coperto e pulito perché è sottratto alla polvere. All’interno, quando la scatola viene aperta, si trovano 6 contenitori colorati che racchiudono i materiali necessari per il gioco. I colori sono molto importanti perché ogni bambino che inizia il gioco deve partire potendo scegliere gli oggetti che desidera inserire nella sabbia, deve quindi partire da una situazione di ordine, di raggruppamento chiaro che faciliti la sua scelta. Per offrire ai compagni, che giocano dopo, la stessa situazione di partenza il bambino dovrà disfare il suo lavoro rimettendo gli oggetti al loro giusto posto. E’ chiaro che i colori di riferimento gli saranno di grande aiuto per ricollocarli.

 

Questo testo è stato tratto dal mio libro  “ANCHE I BAMBINI SI STANCANO”, Edizioni ANICIA – Roma

 

[1] Con questo progetto ho vinto, nel 1986, un Concorso Nazionale per la progettazione di nuovi prototipi bandito dalla rivista “Bambini” – Edizioni Junior

 

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“Le scatole azzurre”

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