Il dolore dei bambini

Educazione e sviluppo infantile, Tutti gli articoli

 

di Silvia Iaccarino

 

“Date parole al vostro dolore; il dolore che non parla sussurra al cuore troppo gonfio e lo invita a spezzarsi”  W. Shakespeare

 

Vi è sofferenza in noi, per la semplice virtù di essere nati umani” Euripide

 

Nella loro quotidianità, bambini e bambine si trovano costantemente a fare i conti con esperienze dolorose, in cui talvolta si trovano da soli, perché gli adulti non credono abbiano validi motivi per soffrire.

In questo senso, il mito dell’infanzia come età dell’oro, priva di problemi e sofferenze, è dura a morire e, ancora oggi, molti adulti sono portati a negare la realtà del dolore infantile, sminuendola, ridicolizzandola e sconfermandola come banale se paragonata alle problematiche dei grandi. Senz’altro i bambini non si confrontano (almeno non direttamente) con il mutuo da pagare, la crisi economica, la perdita del posto di lavoro, etc. ma, dal loro punto di vista, la rottura del giocattolo preferito, il rifiuto di un compagno o la “sgridata” della maestra sono altrettanto emotivamente carichi dei problemi di noi adulti. Infatti, i piccoli non hanno la capacità di mettere in prospettiva gli eventi come noi e pertanto la macchinina preferita rotta, nel qui e ora dell’eterno presente infantile, suscita un vissuto altrettanto reale, potente e intenso quanto quello che esperisce un adulto di fronte ai suoi problemi da “grande”.

Oltre agli eventi di ordine quotidiano, come quelli esemplificati poc’anzi, i bambini e le bambine si confrontano con altre situazioni ancora più pregnanti e che li mettono considerevolmente alla prova, soprattutto se teniamo conto del fatto che non hanno ancora gli strumenti di lettura e padronanza della realtà degli adulti. Pensiamo, per esempio,  alla nascita di un fratellino o sorellina, ad un trasloco, alla separazione dei genitori, ad un ricovero ospedaliero, ad un lutto. Si tratta di eventi che possono mettere in difficoltà gli adulti: a maggior ragione i bambini ne vengono toccati.

Nel momento in cui, invece, il dolore dei bambini viene preso in considerazione, può spaventare gli adulti, soprattutto gli educatori[1]. Questa paura li mette frequentemente nella condizione di evitare, o  cercare di eliminare, la sofferenza dei piccoli, attraverso tentativi di fuga o distrazione dalle emozioni. Tali modalità mirano a proteggere dai vissuti dolorosi non solo i bambini,  ma anche se stessi.

Un esempio su tutti è quello della morte, nella nostra cultura argomento tabù tra adulti, e ancora di più con i bambini, ai quali si dice spesso di tutto tranne che la verità, perché ritenuta incomprensibile e troppo penosa.

Così, i bambini restano “scoperti” di fronte alle esperienze dolorose che però non possono evitare, sentendosi confusi e disorientati e rischiando di non avere gli strumenti per farvi fronte.

Vige l’idea, quindi, che i piccoli non siano in grado di affrontare il dolore, ma ciò è discutibile. I bambini, se accompagnati da adulti empatici e supportivi, possono far fronte a emozioni anche molto spiacevoli: si tratta di non lasciarli soli, di non abdicare al proprio ruolo proprio nel momento in cui ve n’è più bisogno: “il bambino può vivere i sentimenti solo se c’è una persona che con questi sentimenti lo accetta, lo comprende, lo asseconda. Se manca tale condizione, se il bambino per vivere un sentimento deve rischiare di perdere l’amore della madre o della figura materna sostitutiva, se deve reagire ‘per conto suo’, in segreto, ai sentimenti più naturali, allora preferisce non viverli affatto[2].

Un altro aspetto da considerare riguarda l’imperante cultura efficientista e performante che oggigiorno prevale. Per essere “adeguati” è necessario essere efficienti, efficaci, belli, in forma, intelligenti, veloci, allegri, felici, estroversi. Tutto ciò che non si uniforma a questo modello è “disturbato” e “disturbante”, per cui emozioni come tristezza, nostalgia, dolore, disagio, non trovano diritto di cittadinanza: non c’è spazio per contemplare questi stati dell’essere, che devono perciò essere presto superati.

Ma il dolore è ineliminabile, è universale…

Nell’interessante volume “L’infanzia non è un gioco”, lo psichiatra Stefano Benzoni evidenzia la grande fatica degli adulti di oggi nell’accettare e legittimare il fatto che essere bambini possa anche significare sentirsi tristi, infelici, addolorati, etc. Oggi si “pretende” che i bambini debbano sperimentare solo emozioni “positive” e qualsiasi perturbazione a questo dogma viene vissuta come una violenza, un abuso all’infanzia. Si pensa così di essere dei “paladini” dei bambini, cercando a tutti i costi di evitare loro qualsiasi sofferenza, senza rendersi conto che, in questo modo, si impedisce lo strutturarsi di una personalità solida e stabile, capace di affrontare gli urti della vita in modo efficace. Di fatto, non si promuove la resilienza.

Il risultato che può scaturire da questo atteggiamento è che i bambini talvolta non “hanno le parole per dirlo”, non acquisiscono un vocabolario in grado di comunicare ciò che sentono agitarsi in loro: ciò di cui hanno paura, ciò che gli suscita rabbia, disagio, malinconia, ma anche gioia e soddisfazione. In questi casi, i bambini non imparano dagli adulti le parole adatte a comunicare i loro stati interiori e restano quindi muti di fronte ai loro vissuti. Oppure pensano che sia inutile comunicare quello che provano, perché hanno sperimentato contesti in cui non si sentono ascoltati né capiti[3].

Così i bambini si “comportano”: c’è chi piange sempre, chi ride sempre, chi fa “l’aggressivo”, chi si isola, chi non coopera, chi ha mal di pancia o mal di testa[4], etc.

Certamente non per forza tali modalità vanno lette come segnali di un dolore interiore, ma esperienze dolorose non riconosciute o trascurate dagli adulti possono portare a situazioni di disagio, tali per cui il bambino può manifestare dei cambiamenti a livello del comportamento, quando non addirittura restare bloccato ad una fase di sviluppo precedente.

Posto che sicuramente non si vuole incentivare il dolore, nondimeno, essendo questo inevitabile, sarebbe auspicabile che gli adulti “educassero” i bambini ad affrontarlo, rifornendoli di utili competenze per gestire le proprie emozioni e farvi fronte senza farsene travolgere ed annientare: “bisogna attraversare e non evitare le terre seminate di dolore. Quello proprio, quello altrui. Perché il dolore appartiene alla vita allo stesso titolo della felicità.”[5]

Definire l’infanzia come un valore da salvaguardare non dovrebbe quindi significare difenderla da ogni pericolo, in una mania di onnipotenza dell’adulto iperprotettivo, ma accompagnarla ad affrontare qualsiasi ostacolo o minaccia. Per proteggere davvero un bambino dal dolore è necessario insegnargli a viverlo, consentirgli il dolore: “l’unico modo per smettere di soffrire è proprio riuscire a soffrire.”[6]

Oggi, quindi, troviamo bambini competenti su diversi piani, ma talvolta fragili dal punto di vista emotivo, perché gli adulti intorno a loro non hanno più il tempo, né talvolta gli strumenti, per educarli alle emozioni, soprattutto a quelle “negative”.

Ci si dovrebbe quindi impegnare per rintracciare la sofferenza del bambino, “per tentare di scoprire dove si è nascosta e sotto quali spoglie, per stanarla e aiutarla a ‘prendere forma’, ovvero a connotarsi in termini di significato, anziché permanere come magma dolorosamente indicibile. Infatti, la forza autentica che un bambino può conquistare deriva proprio dalla possibilità di elaborare i suoi vissuti e le sue esperienze più significative, di quelle dolorose in primis, organizzandole sul piano cognitivo-emozionale e rendendole oggetto di comunicazione da poter condividere con qualcun altro[7].

L’elaborazione delle esperienze dolorose ha inizio proprio attraverso la rappresentazione  delle stesse sotto forma di narrazione. Per questo, diventa essenziale “la capacità di tradurre in parole, in rappresentazioni verbali condivisibili, le immagini e le emozioni per dar loro un senso comunicabile”[8]. Offrire quindi ai bambini parole per creare la rappresentazione della propria esperienza diventa un fattore protettivo per promuovere in loro la capacità di superare gli urti della vita in modo positivo.

Allo scopo di accompagnare i piccoli nell’affrontare e gestire le loro esperienze dolorose è necessario che gli adulti riconoscano, comprendano ed accettino “il dolore bambino” (Schenetti, 2006), diverso ma non per questo meno significativo di quello dei grandi. Per esempio, un bambino che sembra apparentemente indifferente di fronte ad un lutto, potrebbe invece comunicare una forte intensità del suo dolore, tale per cui ha bisogno di negarlo e di negare i fatti, comportandosi come se nulla fosse accaduto.

È importante, pertanto, avere consapevolezza del fatto che i bambini possono esprimere il dolore in modi alquanto differenti da quelli di un adulto, per cui gli educatori (in senso ampio) hanno bisogno di mantenere alta l’attenzione verso le diverse forme espressive attraverso cui i piccoli possono comunicare i loro stati interiori, in modo più o meno evidente.

Come è possibile educare i bambini e le bambine alla regolazione del disagio, della sofferenza, del dolore?

In prima battuta, si tratta di creare spazi e tempi di ascolto e rispecchiamento dei vissuti dei piccoli, utilizzando la propria competenza emotiva e favorendo così lo sviluppo della stessa nei bambini e bambine.

In seconda battuta, l’intervento educativo dovrebbe focalizzarsi sul dare loro speranza: essi devono poter mantenere dentro di sé l’idea di un futuro in cui la sofferenza può essere superata, senza per questo negarla o reprimerla. I bambini, cioè, hanno bisogno di comprendere che le emozioni vanno e vengono, non sono “per sempre”, riconoscendo la normale alternanza, nella vita, di gioia e dolore.

Gli adulti possono poi supportare i bambini fornendo loro delle occasioni attraverso cui (sempre senza negare il dolore)  possano sentirsi protagonisti, capaci di agire nel mondo e sul mondo e  di dare un significato diverso all’esperienza vissuta. In questo senso, possono essere molto utili le attività espressive, le quali consentono di rappresentare ed esprimere le  emozioni in un setting protetto, prestandosi alla proiezione del mondo interno dei piccoli: attività grafico-pittoriche, manipolative, musicali, teatrali oltre alla psicomotricità ed alla narrazione.

Affinché gli adulti possano operare in questa direzione è però fondamentale che essi lavorino su di sé per sviluppare le competenze indispensabili a decodificare i comportamenti ed i messaggi che i piccoli trasmettono “in codice”, accompagnandoli nel percorso difficile, ma prioritario, di dare spazio e lasciar parlare le loro emozioni.

 

BIBLIOGRAFIA

  • Benzoni S., “L’infanzia non e’ un gioco : paradossi e ipocrisie dei genitori di oggi”, ed. Laterza, Bari, 2013
  • Bomber L. M., “Feriti dentro. Strumenti a sostegno dei bambini con difficoltà di attaccamento a scuola” ed. FrancoAngeli, Milano, 2012
  • Cyrulnik B., Malaguti E. (a cura di), “Costruire la resilienza. La riorganizzazione positiva della vita e la creazione di legami significativi”, ed. Erickson, Trento, 2005
  • Contini M.G., “Se io potrò impedire a un cuore di spezzarsi”, rivista Infanzia, nr. 5/2004, ed. Perdisa
  • Galimberti U., “L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani”, ed. La Feltrinelli, Milano, 2007
  • Gerhardt S., “Perché si devono amare i bambini”, ed. Cortina, Milano, 2006
  • Milani P. (a cura di), “Co-educare i bambini”, ed. Pensa Multimedia, Lecce, 2008
  • Miller A., “Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero Sé”, ed. Bollati Borighieri, Torino, 1988
  • Nicolodi G., “Il disagio educativo al nido e alla scuola dell’infanzia”, FrancoAngeli, Milano, 2008
  • Schenetti M., “Comprendere il dolore bambino”, ed. Perdisa, Bologna, 2006
  • Sunderland M., “Aiutare i bambini a superare lutti e perdite”, ed. Erickson, Trento, 2006

 

[1] intendendo sia genitori che educatori ed insegnanti

[2] A. Miller “Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero Sé”, ed. Bollati Boringhieri, Torino, 1988

[3] Se l’adulto non parla di emozioni con il bambino, egli ne deduce che esse rappresentano un tabù, che non si possono dire, forse perché l’adulto stesso fa fatica a riconoscerle e gestirle. In questo modo il bambino impara che è meglio non condividere i propri vissuti e, inoltre, ciò che non viene rispecchiato viene in qualche modo “perso” .

[4]Ogni volta che si pronuncia il termine dolore affiancato alla parola infanzia si fatica a prendere in considerazione il dolore dei sentimenti privilegiando inconsapevolmente la riflessione sul dolore fisico. Questa nostra difficoltà trasmette ai bambini l’idea che il dolore fisico sia più importante, se non altro perché tenuto in considerazione dagli adulti di riferimento, di quello che posso definire ‘dolore dei sentimenti’. Proprio per questo motivo, dunque, la nostalgia della mamma, le difficoltà nelle relazioni amicali e/o l’incapacità di eseguire un compito si trasformano spesso in lancinanti ‘mal di pancia’, fastidiosi mal di testa o in male ai denti, escamotage che permettono ai bambini di vedere riconosciuto il loro sentire, quel sentire che non sono in grado di dire o che non vogliono più dire perché liquidato con un ‘non è niente, poi passa’, anche se, per essere preso in considerazione, deve assumere spoglie diverse” M. Schenetti, “Comprendere il dolore bambino”, ed. Perdisa, Bologna, 2006

[5] Galimberti U., “L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani”, ed. La Feltrinelli, Milano, 2007

[6] Sunderland M., “Aiutare i bambini a superare lutti e perdite”, ed. Erickson, Trento, 2006

[7] Contini M.G., “Se io potrò impedire a un cuore di spezzarsi”, rivista Infanzia, nr. 5/2004, ed. Perdisa

[8] Anaut M. citato da M.Ius/P. Milani in “Fai un salto, fanne un altro: la prospettiva della resilienza nella scuola” in P. Milani (a cura di) “Co-educare i bambini”, ed. Pensa Multimedia, Lecce, 2008