di Laura Fazio, pedagogista e formatrice di Percorsi formativi 06

 

Stimolata dalle parole dei grandi relatori che si sono succeduti nelle due giornate del Convegno di PF06 2020 ho ripreso tra le mani alcuni pensieri che avevo già scritto qualche settimana fa perché ogni singolo apporto dei formatori è proprio arrivato al cuore ( direi a tutto il corpo, anima, pancia, cervello, epidermide, ..) ed ha mosso così tante emozioni che è difficile tradurli in parole. Tutti siamo stati profondamente commossi e mossi dal desiderio di essere inter-connessi in un fluire di concetti, teorie e spunti concreti. Qualcosa è accaduto. Qualcosa ha ri-animato le nostre anime, attivando energie che solo il “sentire profondo nell’invisibile” riesce a captare e a fare proprio.

Siamo riusciti a sintonizzarci in un tempo e spazio che ha prodotto circolarità di saperi e di pensieri. Una distanza che si è accorciata grazie ai sorrisi, alle lacrime, ai rossori, alle parole, al non verbale, alla semplicità dell’esserci. Siamo stati in un “qui e ora “pieno e denso, proprio come i bambini sanno stare nella qualità del loro tempo assorti e concentrati in quello che fanno. Siamo stati in un tempo nutriente e di cura. Per tutti.

Martin Buber[1] affermava che “più entriamo in sintonia più facciamo spazio all’altro”, ovvero entriamo in sintonia con noi stessi e possiamo accogliere meglio l’altro. In un tempo in cui lo spazio di vicinanza si dilata, è importante non perdere la qualità dello stare in relazione. Lo spazio di accoglienza reciproca determina ciascuno di noi e, quindi nell’assenza di timore di apertura all’altro, pensiamo di essere migliorati, arricchiti, trasformati.

In un primo bilancio dopo pochi mesi dalla riapertura dei servizi educativi, bardati di mascherine, visiere e dispositivi vari, abbiamo sperimentato e stiamo sperimentando concretamente che gli occhi fanno da tramite in questa relazione, in questo spazio di accoglienza reciproca che diventa luogo di incontro con l’altro. Come possa passare un sorriso dagli occhi, seppur nascosto dal tessuto della mascherina, e quanto questo sia evidente nonostante tutto.

Siamo molto concentrati sulla preoccupazione ragionevole dell’affrontare giorno dopo giorno in sicurezza le nostre giornate, mantenendo quella postura dell’essere presente – vigile e attivo agli stimoli senza sbordare nel confine dell’ipocondria, non dobbiamo perdere la bussola educativa che ci riporta all’essenzialità del nostro lavoro. Infatti, quando apparentemente pensiamo di “perdere tempo” dietro a cose che non sono il fulcro del nostro lavoro, in realtà ci stanno mostrando, come nel rullino della fotografia di una volta il negativo fotografico, ovvero il cuore del nostro lavoro, il punto focale.

Ci sono “contorni” che possiamo svolgere come automatismi, ci sono invece azioni, posture e prassi che devono essere svolte con cura, abbassandoci talvolta, guardando in basso, dal basso anche, per scoprire quali sono gli aspetti autentici del nostro lavoro educativo.

È nel prendersi cura di questo spazio, luogo di relazione che si intreccia, intesse, si dipana e si allarga giorno dopo giorno per costruire legami educativi, luoghi di crescita, spazi da abitare.

È nella meraviglia della relazione sociale che scaturiscono dialoghi, un “tra noi” che diventa in-trattenersi, sostare in quella distanza prossimale che produce crescita reciproca. Nel benessere, nella cura, nella qualità di questo spazio di relazione si allargano le maglie della qualità educativa, dello spazio di crescita di ciascuno.

Come ci posizioniamo in questo spazio prossimale, come guardiamo[2], come stiamo emotivamente, in un’accoglienza non giudicante offre slanci di crescita del proprio potenziale. Non ci sarà uno sbilanciamento tra il dare e il ricevere, non ci sarà un vuoto e un pieno, ci sarà una circolarità e reciprocità.

Ed è proprio ciò che è accaduto nelle giornate di sabato e domenica che questa circolarità è stata attivata con potenza, come un fiume che allarga i suoi affluenti, come rami in cerca di luce e calore.

Non siamo stati insieme fisicamente, ma è stato come se lo fossimo stati per l’energia invisibile e sottile che è fluita e ha potuto raggiungere migliaia di persone.

Sguardi nutrienti che hanno attivato relazione, cura e capacità di creare connessioni.

Con il cuore grato perché tutto questo sia potuto accadere, si cerca di guardare verso le prossime sfide che arriveranno, forse con meno timore e maggior autenticità di chi non smette di essere in ricerca, qualche volta inciampando, tentennando e sbagliando, ma pur sempre in cammino su strade condivise da tante altre persone appassionate e curiose.

 

[1] Martin Buber, op cit in Levinas, Il pensiero dell’altro.

[2] P. Mottana, L’opera dello sguardo.

 

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