di Sabina Colombini, pedagogista

 

 

“La nostra umanità è l’unica chiave di accesso che ci consente di incontrare e comprendere l’umanità altrui”
(Iori, 2009)

 

Se è vero che per educare un bambino ci vuole un intero villaggio, il concetto di responsabilità educativa che ne deriva sottolinea la necessità di una collaborazione tra figure genitoriali e professionali. E fin qui – potremmo dire – appare tutto chiaro e condivisibile…a tratti semplice e forse banale.

La realtà nei servizi educativi, soprattutto negli ultimi anni, risulta, però, assai diversa e il percepito, sia da parte di educatrici/educatori e insegnanti, sia da parte dei genitori, appare molto più complesso.

Cosa significa, dunque, promuovere una responsabilità condivisa nell’era della transizione educativa, in cui tutte le agenzie educative sono chiamate a ripensare i modelli educativi fino a ieri predominanti?

Quali sono gli attori chiamati a ricoprire un ruolo fondamentale in questa transizione? Sono fondamentalmente due (se non contiamo il bambino stesso, che è sempre attore principale nel suo percorso di crescita) sono complementari e possiedono competenze differenti, ma ugualmente indispensabili: se alla famiglia (intesa come nucleo affettivo) appartiene un sapere pragmatico che deriva dall’esperienza quotidiana, dal rapporto generativo, affettivo ed educativo sviluppato con i propri figli, i professionisti nei servizi educativi si caratterizzano per un sapere che è allo stesso tempo pragmatico (legato alla quotidianità della professione) e “teorico”, frutto di studi e ricerche scientifiche.

Dalla sintesi delle competenze di questi due attori si origina una ricchezza di potenziale condiviso necessario all’educazione degli individui (Moletto, Zucchi, 2013). “Nessuno insegna a nessuno”, dunque, “ma tutti imparano da tutti” (Freire, 2002). Proprio per il sapere dell’esperienza accumulata nella quotidianità della relazione educativa che instaurano con i propri figli, le figure genitoriali diventano professionisti dell’educazione alla pari di coloro che, nel proprio bagaglio professionale, portano anche un sapere teorico (educatori e insegnanti).

La Metodologia Pedagogia dei Genitori (che trova in Riziero Zucchi e Augusta Moletto i suoi fondatori), si pone come obiettivo quello di creare un ponte tra il sapere della famiglia e quello dei servizi educativi, a partire dal riconoscimento e dalla valorizzazione delle conoscenze dei genitori: nel primo caso il riferimento è alla presa di coscienza di quelle che sono le competenze educative della famiglia stessa e di tutti coloro che a vario titolo vi entrano in contatto, mentre nel secondo caso si evidenzia la necessità di un utilizzo attivo della genitorialità, vista come professionalità inserita nella relazionalità e nell’umanità tra le persone, nonché nel sapere degli esperti che si occupano di rapporti umani.

Nel prendere in considerazione la crescita di ogni bambino e l’educazione che ne consegue, risulta necessario sottolineare la stretta analogia tra l’agire genitoriale e gli strumenti e le finalità dei professionisti: madri e padri sono coloro che esercitano le prime cure, impartiscono regole e trasmettono nozioni, pratiche, queste, che coesistono a tutti gli effetti anche nelle azioni degli esperti.

L’agire genitoriale è situato, riguarda l’unicità di quel figlio e determina un agire legato prettamente all’esperienza. Siccome, dunque, genitori e professionisti, se pur in contesti diversi, operano nella stessa direzione (lo sviluppo, il benessere e la promozione del bambino) è necessario che questi ultimi assumano il sapere dei primi come parte integrante del proprio bagaglio di conoscenze.

Questo contribuisce all’arricchimento della professionalità e la stipulazione di un patto educativo, che offre la possibilità di accettare e riconoscere i saperi dell’altro nel rispetto e nella tutela dei propri (Moletto, Zucchi, 2013). Alla luce di queste considerazioni, genitori ed educatori/insegnanti rappresentano gli elementi fondamentali per un sano e positivo sviluppo del bambino: ciascuno di essi è indispensabile e nessuno è sufficiente da solo.

Riconoscere questo significa promuovere responsabilità condivisa all’interno dei servizi e garantire una continuità trasversale tra ciò che avviene a casa e ciò che viene “importato” ed “esportato”, a livello di atteggiamenti, credenze, conoscenze, modelli comportamentali e valoriali nei contesti extra familiari.

La Metodologia Pedagogia dei Genitori nasce, dunque, con la volontà, da una parte, di portare i genitori a riconoscersi come soggetti che detengono competenze e portano conoscenze e, dall’altra, per rendere consapevoli gli esperti di educazione dell’esistenza di queste risorse e sfruttarle a livello micro e macrosociale (Moletto, Zucchi, 2013).

Le competenze educative delle principali figure di riferimento del bambino si sviluppano nella pratica educativa e ne sono caratterizzate: esse, infatti, si trovano spesso a dover agire nella complessità di situazioni sempre nuove (Moletto, Zucchi, 2013): il genitore rappresenta, lo voglia o meno, un professionista dell’educazione, alla pari di altri: e come altri professionisti “affronta il problema incontrato nel corso della pratica come un caso unico” (Schön, 1993, p. 149) e “presta attenzione alla peculiarità della situazione in esame” per “scoprire le particolari caratteristiche della propria situazione problematica e, a partire dalla loro graduale scoperta, progetta un intervento” (ibidem).

È, quindi, nell’azione quotidiana – nei casi unici – che si formano le abilità necessarie alla vita; dall’esercizio della pratica quotidiana e dai compiti derivanti dall’educazione e dalla cura, nel senso più ampio del termine, che favoriscono lo sviluppo, la crescita e la progressiva autonomia del bambino, assicurandogli protezione e sicurezza.

In questo percorso, l’educatore e l’insegnante sono chiamati ad accompagnare il genitore nel riconoscersi professionista dell’educazione: tanto forte e carico di valore sarà lo sguardo di questi professionisti nei suoi confronti, tanto il genitore potrà riconoscersi soggetto dotato di valore, competente e responsabile.

Non è forse questo l’incanto dell’educazione? Tanto verso i piccoli…quanto verso gli adulti.