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Alberto Pellai

Non è il traguardo ma il percorso

IL CONFLITTO TRA SAPERE, SAPER FARE E SAPER ESSERE

ALL’INTERNO DELLA RELAZIONE EDUCATIVA

Viviamo in un tempo dove tutto è velocità, performance, competizione. Proprio ciò di cui non hanno bisogno i bambini. A loro infatti servono tempo e lentezza. Per loro esprimere è molto più importante che performare. Infine, come educatori  cadiamo spesso nella trappola della “perfezione”: vorremmo bambini perfetti che testimoniano, di riflesso, la “presunta” perfezione degli adulti che se ne occupano e curano. Ma è davvero questa la ricetta della “felicità” per chi è nato nel terzo millennio? Troppo spesso il sapere e il saper fare viene dagli adulti considerato prioritario rispetto al saper essere, privilegiando il prodotto anziché il processo, la performance alla libera espressività del bambino.  E invece è solo nel “saper essere” che un bambino ritrova il senso di sé e del proprio percorso di crescita, oltre che la capacità di costruire un rapporto sano e soddisfacente con se stesso e con chi gli vive a fianco.

Lo strumento d’eccellenza che sostiene la crescita, la conquista di identità e autostima per il bambino è il gioco. Il gioco è anche un potenziatore spontaneo e naturale dell’autostima del bambino, dimensione, quest’ultima, di importanza cruciale per lui. Autostima è il valore che percepisco di me stesso di fronte a ogni cosa che vivo, è qualcosa di profondo, come le fondamenta di una casa. Sostenere una buona autostima in famiglia e a scuola, i luoghi “relazionali ed educativi” in cui ciascuno fonda l’idea che ha di sé, è importantissimo e significa rendere questi due contesti delle vere e proprie palestre dove scoprire e tenere insieme i propri punti di forza e limiti.

Per vivere con un buon saper essere e appoggiandosi su una autostima adeguata, bisogna conquistare una buona competenza emotiva ed a questo devono puntare gli educatori che vivono a fianco dei più piccoli. Gestire gli affetti e le emozioni che spesso scorrono nel mondo interno dei bambini e a volte si manifestano attraverso “agiti esplosivi” o modalità difficili da decifrare rappresenta un’impresa di complessa fattura. Per questo i bambini hanno bisogno di essere allenati alle competenze per la vita – “le cosiddette “Life Skills” – sulle quali si basa anche il modello dell’Organizzazione Mondiale della Salute chiamato Life Skills Based Education (LSBE). Sono gli adulti che possono attivare con i bambini un’adeguata LSBE e tramite giochi, brani, poesie, quadri e immagini, attività e stimoli di origine diversa, permettere a chi cresce di acquisire sicurezza e competenza nell’area del saper essere. “Noi siamo relazioni” e la relazione con noi rimane la risorsa principale attraverso la quale il bambino può aiutarsi a crescere ed essere aiutato a crescere. Come ha scritto U. Galimberti :

“L’emozione è essenzialmente relazione. E dalla qualità delle nostre relazioni possiamo leggere il grado della nostra intelligenza emotiva a cui la scuola potrebbe dare un positivo contributo, introducendo quei programmi di alfabetizzazione emotiva, in modo da insegnare ai bambini anche le capacità interpersonali essenziali, che hanno la loro matrice in quei centri emozionali del cervello che sono poi i più antichi, quelli che hanno consentito agli uomini di dare avvio alla loro storia”

Oggi questo lavoro di educazione emotiva è più che mai necessario. I bambini spesso hanno più emozioni che parole per poterle raccontare. Per un bambino vivere emozioni complesse e non trovare adulti significativi in grado di “sintonizzarsi” con esse – riconoscendole, rispecchiandole e soprattutto contenendole e “significandole” – vuol dire rimanere abitante di “un territorio sospeso” dove la regola è quella del non detto e dove le emozioni possono trovare vie “disfunzionali” per diventare visibili oppure rimanere per sempre sotterrate in una sorta di “coscienza implicita” che solo con grande fatica ne permetterà l’emersione e la condivisione. Howard Gardner sviluppando il modello delle intelligenze multiple ha avvicinato gli educatori a considerare che ogni soggetto è dotato di:

a) intelligenza interpersonale, consi- stente nella capacità di comprendere gli altri e di costruire un modello di relazione interpersonale orientato alla cooperatività

b) intelligenza intrapersonale, intesa come una capacità correlativa rivolta verso l’interno basata sulla possibilità di formarsi un modello accurato e veritiero di se stessi.

 

L’educazione alle emozioni e la LSBE hanno molto a che fare con questi due “modelli di intelligenza”, considerato che il nucleo dell’intelligenza interpersonale include la capacità di distinguere e di rispondere appropriatamente agli stati d’animo, al temperamento, alle motivazioni e ai desideri altrui, mentre nell’intelligenza intrapersonale si trovano le abilità più utili per accedere alla conoscenza di sé e dei propri sentimenti e stati d’animo che vengono perciò utilizzati come guida del proprio comportamento. Sulla base di questi principi, Daniel Goleman ha fondato un intero modello di mente e di relativo intervento educativo. La sua descrizione dell’ “intelligenza emotiva” implica che – anche per l’educazione alle emozioni – possa essere previsto un percorso strutturato, finalizzato ad aiutare il singolo soggetto a “coltivare la crescita” del sapere, saper fare e saper essere ad essa associata, così da riuscire a gestire questa dimensione della propria vita intrapsichica con maggiore abilità. In base a tale affermazione, gli adulti significativi, devono preoccuparsi di sostenere lo sviluppo di competenze emotive nel bambino con cui vivono o lavorano non solo attraverso le normali esperienze della vita di relazione, ma anche con attività opportunamente create e strutturate a tale scopo.

Diventare emotivamente competenti è un bisogno fondamentale di ogni essere umano. Molti ritengono che l’educazione emotiva sia il semplice risultato di un processo di apprendimento per osmosi, che i bambini attuano nei contesti di vita in cui muovono i loro primi passi e in cui trascorrono gli anni della loro prima e seconda infanzia. Del resto, per molti vale il detto che “un bambino impara ciò che vede e ciò che vive”. Molti altri sposano il modello del bambino “competente” in base al quale il bambino nasce “competente” e dispone già di nozioni, valori e criteri di valutazione che orientano concretamente la sua esperienza.  Anche se, in effetti, parte dell’educazione emotiva di un soggetto è assorbita in modo implicito e silenzioso dall’ambiente di vita, e anche se l’educazione emotiva è una componente innata di ogni essere umano, che perciò nasce in potenza “competente” in tale ambito – l’intervento educativo (e anche didattico)  centrato sugli assunti descritti, può fare molto per potenziare e “ristrutturare” (laddove deficitario) il modello di competenza emotiva del singolo soggetto.

Contenuti
Bibliografia
  • Pellai A., L’educazione emotiva: come educare al meglio i nostri bambini grazie alle neuroscienze, Fabbri, 2016
  • Pellai A., Tamborini B.,  L’età dello tsunami: come sopravvivere a un figlio pre-adolescente, De Agostini, 2017
  • Pellai A., B.Tamborini, Il coccolario. Un viaggio emotivo in 30 tenere filastrocche, De Agostini Planeta, 2017
  • Pellai A., B.Tamborini, Il metodo famiglia felice. Come allenare i figli alla vita, De Agostini Planeta, 2018
  • Pellai A., Voglio essere il numero 2.Perché partecipare è meglio che vincere a tutti i costi, Centro Studi Erickson, 2016