di Jessica Omizzolo, docente di PF06 e coordinatrice di nidi e scuole infanzia, e Ilenia Schioppetti, docente di Pf06, educatrice di nido in famiglia  – Foto di Ilenia Schioppetti

 

Ognuno di noi ha un cassetto.

Uno di quei cassetti in cui si infilano alla rinfusa tutte quelle cose che decidiamo di conservare spesso senza un perche’, ma che ci sembrano belle, perche’ prima o poi ci serviranno, perche’ e’ un peccato buttarle, perche’ ci raccontano qualcosa, perche’ ci ricordano qualcosa, perche’ non abbiamo un altro posto dove metterle.

Un cassetto delle cianfrusaglie, o forse un cassetto delle meraviglie: un cassetto dei tesori.

Immaginate che un giorno vi venga voglia di riordinarlo, cosa fate?

Forse molti di voi, comprese noi, risponderanno “rovescio il cassetto nel pavimento e inizio a “guardarci dentro”: prendo un oggetto alla volta, valuto se mi serve, ri-guardo, ricordo, mi stupisco, mi emoziono, rivivo dei momenti e delle storie, sento i profumi, mi commuovo, affiorano nella mia mente nuove idee e nuovi progetti sfociati da vecchie idee e vecchi progetti, trovo qualcosa di utile che stavo cercando da tempo per risolvere un problema, scorro il mio tempo cullando corpo e pensieri in un’esperienza progettuale e concreta.

Tollerando il caos momentaneo per uno scopo più ampio.

Trasformo quello che originariamente era il mio obbiettivo di ordine, in una ricerca.

Una ricerca che tiene insieme la memoria, l’innovazione, la scoperta.

Qual è lo scopo?

Immaginerete dove vogliamo accompagnarvi con questo esempio: davanti al materiale destrutturato sparso nella stanza ad opera dei bambini e delle bambine come ci sentiamo?

In una discussione di qualche tempo fa sul gruppo Fb di PF06 alcune hanno usato il termine “caos”.

Facciamo qualche passo con Ilenia Schioppetti, formatrice di PF06, educatrice del Nido in famiglia “La casetta della favole”:

E TUTTO PRENDE UN SIGNIFICATO DIVERSO

Era quasi l’ora di pranzo.
Anzi, era proprio l’ora di pranzo.
Mezzogiorno.
E noi eravamo ancora così.
Qualcuno mi ha detto… “e così è bellissimo”!
Esattamente. Così è bellissimo.
Anche se vederlo a volte fa una grande paura.
Non è facile sostare nel disordine.
Non è facile.
Ma è possibile.
Il segreto è sempre lo stesso: prendere i nostri intensificatori di sguardo, sfocare la vista e mettere a fuoco le storie.
E tutto prende un significato diverso.

Storie.
Si, perché ogni piccola parte di questo apparente disordine ne racconta una.
O forse di più.
Racconta storie di apprendimenti che crescono spontanei, spinti dal vostro interesse, dalla vostra curiosità, dalla vostra voglia di scoperta e di crescita.
Apprendimenti che non passano solo dalle mani, dalle file, dalle torri, dagli equilibri, dagli incastri, dai suoni, dal peso, dalle consistenze, dai confronti materici, dalle forme, dal gioco simbolico, dalle costruzioni, dalle distruzioni, dal prodotto, dai progetti, dalle idee in continua evoluzione.
Apprendimenti che passano anche attraverso la collaborazione, l’aiuto reciproco, la provocazione, gli scontri, la frustrazione, la contesa, le rinunce, la caparbietà, l’imitazione, la contaminazione, le emozioni.

per la lettura completa: https://www.facebook.com/La-casetta-delle-favole-Nido-in-famiglia-Venezia-170902150109966/photos/949129342287239

 

I bambini e le bambine per conoscere, per apprendere, per crescere hanno bisogno di sperimentare con le mani, con il corpo, con le emozioni e la mente, hanno bisogno, insomma, di rovesciare non solo i cassetti ma anche i cardini pre-ordinati del mondo circostante, per poterne conoscere le sequenze narrative, le leggi fisiche, il funzionamento interno.

Per manipolare mentalmente il mondo, per poterne creare di propri, bisogna in definitiva, guardarci dentro, riprenderne ogni ingranaggio e indagarne i processi.  Queste certezze sulla costruzione del sapere nell’infanzia, sostenute da decenni di teorie e studi, si scontrano spesso con i nostri bisogni di definizioni ed ordine. Bisogni che portano noi adulti a costruire proposte strutturate, a creare spazi esteticamente interessanti per finire con l’innervosirci (o il dispiacerci) davanti al caos, che i bambini e le bambine producono in immersione nel contesto.

Prima di proseguire va fatta una specifica, e la compio avvalendomi del bisogno di raggruppare e schematizzare, proponendovi tre macro-motivi per i quali tendenzialmente si crea quello che gli adulti chiamano “caos”:

  • I bambini e le bambine che solitamente richiamano l’attenzione (es: il bambino che rovescia i cassetti con i materiali, caso per il quale molto spesso si chiamano esasperati i coordinatori per fare osservazione) manifestando la loro capacita’ di apprendere in modo spontaneo ed autonomo svincolato dalle aspettative dell’adulto:  vanno riconosciuti, osservati e analizzati gli interessi e ri-organizzati spazi e materiali in funzione dei profondi bisogni correlati affinche’ non diventino un ostacolo ma un alleato, un sostegno, un ponte, un complice.

 

  • Gli spazi e i materiali sono analogicamente poco chiari: non comunicano in modo forte e chiaro (le parole non servono e non dovrebbero servire!) la densità abitativa di quel luogo, il suo utilizzo e le possibilità. In parole povere non dicono, guardandoli, quanti bambini e bambine ci possono accedere (girare attorno, sostare ecc…), che cosa ci si può fare lì, perché ci sono quegli elementi e non altri. Questo crea un ambiente confusivo che non permette al gioco del bambino e della bambina di essere autonomamente organizzato e fluido.

Vi porto un esempio capitatomi (Jessica): le insegnanti di una scuola mi chiamano per osservare uno spazio (e già questa è un’ottima richiesta! Capita spesso infatti che confondiamo la nostra difficoltà ad organizzare quello spazio in modo coerente con una difficoltà o incapacità dei bambini e delle bambine e chiamiamo i coordinatori per osservare loro, e non gli spazi).

La motivazione della richiesta si riferisce al fatto che in quel luogo si crea sempre confusione tra i bambini e le bambine, liti, poco gioco autonomo, assenza di concentrazione (stato di flusso di cui ci parla bene Alice Gabbrielli).

Come mai?

Ne abbiamo lungamente parlato al corso “Spaziare”. Se il motivo è questo ve ne accorgete dalla qualità del gioco: non c’è.

Non si crea la situazione di “operoso brusio” (concedetemi questo parallelo con il rumore che fanno le api nell’alveare) che ci indica un lavorio dei bambini e delle bambine, sia pratico che cognitivo. Vanno osservati i flussi, compresi gli inciampi organizzativi, ripensati gli spazi, anche tollerando la frustrazione di aver organizzato “qualcosa di carino” ma poco funzionale alla libera espressione dei bambini e bambine.

Ultima forzatura classificatoria che ci porta all’area di indagine di questo articolo:

  • “Il caos è rovesciamento attivo”: dovremmo provare a capovolgere il nostro punto di vista e imparare a guardare con occhi nuovi alle esperienze e alle esplorazioni dei bambini e delle bambine, concedendoci a nostra volta la possibilita’ e il piacere di esplorare.

Come con il nostro cassetto.

Ecco, dunque, che quel Caos va a ripescare il significato nelle sue radici semantiche.

Caos.

Il nome greco χάος contiene la stessa radice χα- dei verbi χαίνειν, χάσκειν, «essere aperto, spalancato» (capirete quanto può piacermi questo significato vista la mia posizione pedagogica 😉). Per Platone è il luogo primigenio della materia informe e rozza a cui attinge il Demiurgo per la formazione del mondo ordinato, il Cosmo.

Kaos, il “tutto” condensato in forma potenziale, che permette l’origine del kòsmos, contiene dunque in sé il divenire.

 Possiamo così considerare il bambino e la bambina come il demiurgo che ri-prende le fila della materia e ne estrapola l’essenza ordinata necessaria alla creazione del sapere stesso.

Un costruttore di sapere che lo estrapola dall’esperienza stessa delle cose, se lasciato libero di immergervici.

Che adulti possiamo provare ad essere davanti a questo “rovesciamento attivo”?

Davanti al disordine noi ci disorientiamo davvero, forse perché siamo cresciuti con dei mantra di adulti altri (io, Jessica,  all’inizio entravo nei servizi e ripetevo alle educatrici quello che la mia (le nostre) nonna mi ripeteva da piccola: “ogni cosa ha il suo posto e ogni posto le sue cose”. Mi serviva per rafforzare l’idea di mantenere ordine, organizzare bene i materiali e comunicare ai bambini e alle bambine che ogni luogo aveva strumenti e materiali che lì avevano senso d’uso e non andavano “metticciati”), forse perché da adulti abbiamo già classificato i nostri mondi e facciamo fatica a lasciarci sorprendere e anche de-strutturare certe posizioni dall’azione esplorativa del bambino.

Quello che possiamo, forse, provare a fare è sospendere il giudizio e prenderci il tempo di accogliere ciò che avviene nel contesto, senza seguire l’urgenza interna di intervenire.

Dobbiamo provare a cambiare sguardo sul “disordine” e smettere di “giocare in difesa” come ben ha detto Ilenia Schioppetti in un corso sulle Loose parts che sto seguendo.

Metterci in gioco e giocare in una posizione che da’ valenza al sapere ad opera dei bambini e delle bambine e riscoprire la meraviglia.

Possiamo provare a guardare al disordine da un nuovo punto di vista, riscoprendo un nuovo senso delle cose e restituendo il loro valore a quelle che spesso non attenzioniamo. Trovare loro nuovi significati, inediti perché rimasti inesplorati fino a qui.

Possiamo provare ad entrare in una sorta di esplorazione del disordine, sospendendo l’urgenza di risposte, lasciandoci guidare dal filare i saperi che il bambino mette in atto, in un certo senso scegliendo di perderci dentro a quel caos generativo.

Perdersi fa molta paura, perdere soprattutto il controllo fa molta paura, perche’ ci toglie dalla nostra posizione di sicurezza, di potere e ci catapulta nell’incertezza e nello sconosciuto.

Perdersi pero’ e’ una grande opportunita’, perche’ e’ proprio nell’errare, nel “non sapere” che non è mai “non sense” se ci diamo tempo, è lì che ci viene restituita la possibilita’ di fermarci, di riflettere, di cercare e scovare nuovi indizi e nuovi segnali, di attingere a nuove risorse, di cambiare e modificare i nostri progetti, di adattarci al cambiamento.

Cambiare e’ faticosissimo, ne siamo consapevoli, ma per fare un grande cambiamento spesso e’ necessario compiere un grande sforzo, partendo da un primo passo.

Il primo passo puo’ essere quello di allenare il nostro sguardo a non guardare al disordine come un insieme ma focalizzando l’attenzione sui particolari, perche’ nel disordine sono contenute una infinità di storie, personalità e unicità e ognuna di loro ha il diritto di essere riconosciuta e valorizzata.

Dobbiamo provare a concentrarci sulle piccole cose, perche’ spesso sono proprio le piccole cose che portano alla luce i più grandi apprendimenti.

Ci piace chiamarlo uno sguardo benevolo, riprendendo le parole che Tomas Navarro ci dona nel suo libro Wabi Sabi.

Uno sguardo che nasconde le massime virtu’ umane: rispetto, amore, compassione, capacita’ di osservare e non giudicare.

Uno sguardo che consente di esaminare le cose piu’ da vicino e di cogliere dettagli che rischieremmo di non osservare ma sono indispensabili per capire meglio la realta’.

Uno sguardo aperto, senza pregiudizi, accogliente le differenze, gli inediti, che esplora le cose con una curiosità bambina.

Uno sguardo che ci consente di capire meglio l’imperfezione e di conviverci.

Uno sguardo che ci consente di guardare oltre.

Siamo anche ben consapevoli che non basta cambiare lo sguardo, ma riteniamo necessario anche un cambiamento di approccio da parte dell’educatore e dell’educatrice, un passaggio dal “si è sempre fatto così” al “si può fare anche così”, mettendosi al servizio del bambino e della bambina, magari un passo indietro, ma sempre al loro passo.

E in queste evoluzioni di pensiero siamo con voi, che siano i primi passi per un cambiamento fecondo.

Con l’augurio che queste nostre parole possano essere non solo il vostro primo passo, ma un trampolino di lancio per fare salti altissimi vi auguriamo buon lavoro!

 

 

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