di Marta Rizzi, psicologa e psicoterapeuta

 

 

Fin da quando i bambini nascono, i familiari, genitori in primis, hanno la tendenza ad “inquadrarli” e definirli. Se da una parte questo atteggiamento della famiglia rappresenta una necessità naturale di trovare e rinforzare il senso di appartenenza con il piccolo, dall’altra, se esagerato, amplificato e mantenuto nel tempo può diventare per il bambino una “gabbia”.

I bambini hanno, oltre ad una serie di bisogni fisici (fame, sete, etc.), anche dei bisogni affettivi indiscutibili, tra cui il sentirsi accettati dalle proprie figure di riferimento, il che equivale a non sentirsi abbandonati e rifiutati.

Gli adulti rappresentano per il bambino uno specchio in cui egli vede riflesso se stesso e, a seconda di come il genitore, l’educatore o chi si prende cura di lui, pensa, parla, lo guarda, tocca e gli risponde, vengono comunicate informazioni affettive e identitarie importanti.

Un commento apparentemente innocuo come “è’ testardo come la sua mamma, si impunta a non mangiare i broccoli”  potrebbe avere una serie di conseguenze significative se ripetuto nel tempo. Per esempio:

  • potrebbe non permettere al bambino di potersi sperimentare in una maniera diversa, limitandone la libertà di essere flessibile;
  • potrebbe distorcerne l’accezione positiva, quale per esempio determinazione o sicurezza;
  • potrebbe sentirsi in dovere di assomigliare a qualcun altro, da prendere come parametro di riferimento per la propria adeguatezza;
  • potrebbe non acquisire un’immagine di sé sicura, ma orienterà lo sguardo sempre sugli altri, sul come lo vedono o giudicano;
  • potrebbe non imparare a distinguersi dal proprio comportamento: il carattere e l’identità di una persona è giusto che non vengano confusi con il suo atteggiamento.

È inevitabile che gli adulti parlando dei bambini attribuiscano loro delle caratteristiche inerenti sia il loro comportamento, che il loro temperamento e carattere, ma è utile tenere a mente come ogni attributo o metafora che noi esplicitiamo potrebbe diventare per il bambino una bussola “rigida” a cui affidarsi e su cui regolarsi per indirizzare il proprio atteggiamento. Sostanzialmente, per evitare di deludere delle aspettative o per il timore di non riconoscersi più in quello che mamma e papà o l’educatore/maestro vedono in lui, il bambino tenterà di aderire il più possibile a quello che sente dire e raccontare sul proprio conto.

Per esempio, se un bambino si sente dire sempre che è una piccola peste sarà indotto ad essere molesto, a litigare con tutti, a creare confusione per confermare di essere così come lo definiscono, perché può temere che se cambierà gli adulti di riferimento non lo riconosceranno e potrebbero preoccuparsi.

Oppure se un bimbo si sente dire spesso che è un piccolo genio vivrà sempre con molta agitazione e ansia qualsiasi situazione perché se commettesse un errore potrebbe rischiare di perdere l’amore, l’accettazione da parte dei propri genitori.

E’ evidente, per cui, come sia in positivo che in negativo l’etichetta ha un grande peso per il bambino, perché ne limita il raggio e la libertà d’azione: il bambino si conformerà a quello che pensano di lui sia perché rischierebbe di non riconoscersi, sia perché potrebbe deludere gli altri.

Cose possono fare allora gli adulti?

Sia come genitori che come educatori è bene:

  • innanzitutto chiedersi: come parliamo dei nostri bambini? Quali parole usiamo per definirli? Come li pensiamo? Come ci relazioniamo con loro? Cosa non ci piace di loro? Cosa ci mette in difficoltà? E modificare così alcune piccole cose;
  • Restituire al bambino la sicurezza di essere accettato, anche quando fa qualcosa che non ci piace: l’amore e l’affetto nei suoi confronti non devono essere messi in discussione;
  • Evitare il più possibile strutture di pensiero troppo rigide : l’essere umano è in continua evoluzione, si sviluppa e può mutare;
  • Distinguere il comportamento dalla persona: se un bambino un giorno è agitato, è meglio dirgli e interrogarsi su ciò che lo agita piuttosto che definirlo “monello”;
  • La generalizzazione con l’utilizzo di “sempre”, “mai” sarebbero da sostituire con “spesso”: è utile lasciare un margine di possibilità e flessibilità ai bambini senza inquadrarli severamente;
  • Infine, ricordarsi che il ruolo educativo più importante per un caregiver dell’infanzia, indipendentemente dal legame affettivo o di parentela, è rendere i bambini in grado di migliorarsi, non di renderli migliori. Ciò vuol dire che l’adulto deve ricordarsi costantemente di stare un passo dietro, di essere di supporto, di non sostituirsi al bambino: questo è il regalo più grande che gli si possa fare.

 

 

 

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