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Interventi

Monica Chiara Onida

Formatrice in ambito di educazione scientifica 0-14 anni e docente a contratto presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca, presso cui conduce laboratori sia di Scienze della Terra (presso Scienze Ambientali) sia di Didattica della Fisica e Astronomia (presso Scienze della Formazione Primaria).

Educazione STEAM: bambini e adulti in gioco

Tra 0 e 6 anni si costruiscono le fondamenta per tutti gli apprendimenti futuri, in particolar modo per quegli ambiti in cui l’esperienza, la corporeità e la sperimentazione sono pratiche indispensabili per poter comprendere un fenomeno, anche da adulti. In questo intervento le discipline STEAM (Science, Technology, Enginery, Art, Math), apparentemente riguardanti le fasce di età superiori in relazione alle discipline scolastiche dove sono forzatamente tenute distinte, verranno analizzate in un’ottica sistemica, di connessione e declinate in relazione agli apprendimenti dei bambini e degli adulti che hanno il compito di accompagnare i bambini nei loro percorsi di formazione, perché non possiamo scindere completamente questi due livelli. Un adulto che non si mette in gioco per apprendere in prima persona, che non si confronta con le proprie difficoltà, conoscenze e risorse, difficilmente potrà accompagnare adeguatamente un bambino, ascoltarlo per davvero e osservarlo senza pregiudizi per comprendere i processi cognitivi che sta sviluppando attraverso il gioco, entrare in contatto empatico con le sue scoperte e le sue sperimentazioni, incentivarlo ad approfondire e andare oltre, arricchire il contesto in modo che continui a sollecitare la nascita di nuove domande e piste di ricerca. All’acronimo STEAM bisognerebbe aggiungere anche P, Philosophy e M, Motricity, perché l’apprendimento delle conoscenze (scientifiche ma non solo) avviene solo se corpo e pensiero dialogano costantemente e si sviluppano in continuità l’uno con l’altro, in un contesto educativo pensato che favorisca la continuità anche tra il dentro e il fuori, tra il macro e il micro, tra i sistemi e le variabili, tra ambiente naturale e ambiente urbano, tra arte e scienza, alla continua ricerca della meraviglia.  Da dove ripartire ora? Qual è la chiave per una nuova educazione?

Paola Tonelli

formatrice, pubblicista

Tra linee, segni, colori. Ogni bambino trova il suo “stile”

In una mia ricerca sui segni dei bambini mi sono a lungo soffermata sui momenti in cui disegnano. Cosa succede quando il bambino è libero e sperimenta i suoi segni, quelli che, via via, riesce a tracciare, ma non è solo? Cosa succede quando accanto a lui vi è un adulto/documentatore in posizione di ascolto, che è capace di raccogliere i suoi segni, che non li giudica, che mette a disposizione la sua competenza per restituire significato a quei segni?
In questo mio lavoro, “restituire significato” non ha a che vedere con l’analisi psicologica, con l’individuazione di eventuali problemi, con la ricerca di una evoluzione delle competenze grafiche. Ho cercato piuttosto di cogliere le scelte preferite dal bambino, le scelte che ritornano nonostante il trascorrere dei giorni e la naturale evoluzione della competenza grafica.
Non si tratta di selezionare i disegni che testimoniano l’evoluzione dallo scarabocchio al figurativo (la famosa conquista dell’omino) ma quelli che meglio manifestano la permanenza dei tratti, dei segni, degli elementi grafici più tipici di quel bambino o bambina. Per fare questo è stato necessario cogliere le procedure di costruzione, le innovazioni “tecniche” introdotte, le ridondanze, l’uso del colore, l’intensità delle linee, la spazialità del tracciato… Ci si può impegnare così in un’analisi emozionante, in un vero e proprio studio che mette in luce le ricerche tenere e semi-nascoste dei piccoli autori. Con il mio lavoro ho cercato di dimostrare che anche tra i piccolissimi di due-tre anni è possibile rintracciare uno “stile grafico” personalissimo e come sia possibile promuovere, grazie all’ascolto ed all’accoglienza, i segni autentici di ciascuno, onde evitare che presto vengano sostituiti da quelli insegnati/incoraggiati/enfatizzati dalle logiche adulte.

Antonia Chiara Scardicchio

Università di Bari

Dalla analogia gioco-vita alla analogia gioco-conoscenza. Posture in gioco nell’apprendimento

“Il cosmo rivela, con tutto il rispetto, la sua sostanza ludica” Gianni Rodari

Che forma ha la vita?
E che forma ha la conoscenza?
Prendersi cura dei processi educativi, considerandoli ingresso nella realtà dalla porta dell’immaginazione, come nelle parole di Gianni Rodari, significa riconoscere la forma dada della vita: mobile, mobilitante, fatta di movimenti e di aperture, ribaltamenti e sguardi caleidoscopici.
E allora, se dada è la forma della vita e dei viventi, quale formazione può accompagnare al meglio lo sviluppo dei processi di conoscenza, dove sapere e sapore riconoscono di avere la stessa radice etimologica?
E’ il gioco la via maestra della scienza, poiché forma della vita e dunque della conoscenza: la conoscenza che non resta disancorata ma dalla vita apprende il ritmo e nella vita porta la postura dell’esplorare.
Ma che significa, di fatto, giocare?
Attraverseremo questa domanda, mettendo al centro un soggetto particolare: non ci chiederemo che significa giocare per i bambini e per le bambine di cui siamo educatori, bensì – proprio per prenderci cura di loro – che significa giocare per noi stessi.
So-stare in-gioco?
A questa domanda è possibile rispondere, naturalmente, in un modo soltanto. Come?
Giocando.

Helga Dentale

conduttrice di percorsi teatrali per bambini, formatrice

L’arte di meravigliarsi attraverso il gioco del teatro

Arte, meraviglia, gioco, teatro:  quale connessione fra queste parole? Che filo le lega, intrecciando così una fitta trama di valenze pedagogiche? Proviamo ad immaginare un attimo: una sedia diviene una zattera in mezzo al mare…poi un cavallo al galoppo…e ancora, il trono di un re. È il gioco simbolico, alla base del teatro. Fare teatro con i bambini è soprattutto gioco e, come tale, rappresenta anche un palcoscenico naturale per coltivare uno sguardo di meraviglia: ora cosa accadrà? In cosa ci trasformeremo? E, come per magia, una mano diviene un personaggio canterino, una farfalla danzante, un’onda del mare. E, come per incanto, la sezione è regno magico, bosco, oceano. Il gioco del teatro è il faccio finta che rende possibile l’impossibile, nutre lo stupore e la curiosità. Come valorizzare questo processo? Come rendere il teatro al nido e a scuola un percorso per promuovere il gioco e l’arte di esprimersi attraverso la voce e il corpo? Come nutrire il piacere della scoperta? È necessario lavorare per un teatro a misura di bambino, svincolato dall’esibizione, lontano dal “bambino esecutore”. È altrettanto importante che l’adulto riesca a mettersi in gioco, valorizzando un corpo narrante capace di rendere visibile l’invisibile, di accendere la scintilla dello stupore, di comunicare con carisma. L’educatore stesso può apprendere e “prendere” molto dal gioco del teatro per “mettere in scena”, insieme ai bambini, lo spettacolo della meraviglia.

Alessandra Pecci

formatrice e maestra Montessori

Il bambino tra scienza e poesia in Maria Montessori

Nasciamo frammenti di un cosmo fatto di relazioni, di interdipendenze complesse, visibili e invisibili e ci muoviamo tra di esse per mezzo di conoscenza, creatività ed emozioni. I bambini vengono da un atto creativo pregno di vita piena e nascono assetati di quel nutrimento che hanno avuto modo di conoscere e assaporare dagli albori della vita stessa. Fin dall’inizio, è importante che ciascun bambino e bambina impari ad amarsi e riconoscersi parte del Piano Cosmico, a contribuire allo sviluppo delle condizioni che rendono possibile l’evoluzione pacifica della società degli uomini.
Il bambino Maestro d’Amore ci mostrerà il suo interesse a conoscere il mondo per mezzo di analisi e trasformazioni della realtà, precocemente sveglierà in noi una sensazione sopita ma propria dell’umano: lo stupore. Educare non può che avere occhi aperti sulla vastità del possibile.
Le esperienze che si condividono con bambini e bambine necessitano di essere mediate dalla sensibilità e attenzione dell’adulto, ricordando che il senso di meraviglia innato è una riserva naturale di amore per il tutto di cui facciamo parte. Per il bambino in ogni esperienza è in gioco l’intera sua vita e tutto ciò che lo circonda. Una pianta, un bruco sulla foglia, una calamita che ha in tasca, il movimento di un gatto, il ghiaccio che diventa acqua…tutto è meraviglia per lui. Ogni particolare assume grande importanza ai suoi occhi, semplicemente perché fa parte del suo mondo.
Il nostro lavoro nel costruire Cultura dell’infanzia ci vuole ricercatori ma non meno e mai meno che poeti. Solo un ricercatore può essere Aiuto per la vita e solo un poeta può vedere e raccontare i bambini piccoli. Maria Montessori ci tiene per mano nel mostrarci i bambini tra scienza e poesia.

Silvia Maria Del Col

Bioarchitetto

Forme e colori nei luoghi educativi. Un luogo armonico dove crescere e giocare.

La salubrità dei luoghi educativi si è rivelata in quest’ultimo periodo più che mai essenziale per la progettazione degli spazi dedicati ai più piccoli, sebbene con “salubrità” non si voglia intendere qui solo l’aspetto igienico-sanitario.

L’ambiente, infatti, esercita una potente influenza su adulti e bambini a vari livelli e una buona qualità del loro “stare” nei contesti educativi potrebbe essere promossa, tra le altre cose, dall’analisi delle forme e dei colori presenti negli spazi poiché si tratta di elementi che influiscono sia sul corpo che sugli stati emozionali.

In questo intervento, con lo sguardo portato dalla bioarchitettura, si intende dirigere l’attenzione su come forme, colori, sistema illuminante, eventuale elettrosmog e altri elementi presenti nell’ambiente possono influenzare il ben-essere di adulti e bambini negli spazi educativi.

L’obiettivo è quello di favorire, nella progettazione dei luoghi educativi, una maggiore attenzione verso alcune specifiche e peculiari caratteristiche degli stessi, per promuovere un maggior benessere dei bambini e delle bambine, agevolare il gioco spontaneo e arricchire la loro esperienza anche grazie all’abitare luoghi armoniosi e belli.

Alice Gabbrielli

Formatrice, coordinatrice di asilo nido, scuola d’infanzia e primaria, direzione scientifica di PF06

Le competenze matematiche e artistiche dei bambini: una promessa ancestrale

Fin dalla primissima infanzia i bambini mostrano una spiccata curiosità nei confronti del mondo naturale e una significativa sensibilità artistica che si manifesta principalmente attraverso il gioco, con produzioni effimere spesso inosservate dall’adulto.

Il rapporto con l’arte e con gli elementi naturali, con la bellezza e con l’armonia, è un rapporto profondo, viscerale, da cui prendono vita gli apprendimenti che accompagnano la crescita di ogni bambina e bambino.

Alla base di questa intima relazione con la bellezza, sia essa naturale o artistica, vi sono alcune competenze innate che permettono ai bambini di comunicare con il mondo che li circonda attraverso un linguaggio universale: la matematica. L’attitudine matematica innata, quindi, come una promessa ancestrale, ci lega alla natura e all’arte fin dalla nascita.

E’ compito dell’adulto che accompagna i bambini e le bambine lungo il percorso di crescita, non tradire questa promessa.

Saper osservare il gioco spontaneo dei bambini, riconoscendone le radici nella matematica, e quindi nell’arte, permette a educatori, insegnanti e genitori di tenere fede a questa promessa e di creare le condizioni per lo sviluppo autentico dell’individuo e il fiorire di tutte le sue potenzialità in connessione profonda con la Natura.

 

 

Silvia Iaccarino

Formatrice, psicomotricista, fondatrice di PF06

INTERVENTO A SORPRESA

Carola Castoldi

Coordinatrice servizi educativi 06, formatrice, direzione scientifica di PF06

Immersioni di meraviglia

Progettare l’incontro con luoghi che nutrono il fascino dell’eccezionale e dell’inatteso, coltivare quella seduzione che nasce dalla funzione estetica delle combinazioni degli oggetti e dei materiali nella dimensione permanente della ricerca.

Innescare processi di meraviglia nei servizi 0/6 è una strategia che prende forma all’interno di questa cornice, in cui la RICERCA DI RELAZIONI tra i materiali si traduce in connessioni che generano luoghi sensibili agli sguardi curiosi dei bambini.

Questo perché amiamo pensare che la qualità dei processi di apprendimento dei bambini (e non solo) sia correlata alle RELAZIONI che si coltivano all’interno del contesto: è l’orchestrazione dei vari stimoli e dei luoghi che si allestiscono ad attivare differenti strategie di pensiero e conoscenza. 

A partire da questa premessa, si andrà ad offrire una raccolta di scenari, paesaggi, ambientazioni, punti di partenza e di arrivo, itinerari di transito nei quali la meraviglia diventa ingrediente fondamentale per attivare slanci di curiosità, processi di esplorazione e di apprendimento nei bambini. Scene attraverso le quali accendere lo sguardo di meraviglia, che è in attesa di essere nutrito, grazie a quella complessità armonica che si avvale della ricchezza, non come abbondanza, ma come cura e ricercatezza a partire da un “sentire estetico”.

L’immersione negli INVITI che vengono offerti ai bambini all’interno dei servizi 0/6 e negli assemblaggi che vengono “ricuciti” dagli adulti, ci offriranno la possibilità di incontrare cornici esperienziali ibride, contaminate, estremamente dialogiche e dal grande potere narrativo.

Per una cultura della meraviglia che consenta ai bambini di riappropriarsi della loro naturale propensione alla scoperta e all’apprendimento, nell’incontro con adulti che fanno della ricerca, dell’ascolto e della curiosità il motore di ogni luogo educativo.

Daniela Corradi e Simona Vigoni

Pedagogiste, formatrici, direzione scientifica PF06 

Raccontare meraviglia, ovvero rendere straordinario l’ordinario e…..

…ordinario lo straordinario. Il titolo si interrompe, coi puntini di sospensione un po’ come tutte le storie a puntate, come i capitoli di un libro “che sei lì col fiato corto, perché ti attende quello successivo che chissà cosa riserva, che chissà come continua.” Perché le storie sono così, vorresti che non finissero mai e al contempo non vedi l’ora di sapere come vanno a finire. Le storie ingaggiano, catturano, muovono energie, portano dentro alla trama, a una prospettiva che a volte segue una logica differente da quella consueta. Le storie fanno pensare, interrogano, emozionano. Le storie raccontano di questioni, processi, sviluppi, cambiamenti e trasformazioni. Le storie lasciano spazio perché ognuno possa intervenire con la propria intelligenza e la propria capacità interpretativa. Allora le storie possono raccontare dei bambini e delle bambine nei servizi educativi, delle loro competenze e strategie, così come del lavoro pedagogico di educatori ed educatrici. E non solo possono: aggiungeremmo devono perché ci sono storie che solo chi abita quei contesti può raccontare. E allora quale stoffa, quale postura, quale sguardo dovrebbe appartenere al professionista dell’educazione per imbastire storie con arte e scienza, poesia e sapienza?

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