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di Carola Castoldi, educatrice professionale presso Scuola dell’infanzia Maria Bambina di Lissone, specializzata in Pedagogia dell’Infanzia, Pedagogia Clinica e Pedagogia dello Sport

 

“Nel progettare luoghi ed esperienze è utile pensare al luogo educativo come ad un luogo abitativo, ciò significa pensare di arricchire ogni giorno questo luogo come un “laboratorio di interesse“, significa selezionare materiali in grado di restituire curiosità e stupore.”

                                                  Carla Rinaldi

 

Parlare di spazi. Pensare agli spazi. Progettare gli spazi.

Nella mia esperienza come educatrice trovo che molto spesso ci fossilizziamo a cercare delle risposte, senza dapprima interrogarci su ciò che stiamo ricercando.

Come allestire lo spazio? 

Quali materiali proporre?

Come organizzare l’ambiente? 

L’aspetto organizzativo e ri-organizzativo prevale spesso sul pensiero riflessivo, non consentendoci di interrogarci, di attendere le risposte, ricercarle, formularle, lasciarsi contaminare dalle esperienze degli altri…

Credo fortemente nel potere generativo delle domande, unico strumento che a mio parere ci consente di mettere a fuoco il nostro sguardo e trovare la giusta centratura attraverso la quale procedere nella ricerca delle risposte. 

Le domande danno spessore alle nostre scelte.

Domandarci  “Quale funzione ha secondo noi lo spazio? Quali finalità? Quale idea di bambino abita questo spazio? Quale significato possiamo riconoscere e attribuire allo spazio?”, ci obbliga a fermarci, interrogarci, nutrendo il nostro sapere e la nostra cultura sull’infanzia in modo più consapevole e intenzionale.

Quando parlo di spazio mi piace parlare di spazio relazionale, perché vedo l’ambiente come la culla delle relazioni, delle interazioni, delle possibilità, dei limiti. Ma l’ambiente non è un contenitore che accoglie senza interferenze, bensì un “mediatore” perché oggetto/soggetto che s’intreccia fortemente nella trama relazionale che caratterizza i luoghi e, nello specifico, i luoghi educativi.

Non sono d’accordo con il luogo comune che “i muri non parlano”: una visione troppo asettica e sterile per insinuarsi nel panorama pedagogico.

I luoghi ci parlano delle persone, ci narrano delle storie, coltivano pensieri.

Trapela anche dall’arte…Muri: “lavagne del pensiero sociale”. 

Vengono definiti così all’interno di una recensione sulla mostra del fotografo parmigiano Mario Emme. 

Una definizione suggestiva, poetica, evocativa, generativa.

Possiamo quindi “leggere” i significati che ha un ambiente, un luogo educativo, solo partendo da noi, come educatori, come professionisti, avendo consapevolezza e cura del nostro “pensare e agire educativo”. Siamo noi a modellare l’ambiente sulla base del nostro pensiero pedagogico. 

Quello che è certo è che l’ambiente rende visibile l’identità di un servizio educativo e pertanto è a partire da lì che dobbiamo interrogarci.

Gli educatori di Reggio Emilia, come ha indicato Tiziana Filippini (1990), parlano di spazio come contenitore che favorisce l’interazione sociale, l’esplorazione, l’apprendimento, ma lo vedono anche come qualcosa che ha un “contenuto” educativo, che offre al suo interno messaggi educativi ed è carico di stimoli in direzione dell’apprendimento costruttivo.

Nessuna scelta è assoluta, nessun criterio è imprescindibile, nessun principio è universale. Ritengo però che sulla base dell’idea di bambino di cui siamo portatori, si possano individuare alcuni cardini attorno ai quali ruota il nostro sguardo progettuale.

Partendo da qui, come professionisti che si occupano di educazione, siamo chiamati quindi a collaborare con l’ambiente, interagire e dialogare con esso; nella convinzione che la qualità degli spazi vada di pari passo con la qualità degli apprendimenti, nella prospettiva attraverso la quale Malaguzzi ha definito lo spazio come “terzo educatore”, insieme ad educatrici e genitori (Malaguzzi, 2010).

Soffermandoci quindi a riflettere sulla valenza che assumono l’ambiente e la sua progettazione, non possiamo trascurare il fatto che per il bambino lo spazio è in prevalenza vissuto emotivamente: egli sta al centro e tutto ciò che gli sta intorno si organizza in funzione sua, in rapporto alle emozioni, ai desideri, alle azioni. È solo dopo aver vissuto in quello spazio, costruendovi autonomamente una serie di percorsi e attività, che esso acquista un significato e diventa un punto di riferimento, una fonte di conferma dell’identità personale e “spazio dell’anima”. Ogni luogo ha un’anima, un’identità, cercare di scoprirla e porsi in relazione con essa significa imparare a riconoscere la propria anima. (Hillmann, 2004).

Gli ambienti educativi, e la progettazione degli stessi, prendono forma da ciò che siamo come educatori, dalla nostra cultura dell’infanzia, dalla nostra esperienza e dalla nostra formazione e perché no, dalla nostra anima. Non solo dalla testa, ma dal cuore, dalla pelle… e da tutto ciò che viene coinvolto e chiamato in causa quando il nostro corpo entra in relazione con l’ambiente.

Infatti, come ci racconta Carla Rinaldi, lo spazio nella scuola è un elemento costitutivo per la formazione del pensiero e possiede un linguaggio forte e incisivo. Il linguaggio spaziale è multisensoriale, coinvolge i recettori a distanza (occhi, orecchie, naso) e quelli immediati (come la pelle, le membrane e i muscoli), (Rinaldi, 1998).

Attraversando le esperienze, gli approcci, i metodi, la letteratura pedagogica, la mia cassetta degli attrezzi, come professionista dell’educare, si è arricchita di preziosi contenuti che mi hanno permesso, dapprima, di maturare alcune consapevolezze e , successivamente, di costruire  buone prassi che fanno da cardine al mio modo di vivere la progettazione degli ambienti educativi.

Ci sono infatti degli elementi che caratterizzano il mio modo di “Pensare gli ambienti” che ho costruito nel tempo, grazie alle colleghe che ho incontrato, alle esperienze educative che ho vissuto, ai professionisti che mi hanno formato, ai libri che sono stati protagonisti delle mie giornate… un patrimonio che ha dato forma al mio stile educativo e pedagogico.

Dalla mia idea di bambino, di educazione, di apprendimento, nasce il mio Vademecum

 

CONTINUA

 

Foto: Scuola dell’Infanzia Maria Bambina di Lissone