Interventi

Alberto Pellai

Medico, psicoterapeuta

Orfani davanti ad uno schermo: L’importanza di avere un progetto educativo per la vita online

Sempre più spesso si assiste a situazioni in cui ci sono adulti che “placano” le attivazioni emotive dei bambini piazzando uno schermo davanti ai loro occhi. Un’azione che “interferisce” con il mondo interno del bambino, portandolo in uno stato dissociativo. Dove si impara a non sentire più ciò che ci accade dentro, presi – come si è – dall’iperstimolazione che proviene da stimoli esterni a noi. E’ un peccato che sempre più precocemente e sempre più spesso i piccolini imparino l’autoregolazione emotiva non dentro ad uno sguardo, ad un abbraccio, ad un contatto reale accompagnato da parole che danno significato, bensì dentro ad uno schermo. Che mostra immagini in movimento, suoni impazziti, elementi di iperstimolazione che nulla hanno di umano e di relazionale. Forse, noi adulti non ce ne rendiamo conto. Ma mettere un bambino davanti ad uno schermo per calmarlo – quando è in prima e in seconda infanzia – significa disabituarlo a rimanere sintonizzato con le proprie emozioni e sensazioni e non spingerlo ad usare le relazioni con chi si prende cura di lui come metodo “principe” per attraversare una zona di disagio e ritornare alla calma e alla tranquillità. E’ vero, uno schermo in un istante blocca le iperattivazioni emotive, congela tutto. Ma da lì a qualche tempo, quel congelamento artificiale, dovrà diventare altro.
Come genitori, come educatori, come adulti responsabili dovremmo sapere che quando un bambino è agitato, l’ultima cosa che gli serve per tranquillizzarsi è avere uno schermo davanti agli occhi. E come adulti dovremmo davvero considerare che l’educazione alla vita online dei nostri figli oggi rappresenta una priorità che non può essere demandata e rimandata, né affrontata in modo estemporaneo o casuale. Che progetto educativo abbiamo per la vita online dei nostri figli? Che comportamenti promuoviamo e disincentiviamo nel percorso di crescita dei bambini? Gli educatori e i docenti hanno un compito fondamentale all’interno di questa complessità ambientale ed educativa: da una parte devono aumentare gli interventi a sostegno delle competenze emotive e di autoregolazione dei bambini con cui lavorano. Dall’altra devono fornire un costante counselling ai genitori affinchè in questi ambiti adottino le giuste attitudini e norme comportamentali a sostegno della crescita dei propri bambini.Spesso i genitori non comprendono le implicazioni derivanti dalla lunga permanenza nell’online dei loro figli e quindi su questo necessitano di sostegno e aiuto, compito che solo le figure educative più prossime e di cui si fidano di più – ovvero gli educatori dei loro bambini – possono offrire. Di questo – e molto altro – anche alla luce delle più recenti evidenze proposte dalle neuroscienze, parlerà Alberto Pellai nell’incontro rivolto a genitori ed esperti di educazione della prima infanzia.

Pamela Pace

Psicoanalista, Psicoterapeuta, Presidente Associazione Pollicino e Centro Crisi Genitori Onlus

Corpo, cibo, legame: quali peculiarità, quali fatiche per il bambino e per l’adulto

Il percorso di crescita e di soggettivazione impegna gradatamente  il bambino nell’incontro con la prima importante perdita e le successive frustrazioni, effetti anche dell’educazione. Già Freud aveva evidenziato con chiarezza l’importanza, nel percorso di crescita, della funzione normativa da parte degli adulti di riferimento, in primis i genitori,  affinché al piccolo possano essere proposti limiti e argini al suo funzionamento sostanzialmente pulsionale. Infatti l’esperienza della frustrazione, che deriva da tale funzionamento normativo, aiuta piano piano il bambino anche a fare i conti con molte  rinunce, indispensabili per entrare nel legame con l’altro e inserirsi poi nei vari contesti sociali.  Tuttavia tali fatiche e compiti evolutivi, non impegnano solo il piccolo, ma anche papà e mamma e, successivamente, gli adulti di riferimento che hanno una responsabilità formativa. Ecco l’importanza della conoscenza di alcune peculiarità di tale tempo evolutivo, utili ad adeguare gli interventi degli adulti alle specificità psicologiche che accompagnano la crescita. L’intervento si pone il fine di sensibilizzare su tali peculiarità, soffermandosi sia sugli eventuali campanelli d’allarme che evidenziano soggettive difficoltà del piccolo, sia sulle possibili risposte sintomatiche (disturbi alimentari, difficoltà dell’evacuazione, enuresi…) caratteristiche della prima infanzia. Ciò tenendo conto della binarietà del rapporto bambino-adulto, la cui qualità è sempre condizionata anche dalle risposte dell’altro e dalla specifica posizione che il piccolo mostra all’interno del legame. Verrà inoltre fatto riferimento alle particolarità che bambino ed educatore incontrano nel luogo istituzionale, in relazione all’influenza della posizione dei genitori, cioè delle vicissitudini psichiche ed emotive che papà e mamma incontrano rispetto alle prime importanti separazioni dai loro figli.

Alberto Oliverio

Università La Sapienza, Roma

Lo sviluppo dell’attenzione nel bambino

Molto spesso genitori ed educatori si lamentano della scarsa capacità di attenzione che caratterizza i bambini di oggi: un’attenzione ridotta si riflette sulle capacità di apprendimento e fa sì che molti stimoli ed esperienze non raggiungano l’effetto desiderato. Per fare esperienze significative è necessario selezionare alcuni tra i tanti stimoli che bombardano la mente di un bambino. Questo processo di selezione di taluni stimoli rispetto ad altri implica un’attenzione selettiva, una capacità che matura lentamente e passa da una manciata di secondi, nelle prime settimane e mesi di vita, a tempi progressivamente più lunghi.

Ci si può domandare come mai i bambini che restano calmi e in apparenza “attenti” di fronte al televisore, allo smartphone o ai videogiochi presentino delle difficoltà di concentrazione a scuola o in altre situazioni in cui è necessario raccogliersi. In realtà non si parla delle stesse forme di attenzione perché nel caso delle esperienze basate sulla visione e sul digitale abbiamo a che fare con un sistema di attenzione selettiva in rapporto agli stimoli visivi, già attivo nel corso dei primi mesi di vita quando il lattante fissa qualsiasi stimolo nuovo. Nel secondo caso, entra in gioco un tipo di controllo volontario, legato alla motivazione: questa capacità deve essere sviluppata nel corso degli anni, non è un automatismo ed è indotta da esperienze basate sulla concretezza e la motricità.

I risultati di numerose ricerche ci dicono infatti che il nostro cervello è definito dalla motricità, dall’esperienza diretta e dal linguaggio e cje le fasi iniziali del suo sviluppo devono trovare un nutrimento adatto: c’è un tempo per attività concrete basate sull’interazione motoria e un tempo per il mondo digitale. Sin dai primi mesi di vita, i movimenti muscolari, alla base di complesse memorie procedurali e automatismi, rappresentano i mattoni su cui vengono edificate un insieme di vaste capacità mentali. Il lattante apprende gradualmente dalla logica interna dei movimenti e delle azioni i principi di sequenzialità (cosa viene prima e cosa viene dopo) e di causalità (cosa succede in seguito a un movimento dell’adulto e, in seguito, proprio), essenziali per strutturare in seguito il linguaggio, per produrre efficaci movimenti vocali, per ordinare le parole secondo una progressione “logica”, simile appunto a quei movimenti che ha realizzato o che ha visto realizzare precocemente intorno a sé o a quelli che servono nella comunicazione gestuale. Muoversi, significa imparare a inibire ciò che interferisce col movimento desiderato così come prestare attenzione significa inibire gli stimoli irrilevanti.

In generale, i genitori e gli educatori devono quindi tenere in maggior conto l’attività fisica dei piccoli, le esperienze concrete, attività che migliorano l’attenzione e l’apprendimento, potenziano la plasticità cerebrale e rappresentano un meccanismo di compenso per eventuali traumi psichici e fattori stressanti.

Daniela Ghidini e Marianna Vaccalluzzo

Daniela Ghidini, pedagogista, formatrice, counsellor in Psicosintesi

Marianna Vaccalluzzo, insegnante di scuola dell’infanzia

INTIME CONNESSIONI: recuperare un’educazione che sa fare anima

I bambini sono dei meravigliosi “miracoli” che hanno in sé molto più di quanto appare: una predisposizione alla crescita, al benessere, allo sviluppo, una forte propensione alla Vita e alla relazione, con la Natura, gli Altri, Se stessi. Se ci fermiamo ad osservare un bambino giocare in giardino, lo vediamo sfogliare il paesaggio con gli occhi, con i sensi tutti; raccoglie ciò che lo rapisce come se fosse una rivelazione, diventa foglia, albero, nuvola, farfalla… Ascolta, fa analogie, palpita per un nulla e produce pensiero, apprende dialogando con la materia, costruisce la propria narrazione autobiografica, creando legami personali con il Mondo. Egli È! Ma… “Il gioco e l’incontro stuporoso con il mondo coincidono a tal punto da lasciare interdetta talvolta la mente congestionata dell’adulto” (Elisabetta Silj). Anche nei servizi educativi si possono trovare adulti stressati e in difficoltà, presi da una cultura adultizzante che fa scomparire l’infanzia dentro schemi di prestazioni precoci, di dover essere e apparire, una cultura e pratiche che alimentano quel disagio dell’infanzia che è l’ovvio riflesso di quello della società e della cultura dominante. Adulti che a volte faticano a dialogare con gli interessi, gli strumenti, le intelligenze contemporanee, tanto distanti dalle proprie. La scuola riflette così al suo interno il “sentire del mondo”, e rischia di ricadere nel “fare per fare”, dentro programmazioni poco attinenti alla vita vissuta in autenticità. Ma, come scrive Franco Lorenzoni, “La scuola deve essere un po’ meglio della società che la circonda, se no cosa ci sta a fare?”. I bambini che abbiamo davanti ci chiedono di essere guardati, pensati, di essere “presi a cuore” e di stare nella Vita. Con anima. In con-tatto, con noi stessi, in profondità, per poterci connettere realmente a loro. Noi pensiamo che, per riuscire ad “esser-ci”, ci serva formare uno sguardo contemplativo, che sa stare sul filo della relazione in fiducia, apertura e continuo ascolto. E che la Natura sia un con-testo ideale per creare un terreno d’incontro, anche spirituale, tra bambini – adulti – Cosmo intero.

Chiara degli Esposti e Ornella Cavalluzzi

Chiara degli Esposti, psicologa, psicoterapeuta, co-ideatrice del metodo inRelazione®

Ornella Cavalluzzi, psicologa, psicoterapeuta, co-ideatrice del metodo inRelazione®

Contattare il bambino interiore. Il vissuto dell’educatore come strumento chiave nella relazione con i bambini

La relazione educativa tra adulto e bambino influenza lo stato di benessere del sistema e la capacità da parte dei più piccoli di apprendere e costruire relazioni soddisfacenti e sicure. Attraverso l’incontro con l’altro accediamo ad una dimensione intersoggettiva che vede coinvolti i bisogni e le emozioni di entrambi i protagonisti della relazione. Tale luogo di incontro è il “noi” e rappresenta molto di più della semplice somma delle parti. Per “stare” in questo posto speciale che è il “noi” e trasformarlo in un luogo sicuro per il bambino, l’educatore deve essere capace di entrare ed uscire dentro e fuori di sé, portando attenzione e consapevolezza ai processi interni che l’incontro con l’altro scaturisce in lui. Ciò implica la capacità di vedere e rispettare il bambino nella sua soggettività, di saper sentire il suo sentire e conoscere il suo pensare, senza perdere di vista se stesso, i propri bisogni e vissuti. E’ nella capacità di auto-osservarsi consapevolmente che l’educatore crea le condizioni per trasformare il proprio agire educativo in un processo intenzionale e non casuale. E’ attraverso tale consapevolezza, che l’educatore può sostenere il bambino nella sua crescita emotiva e relazionale e contribuire al suo benessere. In questa ottica, l’idea dell’educatore come figura neutrale che lascia il proprio sentire fuori dalla porta, non ha molto senso. L’educatore, quando è consapevole e presente a se stesso, è in grado di “utilizzare” nella relazione con il bambino la sua imperfezione, i suoi limiti, le sue emozioni e i suoi bisogni, come bussole che orientano pensieri e strategie educative in modo efficace e congruente. Lavorare secondo questa ottica significa inevitabilmente fare luce sugli elementi del proprio passato che influenzano il proprio modo di entrare in relazione. Significa conoscere e riflettere sulla propria storia, accogliere e accettare il proprio bambino interiore. E’ grazie alla consapevolezza di sè, che scaturisce la capacità dell’educatore di entrare in risonanza e in empatia con il bambino, di essere in grado di vederlo e rispettarlo nella sua unicità e di promuovere quel “noi” come luogo speciale di benessere e sicurezza.

Giuseppe Nicolodi

Psicologo e psicomotricista

Leggere i segnali di disagio dei bambini al Nido e alla Scuola dell’Infanzia

Nei contesti educativi 06 anni è molto frequente trovare situazioni in cui i professionisti faticano a gestire alcuni bambini che presentano uno sviluppo “tipico”, ma che sul piano comportamentale mettono a dura prova l’adulto. Quando l’adulto nell’istituzione educativa si trova a disagio di fronte al comportamento del bambino si parla di “disagio educativo”. Esso è soggettivo: infatti, è possibile che, a fronte della stessa situazione, un educatore si senta a disagio mentre un altro no, in quanto riesce a leggere in modo differente il comportamento del bambino ed a gestirlo in modo efficace.

Per superare il senso di “disagio” è necessario che il professionista possa comprendere che i segnali dei bambini (talvolta espressi sotto forma di comportamenti considerati “inadeguati”) sono messaggi i quali hanno bisogno di essere decodificati ed a cui bisogna rispondere in modo congruente.

Un aiuto a leggere i segnali di disagio dei bambini al nido ed alla scuola dell’infanzia ci viene dall’ipotesi teorica dei “Contenitori Educativi”, grazie alla quale è possibile dotarsi di una griglia osservativa attraverso cui leggere i comportamenti dei piccoli nel corso della giornata, comprendere così molte delle loro difficoltà e progettare strategie educative utili per supportarli ad affrontare le loro fatiche, ricordando che ciò non significa “magicamente” risolvere i problemi, ma far sì che questi non ne producano di ulteriori.

L’adulto può vedere, cogliere, leggere l’espressione del disagio come messaggio d’aiuto diretto a sé e, sapendolo decodificare, “reggere” la fatica del bambino.

Poiché, come dice Elinor Goldschmied, nei bambini di questa età molte difficoltà comportamentali ed emotive possono essere modificate con un certo successo se sono gestite con sensibilità” e competenza. Questo intervento vuole creare un momento di riflessione in cui potersi soffermare per interrogarsi rispetto alle fatiche dei bambini ed in cui trovare valide strategie educative, connotate da responsività, empatia e sensibilità, in grado di supportarli nel loro percorso di crescita.

Vania Rigoni

Pedagogista, pedagogista clinico®

La rete che sostiene

La società attuale, anche attraverso incredibili scoperte nelle neuroscienze, apre panorami sempre più complessi per il ruolo genitoriale, in particolare laddove mamme e papà si trovino ad affrontare una fatica del figlio lungo il suo percorso di crescita. Da un lato, infatti, troviamo una medicina che innova e definisce con sempre maggiore precisione le disfunzioni dei soggetti e, dall’altro, un sistema sociale frenetico e disorganizzato che non riesce a rallentare per includere tutti.

Inoltre, per i genitori di oggi che sul figlio investono ben più che in passato, sotto ogni punto di vista, prendersi carico di un problema evolutivo è più faticoso che mai, anche a causa di una rete sociale sfaldata, per cui essi si trovano, troppo spesso, soli, preoccupati e disorientati.

La diversità, dalla disabilità alle sempre più frequenti disregolazioni emotive e alterazioni comportamentali, pone gli adulti di fronte a un grande dilemma: accettarla o rifiutarla, averne paura o accoglierla.

Sciogliere tale dilemma è faticoso per i genitori da soli, ma se sono accompagnati da persone di fiducia, come i professionisti dell’educazione 06 anni che si occupano del loro bambino ogni giorno, può essere più facile intraprendere un percorso che accorci il tempo che intercorre dall’osservazione di un campanello di allarme all’azione personalizzata e sinergica di interventi mirati.

La rete di sostegno che le strutture educative possono costruire intorno al nucleo famigliare sono quindi fondamentali, oggi più che mai, in quanto dalla disabilità alle infinite disarmonie dei bambini è sempre più necessario fornire ai genitori un appoggio che li faccia sentire accolti, sostenuti e accompagnati lungo un percorso complesso ed emotivamente impegnativo.

Nel momento in cui, quindi, all’interno dei servizi, un bambino manifesta una difficoltà evolutiva, ai professionisti dell’educazione 06 anni, primi approdi per le famiglie e primi soggetti sociali che si occupano quotidianamente dei piccoli, è richiesta una capacità di relazione e di comunicazione con i genitori connotata da empatia, capacità di ascolto e sostegno affinché possano indirizzarli e sostenerli. Non si tratta di dare mamme e papà una definizione, una diagnosi, quanto invece di trovare modi positivi per mettere in evidenza le competenze e le risorse del figlio come anche le fatiche, così da avviare un percorso di presa in carico del bambino.

In questo intervento, pertanto, si intende approfondire, da un lato, come i professionisti possono condurre un colloquio complesso come il dichiarare ad un genitore che il figlio ha delle fragilità di cui occorre farsi carico e, dall’altro, riflettere sulle competenze basilari che la professionista dell’educazione 06 attuale deve sviluppare: la capacità di ascolto, la simpateticità comunicativa, l’abilità di costruire una rete che sostiene.

Patrizia Granata

Docente a contratto Università di Padova; Ideatore Didattico del modello B612; Vice Presidente Nazionale CNIS (Coordinamento Nazionale Insegnanti Specializzati) collaboratore del gruppo scientifico diretto dalla Prof. Daniela Lucangeli

S.O.S. EDUCATIVI. Quali competenze per essere educatori di qualità

Come stanno oggi i bambini, perché tante vulnerabilità irrisolte? Quali sono i loro veri bisogni? Queste e altre mille domande devono preoccupare chi ogni giorno si prende cura del loro sviluppo.

Ogni mattina andiamo al nido o alla scuola dell’infanzia pensando a quali e quante attività fare, su quali competenze lavorare ma sono veramente questi i bisogni emergenti su cui dobbiamo porre la nostra attenzione?

I fattori su cui occorre agire per promuovere benessere e buon adattamento sociale e scolastico, nella prima infanzia, sono la corretta gestione educativa delle emozioni e dell’affettività, la corretta gestione della complessità dalle relazioni sociali tra individui con profili, caratteristiche, ruoli e bisogni educativi diversi e la promozione delle autonomie, delle percezioni di competenza e di efficacia personale.

Chi lavora con i piccolissimi deve sapere quali sono i rischi che questi corrono e quanto è importante che nei primi 1000 giorni di vita essi abbiano un contesto e delle persone che evitino ciò che poi potrebbe sfociare in malessere durante l’adolescenza o ancor peggio in età adulta.

Lavorare con i bambini oggi implica non fare l’educatore ma essere educatore. Per far vivere i bambini in stato di ben-essere, l’educatore, l’insegnante deve avere conoscenza e consapevolezza di cosa ci dice la ricerca in modo da prevenire i problemi a cui i fatti di attualità ogni giorno ci sottopongono.

Non si può pensare di applicare ciò che si legge sui libri, sulle riviste, senza averlo sperimentato in prima persona.

Dobbiamo avere consapevolezza di quali sono le esperienze fondamentali per i nostri bambini evitando il rischio di “ingozzarli”.

Non fermiamoci al prodotto, ossia a cosa sa fare il bambino ma pensiamo al processo, chiediamoci che tipo di processo ha intrapreso per apprendere, chiediamoci come sta ogni giorno il bambino che abbiamo di fronte, quali bisogni esprime, cosa significa crescere con uno sviluppo armonico.