Coinvolgere i bambini nelle scelte che li riguardano

Educazione e sviluppo infantile, Tutti gli articoli

 

di Silvia Iaccarino, formatrice e psicomotricista

 

 

A tutti, adulti e bambini, interessa sentirsi agenti attivi e costruttori della propria esperienza.

In particolare, pensando ai bambini, è più probabile che collaborino con le nostre indicazioni e accolgano i confini che poniamo loro, se sentono di avere la possibilità di scegliere tra un paio di opzioni. Ciò significa che, in molte situazioni, possiamo coinvolgerli in modo diretto chiedendo loro come preferiscono dare atto alle nostre richieste.

Per esempio, mentre ci prepariamo per uscire, potremmo, innanzitutto, affermare che è ora di andare e poi, a seguito dell’affermazione, porre delle opzioni:

“Lucia, adesso è ora di uscire per andare dai nonni. Preferisci indossare prima le scarpe o la sciarpa?”

“Giovanni, è ora di prepararsi per andare a dormire. Preferisci prima lavare i denti o mettere il pigiama?”

In questo modo, da una parte, non diamo scelta sul fatto che sia ora di fare quello che c’è da fare e, dall’altra, permettiamo al bambino/a di decidere il come, all’interno comunque di confini che noi abbiamo stabilito e che sono per noi sostenibili (“preferisci prima lavare i denti o mettere il pigiama?”).

Nonostante questa modalità di offrire le nostre indicazioni nella maggior parte dei casi sia efficace e risolutiva, può talvolta capitare che il bambino/a non accolga nessuna delle opzioni proposte.

Che fare in questi casi?

Possiamo fornire un’altra scelta, sempre per noi sostenibile. Per esempio: “uhm, forse allora preferisci mettere prima il cappello?”. Non è detto che questa volta funzioni e, quindi, sarà utile modificare la nostra proposta, per esempio interpellando direttamente il bambino/a: “qual è la tua idea? da cosa preferisci iniziare a prepararti?”.

Se la sua proposta per noi è fattibile, bene, abbiamo risolto!

NB: chiedere “Qual è la tua idea?” può funzionare anche se il bambino/a non ha ancora un linguaggio espressivo sviluppato: poiché si sviluppa prima il linguaggio ricettivo, lui/lei potrebbe essere in grado di indicare la sua idea o ciò che vuole. Adottare questa modalità coinvolge il bambino/a nel processo di decision making e problem solving.

Se invece il bambino/a non risponde ai nostri inviti, possiamo valutare due strade, in base al tempo a nostra disposizione:

  • se abbiamo tempo, potremmo dire qualcosa come: “ok, forse ora non sei pronto/a per decidere. Pensaci su e poi mi dici”;
  • se invece non c’è tempo affinchè il bambino/a decida con calma, servirà essere chiari e determinati nel confermare che, in tal caso, saremo noi a decidere al posto suo: “Lucia, è proprio ora di uscire, ho compreso che ora per te è difficile decidere, facciamo così allora, iniziamo dalla sciarpa”. A questo punto, potrebbe andare tutto liscio, ma potrebbe anche essere che scoppi una crisi di rabbia. In tal caso, dovremo mettere in conto il tempo per occuparcene.

Nota importante: qualora il bambino/a si rifiuti di scegliere tra le nostre opzioni e/o non sia in grado di rispondere alla domanda “qual è la tua idea?” e rifiuti di scegliere, è molto probabile che non sia in uno stato fisiologico favorevole a essere ricettivo e collaborativo. Potrebbe essere stanco, affamato, sovrastimolato, avere altri bisogni non incontrati. Inutile, quindi, insistere affinchè faccia o proponga una scelta. Meglio, invece, occuparsi del suo stato neurofisiologico e aiutarlo/a nel recuperare una condizione di maggior equilibrio.

Come? Dipenderà da qual è il problema. Ha fame? Possiamo dare anche solo un piccolo spuntino. E’ stanco? Se abbiamo tempo, potremmo fargli fare un pisolino di 10′ oppure dare un abbraccio/fare delle coccole, oppure ancora leggergli un libro gradito, proporre un bagno caldo, una passeggiata nel verde, ascoltare musica rilassante, etc.

E’ sovrastimolato? Riduciamo gli stimoli, per esempio spegnendo la TV, abbassando la luce, diamo contatto fisico, etc.

A monte, ancora, possiamo sviluppare una buona attitudine osservativa che ci porti a comprendere quali sono i segnali, tipicamente non verbali, che ci indicano quanto il bambino/a è più o meno “stressato” (comprendendo qui qualsiasi causa di fatica).

Se, per esempio, osserviamo che lui/lei diventa “iperattivo”, “insistente”, “logorroico”, “impacciato”, “ipereccitato”, etc, potremmo intuire che, forse, non sia in uno stato ottimale di equilibrio neurofisiologico.

In tal caso, facilmente, le nostre indicazioni, confini, richieste, atterreranno su un terreno infertile e, di conseguenza, è molto probabile che possa esserci una reazione intensa. E’ importante tenerne conto, perchè potremmo, a quel punto, lavorare in modo preventivo, ovvero attuare delle azioni che aiutino il bambino/a a tornare in equilibrio e, solo dopo, proporre le nostre scelte/indicazioni.