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di Silvia Iaccarino

 

 

E’ usanza trovare nelle nostre case e nelle nostre strutture educative quantità di giochi e giocattoli tipicamente in plastica, dai colori sgargianti e, spesso, vita breve. 

Infatti, questi oggetti tendono a catturare l’attenzione dei bambini solo per un tempo scarso. Abbiamo tutti in mente scenari natalizi dove, poco dopo l’apertura dei regali, i piccoli sono presi a giocare con l’incarto o con la scatola piuttosto che col giocattolo donato. 

Come mai ciò accade? Perché i giocattoli in plastica in primis sono poco interessanti dal punto di vista sensoriale e in secondo luogo sono predefiniti: con un gioco sonoro con gli animali, un bambino può fare solo ciò per cui il gioco stesso è costruito, non ha la possibilità di inventarsi altro e di utilizzarlo in un modo diverso, salvo lanciarlo via annoiato o, peggio, sovrastimolato dai colori e dai suoni che l’oggetto veicola. 

Ciò significa anche che il bambino non sarà portato a concentrare la sua attenzione sull’oggetto, e ad esplorarlo in tutte le sue caratteristiche. Quando, al contrario, il piccolo si relaziona ad un oggetto interessante e polisensoriale, ottiene in cambio un potenziamento percettivo, cognitivo, fino-motorio, emotivo, linguistico (nel momento in cui noi, ad esempio, verbalizziamo le caratteristiche dell’oggetto stesso: duro, morbido, liscio, ruvido, caldo, freddo, etc).  

Questa breve premessa ci può già portare a riflettere su come è più utile, per lo sviluppo globale del bambino, mettere a sua disposizione oggetti interessanti e con caratteristiche variegate, piuttosto che oggetti in plastica, i quali certamente sono “sicuri” (a partire dal marchio CE) ma fanno pagare un prezzo salato al bambino per tale “sicurezza”, deprivandolo di quegli stimoli sensoriali fondamentali per permettergli di crescere in modo equilibrato e armonico. 

Se, dunque, gli oggetti in plastica (a parte le costruzioni e altre tipologie di oggetti simili, senza un uso predefinito) andrebbero fortemente limitati, all’adulto sorge spontaneo un quesito: cosa offrire ai bambini?

Tratteremo altrove, in un prossimo articolo, le diverse tipologie di materiali e le loro caratteristiche. Qui vorrei focalizzarmi sugli oggetti frangibili in vetro e ceramica in primis. 

E’ tipico della nostra cultura pensare che tali materiali non siano adatti ai bambini, in quanto temiamo che essi possano romperli e che possano pertanto farsi male. 

Ma, come ci ha insegnato la Montessori, il bambino per sviluppare se stesso e la sua attenzione e concentrazione, ha bisogno di materiale adatto, bello, interessante, che catturi il suo interesse. 

Chi si proponga di aiutare lo sviluppo psichico umano deve partire dal fatto che la mente assorbente del bambino si orienta sull’ambiente; e, specialmente agli inizi della vita, deve prendere speciali precauzioni affinché l’ambiente offra interesse ed attrattive a questa mente che deve nutrirsene per la propria costruzione.” M. Montessori

 

“La concentrazione non è la caratteristica del bambino: è quella di tutti quando ci sono le cose degne. Bisogna trovare le cose convenienti al massimo sforzo e all’età; quando c’è questo, l’individuo fa il massimo sforzo e l’oggetto diventa mezzo di sviluppo. (…) Si può immaginare un bambino annoiato perché non trova mai nell’ambiente quello che è necessario; egli è allora preso dalla noia (…). Non è il lavoro che stanca; è il lavoro sbagliato.  M. Montessori

 

Il materiale frangibile come piatti, bicchieri, tazze, teiere, etc tendenzialmente cattura molto l’interesse dei bambini in quanto essi li vedono usare dai “grandi”, che vogliono imitare in tutto. 

Non a caso, sempre Montessori, proponeva le “attività di vita pratica” affinché i bambini potessero, fin da piccolissimi, avere a che fare con oggetti veri, azioni vere, risultati reali (tagliare una banana, spremere un’arancia, annaffiare una pianta, etc).

Questi oggetti, assolutamente interessanti e utili per i bambini, sono raramente forniti dagli adulti. A casa i genitori temono che i figli li facciano cadere, rompendoli e quindi eventualmente facendosi male. Al nido e alla scuola dell’infanzia i professionisti in genere non li propongono per non rischiare problematiche nel rapporto con le famiglie. 

In questo modo, però, i bambini sono depauperati dalla possibilità di maneggiare importanti mezzi di sviluppo, oltre che oggetti interessanti. 

Che cosa perdono i bambini? Gli oggetti di plastica tendenzialmente non si rompono se cadono o se vengono lanciati, o comunque utilizzati “male” in generale. I bambini capiscono molto presto questa caratteristica tipica del materiale e pertanto sono naturalmente portati ad avere meno cura sia del materiale stesso che della loro gestualità. Infatti, non hanno bisogno di concentrarsi sulla qualità dei loro gesti, azioni, movimenti perché, anche se l’oggetto dovesse cadere, sanno che non vi saranno conseguenze. 

Che cosa imparano dunque se mettiamo a loro disposizione materiale plastico, infrangibile,  predefinito e sensorialmente povero? Imparano a  non avere cura degli oggetti, a trattarli senza rispetto, a considerarli senza valore, a maneggiarli frettolosamente, da un lato. A non prendersi la responsabilità delle loro azioni ed a non rischiare, dall’altra. Non solo. Il loro sviluppo fino-motorio e la coordinazione oculo-manuale ne possono risentire con possibili ricadute successive sui prerequisiti per la scrittura. Poi, vi sono anche le possibili ricadute su attenzione e concentrazione, come già anticipato. Se l’oggetto a disposizione non è interessante, il bambino non può attivare il suo potenziale e costruire il suo Sè e il suo stesso cervello al meglio. 

In questi tempi così fortemente improntanti all’iper-protezione dei bambini da ogni sbaglio, frustrazione, rischio, non ci rendiamo conto di quanto stiamo impoverendo la loro esperienza, il loro sviluppo globale e la loro capacità di maneggiare rischi (di cui abbiamo parlato diffusamente qui). 

Infatti, come dice G. Staccioli:  

 

 

Sarebbe quindi importante che sia i genitori che i professionisti dell’educazione, soprattutto 0-6 anni, si prendessero a loro volta dei rischi, fornendo ai bambini oggetti frangibili, sotto la loro attenta supervisione, sia per il gioco (come quello in “casetta”) che per i momenti di routine come il pranzo. 

Cosa imparano i bambini che usano materiale frangibile? Il rispetto degli oggetti, la cura, la responsabilità. Imparano a fare movimenti più lenti e delicati, più consapevoli e pensati, a sentire e padroneggiare meglio il proprio corpo in generale. 

Imparano a maneggiare meglio gli oggetti stessi, raffinando la motricità fine e la coordinazione occhio-mano, fondamentali anche per l’acquisizione delle autonomie per la cura di sè, nonché preparandosi meglio per la scuola primaria. Non solo. Imparano anche a maneggiare meglio le loro emozioni, in quanto possono sviluppare la capacità di gestire la frustrazione e il dispiacere, derivante per esempio dalla rottura di un oggetto. 

Imparano che le loro azioni hanno delle conseguenze e che quindi è importante prestare attenzione a quello che si fa e ad essere consapevoli. Sviluppano così anche la concentrazione, fondamentale per riuscire nella vita, più del quoziente intellettivo.

Per chi opera nei servizi educativi, a mio avviso, è fondamentale fare cultura in questa direzione, aiutando le famiglie a comprendere l’importanza di fornire ai bambini adeguate opportunità di sviluppo, avere il coraggio di non colludere con i timori dei genitori di oggi e con l’imperante iper-protezionismo che sta depotenziando l’infanzia, giorno dopo giorno (a tal proposito, suggerisco la lettura di “Giocate all’aria aperta” di A. Hanscom, ed. Il Leone Verde). 

 

“Studi e test standardizzati iniziano a dimostrare che la forza dei bambini nel complesso sta diminuendo. Uno studio pubblicato sulla rivista di salute infantile ‘Acta Pediatrica’ ha misurato nel 2008 la forza di 315 bambini di 10 anni nella regione dell’Essex, comparandola a quella di 309 bambini che avevano la stessa età nel 1998. I ricercatori hanno scoperto che il numero di addominali che i bambini erano in grado di fare era diminuito del 27,1%; la forza del braccio si era ridotta del 26% e quella della presa per aggrapparsi del 7%. Se nel 1998 un bambino su 20 non riusciva a sostenere il proprio peso quando era appeso alla spalliera svedese, nel 2008 i bambini a non riuscirci erano uno su 10” 

Angela Hanscom

 

Si tratta di portare avanti una educazione al rischio, fondamentale oggi più che mai per i bambini del terzo millennio. 

Noi educatori per primi abbiamo, quindi, bisogno di abitare profondamente il nostro ruolo di professionisti, mostrando ed evidenziando alle famiglie le capacità dei bambini, anche con una adeguata documentazione, che possa rendere il valore del lavoro con questa tipologia di materiale.

Alla presentazione del Servizio in una prima visita, al colloquio conoscitivo, alla riunione di inizio anno (per fare alcuni esempi), potremo illustrare il nostro pensiero e condividere il nostro progetto educativo, portando a supporto anche adeguata bibliografia (Montessori e Reggio Emilia docet) per focalizzare l’importanza dell’uso del materiale frangibile, mettendo contemporaneamente in luce la nostra sempre vigile presenza e l’educazione al rischio che intendiamo perseguire per il benessere presente e futuro dei bambini. Per fare questo, dovremo anche lavorare profondamente sull’identità del nostro servizio educativo, in modo da passare alle famiglie un’idea chiara di chi siamo, come lavoriamo, in cosa crediamo e quali sono i nostri obiettivi di sviluppo per i bambini. 

Si tratta anche di accogliere con serenità i dubbi e i timori delle famiglie, accompagnandole a sviluppare fiducia nelle capacità e competenze dei bambini, un po’ per volta. 

Ovviamente la gradualità sarà necessaria anche al Nido/Scuola stessa. Non potremo dall’oggi al domani sostituire completamente il nostro materiale: l’equipe educativa per prima ha bisogno di fare un percorso personale e professionale rispetto all’uso di questi materiali, per poter superare a propria volta paure e resistenze. 

Per concludere: “Siate coraggiosi! Lasciate che i bambini vi stupiscano!” (The curiosity approach)