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Molto frequentemente i bambini, soprattutto dai 2-3 anni in su, amano fare i cosiddetti giochi di lotta o turbolenti e movimentati con i loro pari, come anche con i loro genitori.

Non sempre questa attività viene vista di buon occhio, soprattutto nel gioco tra pari, in quanto spesso gli adulti temono, da un lato, che i bambini si facciano male e, dall’altro, che diventino “violenti”.

Scopriamo di più su questo gioco in modo da comprenderlo meglio.

 

Caratteristiche e benefici del gioco turbolento/di lotta 

Questa tipologia di attività ludica compare quando lo sviluppo del bambino lo porta a focalizzare la sua esplorazione dagli oggetti e dal mondo circostante ai pari. Si distingue in quanto connotata da una forte attivazione motoria ed emotiva. Infatti, il gioco turbolento, movimentato o di lotta prevede che venga coinvolto globalmente il corpo e che vi siano intensi contatti fisici con l’altro giocatore, adulto o bambino che sia.

Azzuffarsi, rincorrersi, colpire senza fare male, rotolarsi, buttarsi addosso all’altro sono alcune tra le tipiche forme di questo gioco, il tutto accompagnato da espressioni gioiose e divertite e sguardi ammiccanti.  Proprio questi segnali “incongruenti” rispetto alle azioni potenzialmente minacciose, rendono evidente a chi osserva che si tratta di un gioco e che i bambini non stanno facendo la lotta “per davvero”.

E’ un tipo di gioco universale, che fanno tutti i bambini, in tutte le culture ed è tipico non solo degli umani, ma anche di altri animali. Abbiamo  tutti in mente le immagini dei cuccioli, per esempio di cane o gatto, che giocano tra loro alla lotta, “aggredendosi” e azzuffandosi.

Le ricerche in campo etologico hanno evidenziato che questa tipologia di giochi è fondamentale per creare armonia nei gruppi ed abbassare il livello di aggressività. Infatti, mamme e papà animali lo lasciano sempre fare.

Si è addirittura visto, per esempio, come in un gruppo di scimmie Rhesus, gli individui a cui si è impedito questo gioco corpo a corpo siano diventati più aggressivi, anche coi fratelli, e non abbiano sviluppato le necessarie competenze sociali per interagire coi pari in modo adeguato.

Anche nello sviluppo umano, le ricerche neuroscientifiche degli ultimi anni hanno evidenziato il valore positivo del gioco turbolento/di lotta in quanto presenta un forte effetto antistress poiché favorisce il rilascio di ormoni del benessere come gli oppiodi, contribuendo così a favorire stati emotivi positivi.

Inoltre, il contatto intenso corpo a corpo consente ai bambini di imparare a dosare la propria forza, mettersi alla prova nella relazione con l’altro, regolare le emozioni e consente di scaricare impulsi motori ed aggressivi spesso trattenuti. E’ stato anche evidenziato che di rado i giochi di lotta si trasformano in litigi e che, al contrario di quanto si possa pensare, favoriscono l’instaurarsi e il rafforzarsi di relazioni cooperative.

Come afferma M. Sunderland, il gioco turbolento può “migliorare le funzioni che regolano le emozioni nei lobi frontali, aiutando i bambini a gestire meglio i propri sentimenti. (…) Fare la lotta sull’erba con un amico  è fondamentale per un sano sviluppo mentale. Oltre a rappresentare una valvola di sfogo per gli impulsi motori primitivi, come il bisogno di correre e arrampicarsi, questo tipo di gioco favorisce lo sviluppo del cervello superiore. Da grandi questi bambini saranno in grado di gestire più tranquillamente le loro emozioni e di superare così lo stress. (… ) Se i cuccioli di mammifero non praticano a sufficienza giochi socialmente interattivi finiscono per scegliere soluzioni più violente, liberando inadeguatamente i loro impulsi nel tentativo di recuperare il tempo perduto[1].

Oltre che tra bambini, il gioco turbolento e di lotta coinvolge spesso i genitori ed i loro figli, soprattutto i padri con i figli maschi[2]. Spesso il “ring” è il lettone, dove si fa la lotta con i cuscini, ci si salta addosso, ci si rotola, ci si colpisce.

Rientrano in questa tipologia di gioco turbolento e movimentato anche tutti quei momenti in cui l’adulto, ad esempio, rincorre, cattura, finge di mangiare il bambino, così come quando lo solleva in alto e lo fa volare, roteare, finge di farlo cadere, etc.

Ai bambini piace molto questo tipo di gioco anche con i genitori. Esso fornisce una bella opportunità di contatto fisico (che, come detto, ha l’ulteriore vantaggio di stimolare la secrezione di ormoni distensivi) e di sensazioni corporee piacevoli e intense. Inoltre,  consente di misurarsi con degli adulti rassicuranti: i piccoli sanno bene che i genitori non gli faranno male né li metteranno davvero in pericolo anche se sono più grandi  e forti di loro. Infatti, il gioco di lotta prevede momenti in cui si domina e momenti in cui si è dominati dall’altro e ciò permette ai bambini di scaricare l’aggressività da un lato e di percepire la propria forza dall’altra.

J. Juul ci riporta che “nel corso degli anni ho incontrato centinaia di padri che hanno salvato i figli da diagnosi e terapie solo giocando con loro alla lotta per un quarto d’ora o mezz’ora al giorno. L’intensivo contatto fisico permette al bambino di imparare a trasformare l’energia maschile e ad acquisire sicurezza”[3].

 Per tutti questi motivi il gioco turbolento, movimentato, di lotta va concesso ai bambini, i quali sanno molto bene, in modo istintivo, che è loro utile: pare che circa il 10% del tempo ludico, dopo i 3-4 anni, sia impiegato in questa tipologia di gioco.

 

Come comportarsi di fronte al gioco turbolento/di lotta?

Per prima cosa è importante che gli adulti (sia genitori che educatori ed insegnanti) si accertino che i bambini stiano effettivamente giocando attraverso l’osservazione dei segnali non verbali (sorrisi, risate, occhi divertiti, tono corporeo non molto sostenuto, etc).

Nei contesti educativi, fatta questa verifica, è possibile consentire il gioco all’interno di spazi sicuri come per esempio gli angoli morbidi o gli spazi per l’attività motoria, attrezzati con materassi, materassoni, pouf e cuscini di varie dimensioni . Ricordare la regola: “Stiamo giocando…siamo attenti a non fare male“, dopodiché consentire liberamente questo gioco, serbando un occhio vigile per verificare il mantenimento della cornice ludica.  Qualora si osservasse salire molto il livello di eccitazione dei bambini, è possibile modulare il ritmo del gioco creando una breve pausa in cui fermarsi e respirare, in modo da far rientrare tale livello entro una soglia che consenta di “giocare bene” senza farsi male.

In famiglia si possono riadattare queste stesse indicazioni nel gioco tra fratelli o con gli amichetti.

Quando il gioco coinvolge adulti e bambini, i genitori dovranno modulare la propria intensità in modo da mantenere il livello di eccitazione del bambino a un livello per lui sostenibile, verificando anche la sua “tolleranza” rispetto agli stimoli più “minacciosi”. Se, per esempio, il genitore impersona un lupo o un mostro che vuole catturare e “mangiare” il bambino, è utile verificare quanto ciò sia sostenibile per il piccolo.

Una nota importante: finché i bambini propongono il gioco attivo qui descritto, si tratta di un’attività molto utile per il loro sviluppo e, come detto, va favorita. Diverso il discorso quando essi riproducono quanto assorbono attraverso gli schermi (tv, videogiochi, tablet, etc) come giochi o programmi violenti, mettendo in scena le “mosse” dei vari personaggi e rischiando davvero di fare male. In questi casi sarà allora utile, da un lato, canalizzare diversamente la loro energia e, dall’altro, come adulti interrogarsi rispetto ai modelli a cui i bambini vengono esposti.

 

 

Silvia Iaccarino

 

[1] in “Il tuo bambino. Come educarlo e capirlo”, ed. Tecniche Nuove, Milano, 2007

[2] ciò evidenzia come questo tipo di gioco sia ritenuto più “da maschi” che “da femmine”, anche se sarebbe importante che anche le bambine ne avessero l’opportunità

[3] in “Bambini con le spine”, ed. Feltrinelli, Milano, 2015