di Carmen Vesci, psicologa, psicoterapeuta

 

 

Oggi è risaputo che non si può studiare la mente senza tenere conto dei processi cognitivi influenzati dal corpo che è il principale dato di esperienza ed il centro dell’esistenza del bambino. Il piccolo, infatti, ha una percezione globale di sé, degli altri e del mondo che lo circonda che prima di tutto è corporea.

Il corpo implica in sé l’”appartenenza”, cioè l’essere sperimentato come proprio riconoscendone l’inalienabile possesso (è mio questo naso, questa bocca, questa mano). Da esso non posso allontanarmi e non posso allontanarlo, neppure se lo sento estraneo, pesante o ostile. Il mio corpo così diviene espressione e relazione: in ogni momento gli occhi, le mani, le dita, il volto ed i loro movimenti realizzano le mie intenzioni, già prima che io le “pensi”, nel dialogo tra il mio e gli altri corpi.

Questa conversazione fisica si avvia nel primo contatto col corpo materno, con il confine della sua pelle, quando già nei primi mesi di vita la pelle è “perimetrata” dalle carezze materne.

La mente tiene conto del corpo, dei suoi movimenti e delle loro conseguenze; un esempio è la “sincronia interattiva” dei neonati. Se guardate i bambini di poche settimane, essi  producono una serie di movimenti come risposta al linguaggio del caregiver che parla, accompagnando le proprie parole con dei movimenti che rendono “affettiva” la comunicazione.

Se osserviamo una coppia madre/bambino che si sorride, imita le proprie espressioni facciali e si scambia vocalizzazioni alternando i propri turni di conversazione, possiamo considerare tali comunicazioni come l’espressione di una regolazione riuscita tra i due che dà al bambino sicurezza e benessere ad entrambi. Il lattante, in particolare, si percepisce in base a come viene preso, toccato, alzato e così via; il bambino quindi impara a muoversi adattandosi ai movimenti dell’adulto.

Lo sguardo della madre e del padre sono i primi a farci sentire belli attraverso i gesti di cura, lo sguardo benevolo e la fiducia che ci trasmettono in noi stessi e nella vita.

Questo processo avviene già durante il periodo prenatale che è fondamentale alla “nascita psicologica” determinata sia dalle competenze del feto che da tutta una serie di relazioni che il nascituro ha con l’ambiente intrauterino ed extrauterino. In particolare con chi si prende cura di lui prima della nascita, con chi gli parla, lo accarezza, parla e accarezza il grembo della gestante, con chi, cioè, favorisce delle relazioni in quelle che Thomas Verny e Pamela Weintraub chiamano ‘Le coccole dei nove mesi’ (1996).

La nascita psicologica è quindi determinata dalla relazione: non si sviluppa un bambino ma si sviluppano delle relazioni. Una “cattiva gestione psicologica della gravidanza” può portare a una “cattiva comunicazione” a livello prenatale che a sua volta potrebbe in seguito determinare una psicopatologia.

La gestazione dunque è un periodo fondamentale per lo sviluppo biologico, fisico, fisiologico, ma soprattutto per la nascita e lo sviluppo della vita psichica. I genitori sviluppano verso il bambino, durante la gravidanza, l’“attaccamento prenatale ” cioè viene a formarsi in loro l’immagine mentale e il legame con il figlio. La qualità dell’attaccamento prenatale influisce infatti sulle relazioni successive tra genitori e bambino e sul tipo di attaccamento che si svilupperà.

In particolare dopo il  4-5°mese il feto sente, tocca, risponde in modo creativo, esplora, partecipa alle esperienze emotive della propria madre, reagisce a stimolazioni interne ed esterne. Ha inizio la costruzione dell’Io, un pezzo di vita psichica che si evolve e va a costituire l’Io del soggetto (La psicologia prenatale: dal feto al lattante, Pier Luigi Righetti, 2001)

Purtroppo non sempre questo processo funziona bene ed un bellissimo esempio letterario di ciò viene dal libro di Nadia Fusini    « La bocca più di tutto mi piaceva» (Nadia Fusini,1996) in cui la protagonista, ammalata di anoressia, ripercorre la sua storia:

Io mi chiamo Nadia. Il mio nome però non piaceva a mia madre …  Del resto, diceva la mamma, fin da quando ero nata l’avevo fatta ammalare, che era quasi morta.

(La bocca più di tutto mi piaceva, Nadia Fusini,1996)

 

La storia della protagonista parla di un contatto che fa ammalare ed ha le seguenti caratteristiche:

  • Lo sguardo manca
  • Lo sguardo trasmette vergogna per il corpo del bambino e le sue necessità
  • I gesti sono “spersonalizzati”, anonimi privi di delicatezza e parole

 

Tutto ciò è particolarmente grave perché nei primi mesi di vita il bambino è invaso da numerose sensazioni relative a frammenti di corpo non ancora unificati dalla coscienza. Questo particolare vissuto del neonato deve essere integrato dalla figura del caregiver che dovrà fisicamente ed emotivamente ricomporre una felice unità per il bambino. E’ ciò che Winnicott ha ben descritto con il concetto di “holding”[1].

Al bambino bisogna offrire risposte diverse in base al bisogno ma tutte devono avere un tratto comune che rimandi al sentirsi sostenuto; in questo modo si crea nel piccolo la fiducia e la capacità di relazionarsi ed aprirsi all’altro.

Proprio per le ragioni che ho detto ci tengo molto ad usare l’espressione prendersi cura anziché curare (Luigina Mortari,2006); perché si cura un sintomo, ma ci si prende cura di una persona ovvero la si accoglie nella sua interezza.

Questa premessa può far riflettere su quanto debba essere attento lo stile relazionale di coloro che si occupano di educazione nella prima infanzia: uno stile attento a cogliere i messaggi del bambino che con il corpo parla e informa l’adulto di ciò che sente. Le emozioni e l’affettività rappresentano secondo Henry Wallon le prime reazioni di livello psicologico nello sviluppo del bambino e trovano particolare espressione nelle variazioni toniche e posturali. Queste esprimono collera e gioia, benessere e malessere e così via.

Ogni educatore, tata, puericultrice dovrebbe quindi ricordarsi di essere responsabile e sensibile nel suo approccio al corpo narrando la propria azione e muovendosi ad un ritmo che si adegui a quello del bambino. Se il piccolo comprende l’azione del prendersi cura non solo è partecipe e sta bene ma acquisisce sicurezza in sé. Solo così il corpo amato diventa intelligente nel senso etimologico del termine cioè capace di comprendere sé, l’altro ed il mondo.

 

 

Bibliografia:

Falcicchio, Zlotnik, Bortolotti, Tortorella, Il primo sguardo, 2014, Fasi di Luna edizioni

Fusini Nadia, La bocca più di tutto mi piaceva, 1996, Editore Donzelli

Mortari Luigina, La pratica dell’aver cura, 2006, Bruno Mondadori

Ripamonti D., Tosi P., I momenti di cura, 2010, Edizioni Junior

Verny T., Weintraub Pamela, Le coccole dei nove mesi, 2011, Bonomi Editore

 

 

[1]la capacità della madre (o, più in generale, della figura che si prende cura del bambino, il «caregiver») di fungere da «contenitore» delle angosce del bambino, di costituire una sorta di spazio (holding enviroment) fisico ma soprattutto psichico in cui il bambino si sente accolto, sostenuto, rassicurato, incoraggiato nelle prime espressioni di sé.