Interventi

Daniel Lumera

Scrittore, docente e conferenziere, guida e riferimento nella pratica della meditazione ed esperto nell’area delle scienze del benessere, della qualità della vita e nell’educazione alla consapevolezza.

Outdoor e Neuroscienze 

Televisione, tecnologia, videogiochi, città sempre più grigie e meno umane, stile di vita sedentario, cibo spazzatura, tutto sembra concorrere ad allontanarci dalla nostra natura. Tanto che è stato necessario l’intervento della scienza per ricordarci quello che intuitivamente tutti sappiamo: il contatto con la natura guarisce, riduce lo stress, la rabbia, la paura, ed è una cura a tutto tondo. Basta una pianta nelle stanze degli ospedali, in ufficio o nelle aule di scuola per ridurre significativamente stress e ansia. Una ricerca condotta da Bo-Yi Yang della Sun Yat-sen University School of Public Health di Guangzhou, in Cina, su 59.754 bambini e adolescenti ha dimostrato come una piccola area verde entro 500 metri dalla scuola o dall’asilo riduca significativamente i sintomi del disturbo da deficit dell’attenzione migliorando la capacità attentiva. In un periodo storico caratterizzato da una crescente sensazione di solitudine, è ancora la natura ad aiutarci: il tempo trascorso in natura ci riconnette gli uni agli altri e al mondo che ci circonda. Ma era davvero necessario l’intervento della scienza per ricordarci qualcosa di così ovvio?  Da dove ripartire ora? Qual è la chiave per una nuova educazione?

Fabio Sinibaldi e Sara Achilli

CEO e Fouder di Real Way of Life

I bisogni ancestrali. Una innovativa chiave di lettura per individuare e rispondere ai bisogni più profondi dei bambini

Il pianto o il gesto aggressivo di un bambino possono essere affrontati per quello che sono, oppure essere interpretati – ad esempio – come una richiesta di aiuto. La sfida interessante arriva a questo punto: capire che tipo di aiuto sta chiedendo il piccolo e in quale modo aiutarlo. I bambini possono avere bisogni ambivalenti, di sicurezza e al contempo di provare a sé stessi (in modo misurato alla specifica età) di essere autonomi. Spesso a questi problemi si cercano soluzioni istantanee, mentre è importante guardare agli equilibri dei diversi tipi di esperienze ed ai relativi vissuti emotivi. In altri casi i bambini possono mettere alla prova una regola, anche solo per capire come funziona il mondo, mentre gli adulti (spesso sia le figure di cura che educative) possono sentirsi sfidati. In altri casi ancora si fa confusione tra diversi livelli comunicativi e il modo in cui si prova a risolvere il problema, paradossalmente, lo rinforza. Ad esempio, un bambino già dopo pochi mesi di vita capisce il valore sociale del pasto e – quando viene fatto mangiare da solo – vive questo aspetto come esclusione dalla famiglia, perdendo entusiasmo verso il cibo. A questo punto l’attenzione viene tipicamente posta sull’appetito del bambino e quasi mai sulle dinamiche socio-familiari.

Attraverso una serie di esempi pratici e alla luce degli studi che integrano neuroscienze dello sviluppo ed etologia umana, vedremo quali chiavi di lettura possono aiutarci ad individuare i bisogni reali e più profondi dei bambini. Tracceremo i confini tra i diversi tipi ed aree di bisogno, vedremo i più comuni errori interpretativi e daremo alcuni spunti pratici. 

Come genitori, come educatori, come adulti responsabili dovremmo sapere che quando un bambino è agitato, l’ultima cosa che gli serve per tranquillizzarsi è avere uno schermo davanti agli occhi. E come adulti dovremmo davvero considerare che l’educazione alla vita online dei nostri figli oggi rappresenta una priorità che non può essere demandata e rimandata, né affrontata in modo estemporaneo o casuale. Che progetto educativo abbiamo per la vita online dei nostri figli? Che comportamenti promuoviamo e disincentiviamo nel percorso di crescita dei bambini?

Gli educatori e i docenti hanno un compito fondamentale all’interno di questa complessità ambientale ed educativa: da una parte devono aumentare gli interventi a sostegno delle competenze emotive e di autoregolazione dei bambini con cui lavorano. Dall’altra devono fornire un costante counselling ai genitori affinchè in questi ambiti adottino le giuste attitudini e norme comportamentali a sostegno della crescita dei propri bambini.Spesso i genitori non comprendono le implicazioni derivanti dalla lunga permanenza nell’online dei loro figli e quindi su questo necessitano di sostegno e aiuto, compito che solo le figure educative più prossime e di cui si fidano di più – ovvero gli educatori dei loro bambini – possono offrire. Di questo – e molto altro – anche alla luce delle più recenti evidenze proposte dalle neuroscienze, parlerà Alberto Pellai nell’incontro rivolto a genitori ed esperti di educazione della prima infanzia.

Alberto Oliverio

Università La Sapienza, Roma

Il cervello che impara

Una migliore comprensione di come funziona il nostro cervello e delle caratteristiche del suo sviluppo può fare in modo che la pedagogia si agganci a nuove conoscenze, a una neuropedagogia che tenga conto del ruolo fondamentale delle esperienze sensoriali e motorie nel corso della prima infanzia, in linea con le anticipazioni di Maria Montessori. 

Sin dalla prima infanzia, i movimenti muscolari, alla base di complesse memorie procedurali e automatismi, rappresentano i mattoni su cui vengono edificate un insieme di vaste capacità mentali. Il lattante apprende gradualmente dalla logica interna dei movimenti e delle azioni i principi di sequenzialità e di causalità, essenziali per strutturare il linguaggio, per produrre movimenti fonatori congrui, per ordinare le parole secondo una progressione logica. 

Nel corso della prima infanzia la motricità e i giochi di movimento sono strettamente associati a una serie di ricadute cognitive. È a partire da queste esperienze che si gettano le basi dell’attenzione che, inizialmente, è di breve durata ma man mano si espande e potenzia quando il bambino ha un ruolo attivo ed è interessato e motivato.

Raniero Regni

Professore Ordinario di Pedagogia sociale presso il Dipartimento di Scienze Umane dell’Università LUMSA di Roma, è codirettore della rivista “Pedagogia e vita”. È docente nei corsi nazionali e internazionali AMI erogati dal Montessori Training Center Perugia “M. A. Paolini”.

L’empatia tra fare e sapere

L’empatia, la capacità originaria di “sentire dentro”, è una facoltà innata dell’essere umano. Le neuroscienze ne hanno approfondito il valore con la scoperta dei neuroni specchio, specializzati proprio nel sapere quello che l’altro sente e fa. Anche se innata, l’empatia, sia nella sua dimensione cognitiva che in quella affettiva, può e deve essere educata e lo può attraverso lo studio teorico e l’approfondimento pratico. Il pensiero del cuore, un cuore intelligente, valori praticati prima che predicati, diventano obiettivi prioritari dell’educazione di oggi, fondamentali per l’incontro con se stessi e con gli altri.  

Erica Francesca Poli

Medico psichiatra, psicoterapeuta e counselor

I mille giorni d’oro: conoscere, proteggere, riparare le impronte di nascita dell’individuo che verrà

I mille giorni d’oro sono il tempo più importante e più delicato per ogni individuo che si affaccia al mondo: il tempo delle impronte, il tempo delle fondamenta.

L’ OMS ha definito mille giorni d’oro il periodo che si estende dal concepimento, alla gestazione sino all’epoca perinatale.

Un periodo aureo, perchè ricco di potenzialità creative, ma al contempo un periodo di grande delicatezza che andrebbe conosciuto e tutelato come il più prezioso.

Riconoscere e riparare le impronte di nascita significa compiere un viaggio che si snoda tra scienza, arte, filosofia, medicina e antropologia, nei percorsi della nascita di una nuova Vita.

Un viaggio ben radicato nelle conoscenze mediche, ma che non trascura di considerare gli archetipi, i miti, i riti del concepimento e della nascita.

Tutti proveniamo da quei mille giorni, ed è possibile intraprendere un percorso  che ci restituisca alla poesia cellulare dalla quale proveniamo, prima del prima.

La nuova frontiera della psicologia gestazionale e perinatale come quella dell’epigenetica delle fasi precoci della vita schiude davanti a noi la grande opportunità di promuovere la salute dall’inizio o ripararla a partire dalle impronte più precoci, qualcosa che una società davvero umana non può mancare di rendere accessibile e mettere in pratica.

Leonardo Fogassi

Dipartimento di Medicina e Chirurgia, Università di Parma

Fare e sapere. Dalla cognizione motoria alla pedagogia.

Negli ultimi trent’anni le Neuroscienze hanno dimostrato che la funzione motoria è la capacità fondamentale che ci permette di rappresentarci il mondo esterno, attraverso l’interazione con esso, e di costruire i nostri sistemi cognitivi. Tra le ricerche che hanno evidenziato chiaramente questo concetto c’è anche quella sul sistema specchio, le cui proprietà risiedono in neuroni di tipo motorio. Tale sistema ci permette innanzitutto di comprendere il comportamento degli altri, ma anche di comprendere lo stato d’animo e le emozioni altrui, alla base dell’empatia.

Queste conoscenze neuroscientifiche hanno fatto ipotizzare, negli anni più recenti, un possibile legame con la pedagogia, suggerendo che nello sviluppo del bambino, soprattutto negli anni 0-6, ma anche successivamente, il movimento, l’interazione con l’ambiente e l’interazione sociale siano fondamentali per la costruzione della mente. Infatti alcune ricerche pilota hanno messo in evidenza come lo svolgimento di laboratori in cui piccoli gruppi di bambini giocano insieme utilizzando materiali che permettono una forte interazione sensorimotoria e un utilizzo creativo sia dal punto di vista individuale che sociale, determini dei cambiamenti sia nella competenza motoria di ordine superiore, sia in altri domini (p.es. capacità di pianificazione). Il passaggio dalle strategie motorie a quelle più astratte, spesso accompagnate da aspetti linguistici, conferma come l’impalcatura cognitiva si struttura a partire dalle rappresentazioni motorie, fornendo quindi suggerimenti su come modificare l’approccio pedagogico.

Emiliano Toso

Biologo Cellulare e Musicista Compositore

Il potere della musica sulla nostra salute

L’ uomo è attratto dall’ascoltare e suonare la musica fin dalla preistoria, in ogni epoca, in ogni situazione culturale e in ogni parte della Terra.
Negli ultimi anni, grazie ai progressi della scienza, importanti studi hanno testimoniato in modo profondo i benefici dell’ascolto della musica a tutti i livelli, dimostrando le dinamiche cerebrali che portano al piacere dell’ascolto, i corrispondenti effetti a livello biochimico e biofisico nel nostro corpo e i relativi benefici anche a livello terapeutico.
In questo intervento il biologo cellulare e musicista compositore Emiliano Toso condividerà importanti scoperte scientifiche che testimoniano il potere della musica sulla nostra salute e sullo sviluppo infantile, in un’epoca in cui arte e scienza si stanno sempre più integrando per creare un nuovo paradigma di conoscenza.

Daniele Fedeli

Ricercatore di Pedagogia Speciale presso l’Università degli Studi di Udine ed esperto di disturbi del comportamento in età evolutiva

Attenzione e concentrazione nella prescolarità

L’attenzione rappresenta un’abilità di base fondamentale per svolgere qualsiasi altra attività: solo attraverso la focalizzazione attentiva infatti riusciamo a comprendere un testo letto o ascoltato, a colorare dentro i bordi un’immagine, a seguire le regole di un gioco, ad imparare a memoria le parole di una canzone. Ed anche quando abbiamo ormai automatizzato un compito, l’attenzione ci consente di bloccare il suo svolgimento al fine di renderlo maggiormente flessibile. E’ allora importante che, fin dai primi anni di vita, genitori ed insegnanti collaborino per sollecitare e potenziare le abilità attentive del bambino, con un approccio di modellamento graduale di tempi attentivi sempre più prolungati. Allo stesso tempo, anche la capacità di inibire stimoli distraenti risulta fondamentale e deve essere sollecitata nei bambini in via di sviluppo. Tutto questo senza trascurare la stretta interdipendenza tra focalizzazione attentiva e dimensioni emotive, che possono incidere in modo positivo o negativo.

Daniela Lucangeli

Professore Ordinario in Psicologia dell’Educazione e dello Sviluppo presso l’Università di Padova 

Neuroscienze per l’educazione

Le esperienze nei primissimi anni di vita tracciano le nostre memorie. Le recenti evidenze scientifiche delle neuroscienze mostrano come l’interazione tra fattori genetici, biologici e ambientali abbiano un’influenza sulle traiettorie di sviluppo. Ecco perché tali studi diventano indispensabili all’interno dei contesti educativo-didattici per promuovere la salute psichica, fisica e sociale dei bambini.

Alberto Pellai

Medico e psicoterapeu­ta dell’età evolutiva, ricercatore presso il dipartimento di scienze bio­mediche del­ l’Università degli Studi di Milano, dove si occupa di prevenzione in età evolutiva.

La LSBE (Liife skills based education): le competenze per la vita secondo la prospettiva delle neuroscienze

Nella vita è importante sapere, ma anche saper fare e soprattutto saper essere. L’età 0-6 rappresenta un momento di importanza fondamentale perché vengono strutturate le basi neurologiche su cui poi, nel corso dell’età evolutiva e dell’adultità, si “appoggeranno” le competenze per la vita che rimarranno con noi per sempre e ci aiuteranno a fronteggiare tutto ciò che essa metterà sulla nostra strada. Le competenze per la vita, meglio note come Life Skills, sono state integrate in un modello educativo e preventivo formulato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO, 1997, 1999, 2004) che ha portato alla “formulazione” della cosiddetta LSBE (Life Skills Based Education, ovvero educazione basata sulle competenze per la vita). Secondo l’OMS, le life skills sono “abilità” complessivamente utili nella gestione della propria vita, che si riferiscono ad aspetti legati alle dimensioni cognitiva, emotiva e relazionale, e che rendono ogni essere umano capace di muoversi con competenza sia nella dimensione intrapersonale (ovvero nel rapporto con se stesso) sia in quella interpersonale (ovvero nel rapporto con gli altri) (Gardner, 1993).
Queste competenze sono fondamentali nella vita per avere buone relazioni e per perseguire un reale successo, non basato solo sulle informazioni possedute.
Queste caratteristiche e competenze “altre” vanno al di là di ciò che una persona sa e connotano la sua capacità di “stare al mondo”, di avere relazioni efficaci tra pari, di saper risolvere un problema (problem solving), di analizzare una situazione con pensiero critico e creativo. Nella fascia 0-6 questo genere di competenze potrebbe apparire come precoce e fuori luogo, perché non fase specifiche. Invece, l’apprendimento di molte di esse è già in gioco, sia in modo formale, che in modo informale, all’interno dei gruppi classe o delle strutture educative frequentate anche dai bambini molto piccoli.

Silvia Iaccarino

Formatrice, psicomotricista, supervisor counselor, fondatrice e coordinatrice del progetto “Percorsi formativi 0-6”

Sentirsi al sicuro per crescere bene

Le ricerche scientifiche degli ultimi decenni, in particolare quelle neuroscientifiche, stanno sempre più aiutandoci a capire come funzioniamo da un lato e, dall’altro, a comprendere cosa è importante mettere in campo nel rapporto coi bambini affinché crescano al meglio.
Uno dei contributi più interessanti, anche se poco conosciuti, è quello di Stephen Porges con la sua “Teoria Polivagale”. Grazie ai suoi studi, egli ha messo in evidenza l’importanza di sentirci al sicuro nell’ambiente e nelle relazioni per “funzionare” al meglio, soprattutto sul piano sociale.
La sua teoria evidenzia come non si debba mai dimenticare che, prima di tutto, siamo mammiferi e che il nostro muoverci nel mondo è in gran parte basato su come i nostri sistemi rispondono in modo istintivo alla sicurezza o alla minacciosità dell’ambiente.
Ragioneremo insieme, pertanto, sui meccanismi tramite cui il nostro sistema nervoso è influenzato da ciò che ci circonda e su come accompagnare i bambini, tanto nelle strutture educative quanto in famiglia, lavorando per garantire loro un senso di sicurezza favorevole all’apprendimento e ad un sano sviluppo.

Alice Gabbrielli

Laurea in psicologia sperimentale e specializzazione in counseling ad approccio integrato, formatrice e titolare, educatrice e coordinatrice di asilo nido e scuola d’infanzia

Creatività, apprendimento ed esperienza di flusso nel gioco del bambino

All’interno della psicologia positiva Mihàly Csikszentmihalyi definisce lo stato di flusso come l’esperienza dello stato di felicità. Egli definisce il flow come quel momento (di durata variabile) di concentrazione in cui scompaiono il tempo e lo spazio attorno ed il soggetto è totalmente coinvolto in ciò che sta facendo. Questa esperienza fornisce la motivazione e tutta la gratificazione necessaria all’azione stessa.

Lo stato di flusso si raggiunge quando, da un lato, ci si trova a fare ciò che realmente si desidera e interessa in quel momento e, dall’altro, le proprie capacità ed abilità sono in equilibrio perfetto con le sfide che l’attività presenta.

L’esperienza di coinvolgimento totale di un bambino immerso in un’azione di gioco autodeterminato può essere definita come stato di flusso?

Delineando le caratteristiche del gioco in età prescolare, vedremo come il flow sia legato all’apprendimento ed al bisogno dei bambini di essere agenti attivi e creatori del proprio sapere.  

Inoltre, rifletteremo sul ruolo  dell’educatore, insegnante, genitore, per comprendere come possa riconoscere, sostenere e potenziare, alla luce della teoria di Csikszentmihalyi, la felicità appagante del bambino che gioca e su come fornire un ambiente che si faccia promotore di stupore, veicolo di attività e spunti di gioco in cui i bambini possano trovare motivazioni e sfide adatte a permettere l’esperienza di flow.

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