di Silvia Iaccarino

dal dizionario  “Stupore: senso di grande meraviglia, incredulità, disorientamento provocato da qualcosa di inatteso”

“Lo stupore è il desiderio di sapere qualcosa” Tommaso d’Aquino

La capacità di stupirsi è ciò che spinge il bambino alla scoperta del mondo. E’ la sua motivazione interna, la sua prima sollecitazione naturale. (…) Dobbiamo solo accompagnarlo, procurandogli un ambiente circostante favorevole alla scoperta. ” C. L’Ecuyer

L’inizio della nostra felicità sta nel comprendere che la vita senza meraviglia non vale la pena di essere vissuta. Quello che ci manca non è la volontà di credere, ma la volontà di meravigliarci” A. Heschel

Oggi la ricerca scientifica e neuroscientifica sta ponendo al centro della propria riflessione sul mondo dell’infanzia un elemento che può sorprenderci: lo stupore. 

L’era moderna non si è occupata un granché dello stupore. Si è dedicata più ad addomesticarlo che a ravvivarlo, più a sfruttarlo che ad apprezzarlo” Matthew Fox

E’ qualcosa di cui la nostra quotidianità si nutre, ma su cui ci soffermiamo poco a pensare, soprattutto rispetto ai bambini.

Nella nostra vita oramai largamente social, se ci pensiamo bene, l’elemento “wow!” è quanto ci cattura e ci porta a condividere contenuti e riflessioni. Tutti noi, mediamente, cerchiamo ciò che suscita il nostro interesse e stupore, che ci fa desiderare di approfondire e di scoprire qualcosa di nuovo. 

E’ un bisogno innato, inscritto nel nostro stesso essere “umani”. E non accade solo nella nostra vita virtuale, ma anche in quella reale. 

Questa premessa, riportata all’infanzia, conduce il nostro ragionamento su come l’elemento “stupore” possa essere significativo per la crescita dei nostri bambini, tanto che oggi si parla anche di “wonder based learning” (“apprendimento basato sullo stupore”). 

“I piccoli si meravigliano perché non danno il mondo per scontato, ma lo reputano un regalo. Questo pensiero metafisico è tipico di chi constata che le cose sono, ma potrebbero anche  non essere state” C. L’Ecuyer


foto Marianna Vaccalluzzo

A differenza di noi adulti, quindi, i piccoli non danno il mondo per scontato e tutto ciò che li circonda è per loro, di fatto, una fonte inesauribile di interesse, scoperta, in un costante e continuo lavoro di  ricerca scientifica. 

Infatti, come afferma Alison Gopnik, i bambini sono “piccoli scienziati” che interrogano costantemente la realtà con meraviglia e anelito per il sapere e per la comprensione della realtà stessa. 

Da “scienziati modello” essi si coinvolgono pienamente nel processo di ricerca scientifica secondo gli stessi passaggi di quella che si svolge in ambito accademico. Infatti, i bambini: 

  1. osservano un fenomeno;
  2. formulano domande sullo stesso; 
  3. formulano ipotesi; 
  4. sperimentano il fenomeno; 
  5. registrano e analizzano i dati;
  6. traggono una conclusione.

Facciamo un esempio tipico: il bambino molto piccolo che gioca a lasciar cadere a terra gli oggetti. Sta osservando un fenomeno, la gravità, che per lui non è affatto scontato come per noi, anzi, ha del magico. Osserva il fenomeno e si chiede come funziona. Presume che funzioni quando lascia cadere qualsiasi oggetto abbia tra le mani. Pertanto procede con la sperimentazione e, da bravo statistico, non si accontenta di una unica prova, ma ne effettua diverse, per registrare ed analizzare i dati più volte, fino ad averne una quantità utile a trarre delle conclusioni. 

Lo avete presente, vero? 😉 

“I migliori scienziati ed esploratori hanno le caratteristiche tipiche dei bambini! Fanno domande e hanno vivo in loro un forte senso di meraviglia. Sono curiosi. ‘Chi, cosa, quando, dove, perché, come!’ Non smettono di fare domande e anche io non smetto di fare domande, come una bambina di 5 anni”Sylvia Earle

Ecco, questo processo è fondamentale per l’apprendimento e per potersi realizzare il bambino necessita di un ambiente, di situazioni e di oggetti adeguati, che possano catturare il suo interesse e stupirlo. Perché è dove il bambino prova stupore che nasce in lui, naturalmente e spontaneamente, il desiderio di saperne di più, di capire, di com-prendere il mondo, approfondendo la sua ricerca.  

Come evidenziano le neuroscienze, poi, quando siamo piacevolmente coinvolti in una situazione/attività interessante, il nostro cervello rilascia una sostanza, in risposta al piacere: la dopamina, ormone della ricompensa e della gratificazione, la quale a sua volta ci motiva in modo intrinseco a continuare ciò che sta producendo tale piacere. 

Pertanto, quando un bambino è impegnato in un processo che coinvolge la sua curiosità, il suo interesse e stupore, il godimento che sperimenta stimola la produzione di dopamina la quale, in un circolo virtuoso, ne motiva l’apprendimento e la voglia di ingaggiarsi sempre di più nella ricerca, ancora e ancora. 

Affinché tutto questo accada e la voglia/motivazione ad imparare resti una perpetua spinta interiore del bambino, serve quindi che egli provi gratificazione e piacere nel fare, nel coinvolgersi con il mondo da protagonista. Tale piacere è assicurato da situazioni, oggetti/materiali, ambienti, in grado di suscitare interesse, meraviglia, curiosità, come poc’anzi detto. 


foto Massimo Trombi

Da notare bene: il piacere nel fare di cui sto parlando può essere suscitato anche da situazioni mediamente frustranti. Infatti, nel momento in cui il bambino incontra un ostacolo o un inciampo sul suo cammino di esplorazione, scoperta, indagine di una situazione/oggetto/ambiente, e tale ostacolo o inciampo è emotivamente per lui tollerabile (in base al suo sviluppo emotivo), tipicamente nasce il piacere della sfida con se stesso per risolvere il problema, trovare una soluzione, un altro modo per arrivare all’obiettivo. 

Per esempio, magari vi sarà capitato di osservare come, alle prese con una catenella ed un barattolo, un piccolo abbia tentato più e più volte di infilare l’una nell’altro, nonostante continuasse a scivolargli di mano od a fuoriuscire, fino al successo, senza demordere né scoraggiarsi…E’ evidente come una capacità del genere possa essere utile nella vita! 

Perché ciò accada è necessario che il bambino sperimenti una costante spinta interiore che lo motiva a perseverare ed a portare avanti con determinazione la sua attività di interesse. 

Come poter garantire ciò? 

E’ necessario che gli adulti (sia genitori che professionisti) si pongano come registi educativi e come “architetti dello stupore” (S. Haughley).

Cosa significa?

Significa, in prima battuta, uscire da quel deleterio schema che pervade l’istruzione da tempo immemore, legato all’insegnamento, per dirigersi verso l’educazione, intendendo questi termini nel loro senso etimologico. 

“Ciò che vorremmo vedere è il bambino all’inseguimento del sapere, e non il sapere all’inseguimento de bambino” G. B. Shaw

Infatti, in-segnare significa, sostanzialmente, “mettere dentro” e rimanda ad un’idea di apprendimento come indotto dall’esterno e ad un’idea di bambino come vaso vuoto da riempire di contenuti trasmessi dall’adulto, il quale detiene il sapere, in un movimento dall’alto verso il basso. In questo approccio è, inoltre, basilare l’idea di stimolare il più possibile il bambino secondo canoni ed obiettivi adulti predefiniti. 

Ex-ducere (educare), per contro, significa “tirare fuori” e si fonda su un’idea di apprendimento come originato da dentro, dal bambino stesso, il quale è visto come soggetto competente, a cui dare fiducia, in grado di essere protagonista attivo nella costruzione del suo sapere e di “esprimersi con tutto quello che ha, mani e pensiero, grazie a quei cento linguaggi che possiede (…). Un bambino portatore di cultura”*, guidato dal suo Maestro Interiore (Montessori), in un movimento dal basso verso l’alto, dove l’adulto è il facilitatore del processo intrinseco che nasce nel bambino stesso, con il compito di preparare un ambiente adeguato ai suoi (del bambino) bisogni. 

“La causa trasformatrice, e la guida della trasformazione è una: il bambino. Il nostro scopo è quello di portare nel centro la sua personalità, di lasciarla agire, di permetterle, anzi di facilitarle una espansione libera e armoniosa, conforme alle leggi della sua vita”M. Montessori

Neonati e bambini agiscono sul mondo per conoscerlo. La nostra conoscenza si costruisce attraverso azioni, azioni che agiscono su azioni e, in fondo, mediante operazioni cognitive interne, che sono azioni interiorizzate” H. Gardner

Per fare questo passaggio fondamentale da un sistema istruttivo che punta all’inculcare nozioni ad un sistema educativo che sia invece fondato sulla possibilità di ispirare e provocare la mente infantile, servono adulti capaci di creare condizioni adeguate, invitando il bambino alla scoperta, all’indagine, all’esplorazione ed alla costruzione di un sapere auto diretto ed auto determinato. 

Se sulla carta ciò può sembrare semplice, di fatto non è così, altrimenti lo avremmo fatto da tempo e il nostro sistema educativo funzionerebbe in modo ben diverso…

Cosa ostacola questo passaggio? Fondamentalmente un’idea di bambino inscritta profondamente nella nostra esperienza e nella nostra cultura e da cui fatichiamo a separarci, in quanto figli di un sistema istruttivo fortemente connotato da una trasmissione verticale e nozionistica del sapere, dalla memorizzazione passiva delle informazioni e dalla successiva ripetizione delle stesse.

In-segnare consente all’adulto di tenere saldo lo scettro del controllo e del potere nella relazione con i bambini, conducendoli dove egli decide. L’adulto, nella posizione UP, decide cosa trasmettere, come, quando, dove, perché. L’adulto decreta i tempi e i modi dell’insegnamento in base alle proprie esigenze ed obiettivi, senza mettersi in discussione e ponendo sul bambino l’onere e la fatica di stare al passo con quanto l’adulto stesso ha scelto. Laddove il bambino, in posizione DOWN, non riesca a seguire ritmi e modi decisi dall’altro, il problema è del bambino stesso che risulta, di conseguenza, facilmente giudicabile come inadeguato, non in linea con la tappa di sviluppo, problematico, etc. Abbandonare questa posizione può fare paura, può far temere di perdere il controllo, di essere sovrastati dai bambini. 

Educare, al contrario, richiede all’adulto di lasciar andare il potere verticale e di non essere il padrone di contenuti, tempi e modi, né l’esclusivo produttore dei contenuti stessi, in quanto il bambino è qui considerato, a sua volta, capace di generare e costruire il sapere. Educare richiede all’adulto di fidarsi del bambino e mettersi al suo servizio, in una posizione diametralmente opposta alla precedente. Il bambino decide cosa, come, quando, dove, perché. Il bambino decide i suoi tempi e modi, sceglie ciò che lo interessa, lo interroga, lo coinvolge, lo incuriosisce. L’adulto si fida di ciò e lo segue nelle sue analisi, scoperte, ricerche, in ascolto e con sguardo attento, aiutando solo quando richiesto dal bambino stesso. 

In questo processo, per quanto al Servizio, l’adulto non è passivo e impotente. Al contrario, ha il potere della regia educativa e, da buon regista, il suo compito è quello di creare le condizioni affinché il protagonista possa recitare al meglio il suo copione. Ciò significa, in educazione, mettere a disposizione spazi, tempi e materiali adeguati a suscitare l’interesse, la curiosità, lo stupore dei bambini, motori di crescita e di apprendimento profondo e duraturo, perché non nozionistico ma vissuto in prima persona, attraverso l’esperienza (“learning by doing”, Dewey).

Quanti di noi sono in grado di mettersi in questa posizione? 

Ancora troppo pochi, anche a causa dell’educazione che mediamente abbiamo ricevuto e della cultura in cui siamo immersi. Da un lato, infatti, abbiamo ereditato (come figli) un’idea di bambino  (soprattutto 0-6 anni) capriccioso, anarchico, da raddrizzare fin da piccolo, che deve capire chi comanda, che “tanto non capisce”. Dall’altro (come adulti di oggi) siamo immersi in un contesto socio-culturale che erige il bambino a “trofeo” da proteggere e preservare, da mostrare al mondo come dimostrazione delle nostre capacità educative. Un bambino che deve divertirsi, essere sempre felice, non provare frustrazione, essere accontentato in tutto, avere tutto e più degli altri (se possibile), che deve essere come gli altri per non rischiare di venire escluso o sentirsi diverso, etc. 

Mediamente, quindi, tendiamo a porci o come “padroni” del bambino, guardandolo dall’alto in basso, oppure come “servitori”, ma in una modalità negativa, soddisfacendo ogni suo desiderio, evitando di porre regole e limiti, lasciandolo privo di argini e di rassicurante guida. 

Oltre a ciò, il mondo di oggi pone continue sfide agli adulti per sopravvivere alla quotidianità: abbiamo poco tempo, siamo stanchi e carichi di pensieri, sensi di colpa, preoccupazioni che, spesso, ci tengono lontani dal “mondo bambino”, facendoci guardare tutto con lenti adultocentriche. 

Così fatichiamo a comprendere ed a concedere ai piccoli di avere un giusto tempo (differente per ciascuno) per imparare e crescere. 

Andiamo di corsa e facciamo fretta ai bambini per (quasi?) ogni cosa. Li vogliamo presto autonomi e capaci di badare a se stessi, per alleggerirci il carico. 

E’ comprensibile, la frenesia delle nostre vite è molto faticosa. Ci costringe, noi per primi, a ritmi inumani, ci tritura in un ingranaggio infernale pressoché ineludibile. 

E non basta. 

L’avanzare inesorabile ed inevitabile della tecnologia cattura potentemente noi adulti in primis, senza che siamo capaci di resistere al suo “canto”. E, allo stesso, modo (se non di più), cattura i bambini che, già prima dell’anno di età, sono abituati a tenere uno schermo tra le mani. 

La sovrabbondanza di stimoli non fase-specifici (A. Pellai), ovvero non adatti all’età del bambino, veicolati dai dispositivi digitali (e non solo) bombarda quotidianamente i nostri piccoli, in un periodo della vita in cui essi avrebbero bisogno di tempi lenti e ritmi distesi. 

Da un lato, ciò produce in loro assuefazione, per saturazione dei sensi, con annessa facilità ad annoiarsi e ricerca di costanti e continui nuovi stimoli, sempre più eccitanti, per superare la soglia di assuefazione stessa. E, dall’altro lato, una continuativa sovra-eccitazione, la quale si traduce facilmente in iper-motricità (B. Aucouturier) e problematiche attentive, emotive e comportamentali di vario tipo (di apprendimento ed autocontrollo, in sintesi), che sempre più osserviamo nei bambini già in fascia prescolare. 

In dettaglio, accade quanto segue (sintetizzato da “Educare allo stupore” di C. L’Ecuyer, ed. Ultra): 

  1. La sovra-stimolazione annulla la spinta interiore naturale del bambino, silenziando creatività ed immaginazione e spegnendo la capacità di stupirsi di ciò che lo circonda; 

  1. dopo una prima sensazione di euforia, il bambino tende a diventare passivo, apatico, annoiato, pigro, privo di motivazione interiore all’apprendimento, all’esplorazione, alla scoperta del mondo. Poiché però si è assuefatto al bombardamento di stimoli, ne cerca ancora. La sovra-stimolazione porta il bambino a ricercare livelli di stimolazione sempre maggiori; 

  1. Una volta trovato il volume più alto, ricomincia il circolo vizioso con ancora più intensità e, in questo, l’uso degli schermi la fa da padrone, con la fruizione di programmi e videogiochi veloci, aggressivi e spaventosi che anestetizzano la sensibilità innata del bambino; 

  1. questo bambino, una volta divenuto adolescente, ha già visto, sentito, ottenuto tutto. E’ privo di sogni, privo di desideri. Non sa più come “svagarsi” e può a questo punto più facilmente ricorrere ad atti vandalici, bullismo, droga, alcolismo, per cercare di “divertirsi”. 

Quando il bambino reagisce isolandosi, ignorando i genitori, dimostrandosi demotivato, scoraggiato, capriccioso, oppure manifestando qualche altro tipo di comportamento inatteso dal genitore, raramente l’adulto ne desume che si tratti di un grido, una protesta da parte della sua natura, per quanto gli è stato imposto contro la sua dignità, privandolo di qualcosa di imprescindibile per il suo sviluppo” M. Montessori

“Qualcosa di imprescindibile per il suo sviluppo” è la capacità del bambino di stupirsi, di meravigliarsi ed incuriosirsi per quanto lo circonda, energia per la crescita e l’apprendimento. Quando tutto ciò è assente, perché soverchiato dalla sovra-stimolazione, si annulla la capacità del bambino di auto-motivarsi e ciò conduce, a cascata, ad una mancanza di volontà ed all’indolenza.  


foto Marianna Vaccalluzzo

Al contrario, il bambino a cui è garantito il giusto ambiente, con pochi stimoli e che siano in linea con i suoi interessi e curiosità, “esprimerà la sua genialità indipendentemente dal potenziale intellettivo, perché è naturalmente abituato a intraprendere il processo educativo a partire dal proprio Sè. E’ curioso, è uno scopritore, un inventore, è in grado di dubitare senza rimanere disorientato, di formulare delle ipotesi e confermarne la fondatezza attraverso l’osservazione”. (C. L’Ecuyer).

Come afferma D. Siegel: “Non c’è bisogno di bombardare i neonati o i bambini piccoli (nè nessun altro) con una stimolazione sensoriale eccessiva nella speranza di ‘costruire cervelli migliori’. Si tratta di una cattiva interpretazione della letteratura neurobiologica, in cui, in un certo senso, ‘più è, meglio è’. Semplicemente, non è così. I genitori e gli altri caregivers possono rilassarsi e smettere di sottoporre i figli a un bombardamento sensoriale smisurato. La sovrapproduzione di connessioni sintetiche, durante i primi anni di vita, è sufficiente di per sé perché il cervello si sviluppi adeguatamente, benché circondato da un ambiente ordinario, che fornisce una quantità di stimoli sensoriali minima. Nei primi anni di sviluppo, piuttosto che una sovra-stimolazione sensoriale, è più importante puntare sui pattern interattivi tra il bambino e il caregiver” (il grassetto è mio, N.d.A.), come evidenziato dalle ricerche sull’attaccamento. 

Pertanto, la vera priorità è la Relazione

Una Relazione che si nutra, tra le altre cose, di una presenza dell’adulto nell’osservazione delle inclinazioni, degli interessi, delle curiosità del bambino, oltre che dell’attenzione ai suoi bisogni. 

Serve quindi un adulto presente, che possa cogliere i moti interiori del piccolo fornendo, in qualità di facilitatore, un ambiente supportivo, con oggetti che possano coinvolgerlo e suscitare il suo stupore, in modo da condurlo lungo la via della ricerca e della scoperta di sé e del mondo circostante. Ricerca che, tra le altre cose, contribuisce anche al corretto sviluppo emotivo del bambino ed a prevenire eventuali problematiche comportamentali. Infatti, come ha ben evidenziato la Montessori nel suo pensiero scientifico, quando un bambino è attento e concentrato, profondamente coinvolto in ciò che fa, egli si trova, sostanzialmente in uno stato di “flusso”, simile ad uno stato meditativo, dove la calma e la serenità abitano. 

CONTINUA NELLA SECONDA PARTE