di Maria Teresa Guerrisi, titolare e coordinatrice dell’Asilo Nido La Monelleria di Carignano – Genova

 

 

Caro educatore,
ti scrivo la presente perché vorrei condividere insieme a te, in maniera semiseria, qualche fatica legata al tuo mestiere, ma anche un’ode alla tua professionalità (che poi è anche la mia considerato che appartengo alla categoria).

Il centro del lavoro di un educatore dovrebbe essere il bambino e le bambine ovvio, non sia mai si venga tacciati di discriminazione di genere, diciamo i bambini così rimaniamo su un livello generale e linguisticamente corretto.

I bambini dal canto loro nell’educatore riconoscono, dopo un adeguato ambientamento e un periodo di conoscenza reciproca, la persona di cui fidarsi, la persona sulla spalla della quale poter appoggiare la testa e farsi la meritata pennichella ristoratrice.
Tu puoi sentire così il ritmo del loro respiro che insieme al cuore è un battere e levare, c’è però da tenere in considerazione un aspetto: i bambini anche per questioni fisiologiche hanno spesso il moccico, e tu la vedi quella bolla che esce dal naso che si gonfia e si sgonfia ad ogni respiro, fino a quando prenderà le sembianze di una mongolfiera, scoppierà e 99 su cento rimarrà appiccicata alla tua maglia come una bava di lumaca, ma è tutto a posto, nel tuo armadietto ci sono altre maglie di ricambio.

I bambini quei teneri cuccioli di uomo che hanno piedi salsicciosi, mani con le fossette e guance che tendenzialmente rappresentano un terzo del loro peso corporeo, gli occhi dei quali ridono e sorridono, e luccicano di una curiosità che è manifesto di una fame di sapere inarrestabile, che tu il giorno prima li vedi in difficoltà a tenere un cucchiaio in mano e quello dopo sono intenti a costruire con ogni materiale a disposizione una struttura architettonica che racchiude in sé lo stesso mistero dei Moai dell’isola di Pasqua.

Ci sono giornate in cui sei più stanco caro educatore, e loro percepiscono questa stanchezza, allora succede che arrivino verso di te con un sorriso a quattro denti e ti porgano il loro gioco, quello dal quale apparentemente sembra non riescano a separarsi mai, e ti senti un eletto perché questa corrispondenza di amorosi sensi ti eleva ad un livello di felicità superiore quasi metafisico, dove come un Plotino qualunque ti pare di aver raggiunto l’UNO.

In altri giorni invece accade che ti guardano, sorridono e sempre con quei quattro denti in mostra partono come Carlo Martello per la battaglia di Poitiers, si azzuffano, litigano e strillano tra loro.

Osservi bambini con sembianze da putto rinascimentale che si dirigono verso altri con la stessa furia di un drago in attesa che una bionda slavata gli dica “Drakarys” per fargli sputare fuoco dalla bocca e incendiare ogni ostacolo che li divide dal loro gioco, e tu coi capelli un po’ arruffati ti ritrovi a pensare che forse la lavanderia a gettoni sarebbe stata la soluzione ideale come mestiere della tua vita.

Forse, ma anche no, perchè se c’è una cosa che invidio ai bambini è la loro capacità di resilienza, se tu gli dai attenzione, e cerchi di comprendere il loro stato d’animo loro capiscono, si calmano e si affidano totalmente a te, e poi è molto più semplice di quanto sembri fargli cambiare idea e lasciar andare il momento di rabbia, insomma è una questione di fiducia reciproca.

Nei periodi invernali, quelli delle grandi pandemie virali, accade che in due giorni la scorta di pannolini finisca, perché le cacche non sono quelle belle, e la cacchina santa si trasforma in una quantità inusuale di materiale mefistofelico accompagnato da una puzza che ti entra nelle narici fino a sera e l’aria del centro città quando esci ti sembra quella di montagna che Messner ha respirato sull’Everest.

In queste occasioni accade che capitino incidenti di percorso, e quindi la cacca sfidando ogni legge della fisica si dirige verso l’alto, fino ad arrivare ai capelli, e sul fasciatoio ti chiedi come quell’essere con cui tu stai amabilmente dialogando e che ti sorride con una gratitudine che non si può descrivere perché ti stai occupando di lui togliendolo letteralmente dalla cacca, potesse contenere tanta roba nel suo pancino.
So che anche tu durante le nanne pomeridiane avrai sicuramente avuto la fortuna di conoscere qualche artista di arte contemporanea dipingere direttamente con…vabbè hai capito.

Ma diciamolo il nostro non è un lavoro fatto di cacche, ma piuttosto di relazioni.

Non è semplice il tuo lavoro caro educatore, lo sai però che è importante, perché le famiglie ti affidano il bene più prezioso, quindi accogli i genitori prima ancora dei bambini, anche quelli che inizialmente sono diffidenti e ti chiamano tre volte in una mattina, perché succede che mentre mamma o papà stiano lavorando vengano presi da attacchi di nostalgia legittimi e comprensibili.

Capita anche che mentre tu, nel momento del commiato, provi a raccontare le conquiste raggiunte dal loro bambino ti venga chiesto in maniera sequenziale: ha mangiato? Ha fatto cacca? Ha fatto il bravo?
Lo so che vorresti rispondere che certo ha fatto il bravo perché a tre anni i bambini non sono cattivi, quindi non possono neanche essere definiti bravi, ma sono bambini e fanno quello che sanno fare, cioè il loro mestiere di bambini in fase di conquista del proprio mondo.
Dal tuo canto “esci fuori” tutta la tua professionalità e fornisci le corrette risposte e annoti che nella prossima riunione con i genitori si dovrà parlare anche di questi aspetti, perché sai in quanto professionista che quelle domande hanno un significato ben preciso, sei consapevole che quel “è stato bravo?” significa in realtà “è stato bene anche in mia assenza?”, e tu caro mio hai il compito di far sentire adeguati e competenti quei genitori soprattutto nel momento inziale del distacco.

Non aggiungo altro, in realtà non mi vengono in mente molti altri aspetti faticosi della nostra professione, perché alla fine come ha detto qualcuno, non ci è capitato di fare gli educatori lo abbiamo voluto fortemente, abbiamo studiato e continuamente studiamo per poter svolgere al meglio il nostro lavoro, partecipiamo a corsi, master, leggiamo libri e ci confrontiamo con i colleghi, ecco una cosa ti voglio dire ricorda di fare RETE, perché la rete è un po’ come i bambini non divide ma moltiplica anche il nostro sapere.