di Alice Rampa, educatrice

 

“Il bambino non è un vaso che dobbiamo riempire, ma una sorgente che dobbiamo lasciar sgorgare” 

                                       Maria Montessori

 

 

“Il mondo dei libri per bambini è anche il Paese dei mostri selvaggi. Forse perché i bambini sono ancora in parte selvaggi non civilizzati, spinti ad esplorare i margini più selvatici del mondo e della loro stessa mente […] loro sanno di non sapere ancora tutto. E un buon libro non è forse come quel bambino? Se ne sta appoggiato sulle nostre mensole, sui nostri comodini, dentro casa, ma non è domestico, non è addomesticato. Mentre lo leggi ti rendi conto che è tornato da qualche luogo selvaggio. Al suo interno c’è un eco di selvaticatezza. […] le storie possono essere letteratura. Possono essere catturate dalla stampa, rilegate finemente fra le pagine e ordinate bene sugli scaffali. Ma i libri migliori si protendono al di fuori della carta stampata e ritornano alla voce umana, ai canti, agli incantesimi, al movimento, al corpo e ai sensi.”

(David Almond, La speranza delle creature narranti, Salani, Milano, p. 2011)

 

16 e 17 marzo 2019, due giornate di formazione a cura di Percorsi formativi 06: “Educare alla lettura nella prima infanzia – 03 anni”.

Due nomi importanti: la professoressa Silvia Blezza Picherle e Luca Ganzerla, Università di Verona. 

Un tema, quello degli albi illustrati, che da sempre mi incanta.

L’incontro con parole, immagini, storie che si intrecciano.  

La condivisione di uno spazio, fisico e narrativo, con altre persone che vogliono mettersi in gioco.

Un docente che ha saputo accompagnarci lungo un percorso fatto di colori, emozioni, sfumature, posture, titoli, dubbi, sguardi, campanelli d’allarme, formati, voci e silenzi. 

L’apertura di una soglia che ha permesso la nascita di domande e riflessioni: non ci si potrebbe aspettare di più. 

“Occorre vegliare, dare nome alle cose a partire dall’ascolto della realtà. l’educazione è innanzitutto un’esperienza, una delle forme più preziose dell’incontro tra donne e uomini, tra generazioni. Nella prospettiva fenomenologica è un’esperienza di apertura di mondi, di generazione degli orizzonti di senso, di cammino, di interrogazione, di avvenire. […] In quest’esperienza relazionale si costituisce il soggetto umano, struttura di vita aperta, dialogante, complessa.”  (Ivo Lizzola, L’educazione nell’ombra, p. 133)

Voce e silenzio.

Pieno e vuoto.

Impertinenza, coraggio e sfida nel riempire quello spazio tra voce e silenzio, tra pieno e vuoto. Scelta, c’è sempre una scelta ben ponderata davanti alla parola detta o taciuta, al libro scelto o scartato, all’immagine su cui ci si sofferma o si tira dritto. 

“Problemi di scelta o decisionali sono risolti mediante la selezione, fra i mezzi disponibili, di quello che meglio si adatta a determinati fini. Ma con questa enfasi sulla soluzione del problema ignoriamo la impostazione del problema, il processo entro cui definiamo la decisione da prendere, i fini da conseguire, i mezzi che è possibile scegliere. Nella realtà della pratica, i problemi non si presentano al professionista come dati. […] L’impostazione del problema è un processo nel quale, in modo interattivo, designamo gli oggetti di cui ci occuperemo e strutturiamo il contesto all’interno del quale ci occuperemo di loro. […] Quando i fini sono definiti e chiari, allora la decisione di agire si presenta essa stessa come problema strumentale.”  (Donald Schon, Il professionista riflessivo)

Il fine ultimo identificato è quello di formare lettori per il futuro, lettori abituali, consapevoli, appassionati, con un immaginario ricco; formare atteggiamenti, abitudini, competenze del lettore, mettendo i primi semi per rendere ai bambini lettori-esploratori in profondità alla ricerca di significati. 

Ma da dove si parte? 

Il primo passo non può che essere un nuovo pensiero sul bambino: ricercatore di significati, pensoso, riflessivo, metafisico, bisognoso di complessità e verità.

Ecco, inizia ad essere visibile.

Un passo, due passi… ma questa è una danza!

Una danza che crea legami.

Parlare di albi illustrati (di lettura e rilettura a voce alta) sia sotto l’aspetto teorico che di prassi consolidate e teoricamente supportate diventa uno dei tanti aspetti che concorrono a portare avanti un’idea ben precisa a livello educativo, una nuova idea di bambino che non si proclama solo a voce, a livello teorico, ma vede la sua realizzazione concreta in tutte le pratiche che lo riguardano. 

 Ecco allora che parlare di andare “fuori dalla carta stampata” assume il significato di rilanciare la circolarità delle esperienze di bambini reali, unici e competenti dentro e fuori gli albi.

 Forma e contenuto coincidono perfettamente, non in una direzione di formalismo, ma in una direzione di senso: il dettaglio di un insetto nell’immagine di un bambino davanti a una foresta e il senso di avventura, i colori chiari o scuri di un’illustrazione e la tristezza di un protagonista, un testo in maiuscolo e in grassetto e la forza di un bambino che reagisce alle avversità: tutte queste componenti sono una storia. La forma dell’albo illustrato è, in questa direzione, affine alla forma del pensiero del suo lettore primo, il bambino: i bambini conoscono la forma e il senso delle cose come un’unica informazione indistinta; perciò nella lettura dell’albo “non c’è una parte che prevalga sull’altra […] tutto ciò che compone il libro fa parte dell’esperienza di lettura. Ogni sua componente viene letta come significativa e inscindibile dall’unità”. Leggere l’albo illustrato è un’operazione di sintesi, sfaccettate e complessa, che implica un’elasticità che spesso manca all’adulto. L’espressione riferita ai libri con le figure “un libro facile, un libro per bambini” dovrebbe essere quindi usata con più cautela e con un’eccezione invertita perché implica una capacità di lettura altissima, che conferisce dignità a chi la compie” ( Giovanna Zoboli).

Un andare “fuori dal testo” che è però, nello stesso tempo, un essere profondamente ancorato al testo: lettura espressivo-letteraria e non animata, sostituzione di attività/proposte che allontanano il bambino dal libro e dai meccanismi della storia raccontata.

“È poi necessario saper guardare oltre, forti delle giuste chiavi per un’interpretazione formale, calarsi nell’immagine e nella sua profondità, perdersi egli spazi bianchi lasciati con sapienza da parole e figure, lasciarsi la possibilità di spaziare, per aiutare i più piccoli e le più piccole a esternare le proprie emozioni, e a collegare l’opera al proprio vissuto e alla propria esperienza.”  (Scosse, Leggere senza stereotipi. Percorsi educativi 0-6 anni per figurarsi il futuro)

Questo porta con sé, inevitabilmente, una profonda riflessione sulla selezione degli albi illustrati di qualità all’interno della produzione disponibile sul mercato. Se vogliamo che il bambino possa riconoscersi nei libri che gli vengono letti, vi ritrovi la complessità delle emozioni e degli stati emotivi che prova, possa rivivere situazioni ed esperienze che fanno parte del suo bagaglio pur offrendo uno spazio di novità e crescita che risponde ad un bisogno di scoperta proprio del bambino… ecco che non possiamo più permettere e permetterci di prendere “il primo libro che ci passa sotto mano”, così come non possiamo più utilizzare albi preziosi e potenti ma che non rispondono al livello di sviluppo che stanno vivendo i bambini della fascia cui ci rivolgiamo.  

Un importante spunto di riflessione a riguardo interessa invece la necessità, da parte dei professionisti dell’educazione, di conoscere anche la produzione letteraria che si rivolge alle fasce di età successive rispetto allo 0-3 (o 0-6) in modo da poter aver sott’occhio dove siamo e verso cosa possiamo dirigerci. Mi pare rientri perfettamente in quel discorso di continuità, professionalità e attenzione reale ai bisogni del bambino su cui si è tornati più volte. 

 

“Attraverso le storie degli altri 

sperimentavo vite diverse,

a volte provavo invidia,

altre sospiravo”. 

(Jimmy Liao, L’arcobaleno del tempo)

 

Se guardiamo alla complessità del bambino non potremo che allontanare tutta quella produzione che mira a rispondere a necessità utilitaristiche, che racconta situazioni attraverso la lente dell’emozione singola, che vuole dare insegnamenti vuoti.

“I libri di letteratura per ragazzi, proprio come quelli per adulti, hanno il potere non solo di arricchire il mondo interiore dei piccoli e dei giovani, ma anche di scuoterlo, di risvegliarlo, di cambiarlo profondamente e in modo incisivo. A condizione che l’adulto-mediatore proponga una vasta e diversificata gamma di scritture e stili iconici, perché gli incontri significativi avvengono solitamente dopo lungo ricercare e peregrinare. Ogni lettore è infatti un mondo a sé stante, con il suo personale bagaglio esperienziale e conoscitivo, con i suoi gusti, le sue aspettative, i suoi desideri, e tutto ciò lo porta ad accettare, amare o rifiutare una narrazione.” (Silvia Blezza Picherle, Formare lettori, promuovere la lettura. Riflessioni e itinerari narrativi tra territorio e scuola). 

All’interno di questo quadro credo sia importante sottolineare l’importanza del ruolo degli educatori nel combattere la trasmissione di stereotipi di genere attraverso gli albi per l’infanzia. In un mercato in cui sembra sempre più essersi insinuata l’idea strisciante della caratterizzazione basata sull’identità sessuale è giunto il momento di contrapporre la potenza di un messaggio diverso, coraggioso, che vede nell’incontro e scoperta la maggiore ricchezza. 

 

Immagine: B. Alemagna, “Buon viaggio, piccolino”, ed. Topipittori

  

Buon viaggio piccolino!!