di Marta Rizzi, psicologa e psicoterapeuta

 

Quando si pensa alle emozioni si pensa sempre a qualcosa di viscerale, di istintivo, di travolgente, di difficile gestione, che parte dalla pancia e che è capace di travolgerci e sopraffare. Da questa falsa credenza deriva la convinzione che le emozioni possono essere pericolose e per questo devono essere tenute alla larga il più possibile.

Le emozioni, però, fanno parte di noi, determinano e accompagnano ogni gesto e pensiero della nostra giornata, sono strumenti indispensabili per relazionarci con il mondo e con gli altri, contribuiscono a connotare la nostra identità, guidano i nostri pensieri ed azioni. Diventa essenziale per cui comprenderle, conoscerle, accettarle e imparare a gestirle piuttosto che negarle, reprimerle e far finta che non ci siano.

In una società come la nostra che è improntata al fare e che si interfaccia sempre di più con gli altri attraverso uno schermo venendo meno il contatto e rispecchiamento emotivo, è indispensabile ridare uno spazio al dialogo con le emozioni, al come ci si sente e al cosa si prova. In altre parole è doveroso fornire (e ricevere) una buona educazione emotiva. Le emozioni non si insegnano, tutti nasciamo dotati della capacità di emozionarci. La competenza emotiva, invece, non è innata, si acquisisce attraverso le esperienze, le relazioni e l’ascolto di sé e improntare il proprio sistema educativo dando spazio alle emozioni equivarrà a fare un dono senza eguali ai bambini con cui ci si relaziona.

Un bambino che ha ricevuto una buona educazione emotiva, ovvero a cui è stata concessa l’espressione e la validazione di ogni emozione ed a cui è stato insegnato a manifestarle in modo costruttivo, senza comportamenti esagerati o distruttivi, infatti, sarà un bambino che trarrà molteplici benefici:

  • Acquisirà una maggiore consapevolezza di sé: saprà riconoscere i propri stati emotivi, non si sentirà inadeguato,
  • Avrà una buona autostima e fiducia in sé: riuscirà ad avere un’immagine di sé coerente ed equilibrata, riuscirà ad accettare i suoi punti di forza e le sue fragilità, saprà rendere forti le proprie debolezze;
  • Avrà maggior controllo di sé: saprà gestire in modo funzionale l’attivazione di qualsiasi emozione, si sentirà più sicuro delle proprie capacità e potrà, nei diversi contesti relazionali in cui si troverà, controllare l’impulsività, l’aggressività, il senso di inadeguatezza e l’ansia;
  • Svilupperà l’empatia: riuscirà a mettersi nei panni dell’altro, comprenderà o ipotizzerà quello che gli altri potranno provare, instaurando relazioni profonde e significative, essendo un punto di riferimento stabile;
  • Avrà ottime abilità sociali: sarà capace di comunicare, interagire e risolvere i conflitti con gli altri, saprà esprimere il proprio punto di vista, i propri bisogni, sarà in grado di gestire le critiche e non si sottometterà ad atti di prepotenza, quali il bullismo.

Ma come poter fare?

Le neuroscienze ci dimostrano come le emozioni, in parole semplici, “non siano altro” che il prodotto dell’attivazione di diverse aree cerebrali e della produzione di diversi ormoni e/o neurotrasmettitori. Si tratta di reazioni, di input che il nostro cervello riceve ed a cui risponde, che ci guidano nel relazionarci con gli altri e il mondo circostante e che determinano come comportarci in una determinata situazione. Il cervello del bambino, però, è immaturo ed in continua evoluzione: necessita di svilupparsi per poter riuscire a regolare le emozioni che lo abitano. Per questo diventa indispensabile che l’adulto diventi il suo regolatore esterno, perché lui non è ancora in grado di farlo da solo.

Il ruolo dell’adulto è quello di accogliere, legittimare e rispecchiare i vissuti dei bambini affinchè imparino gradualmente a gestire le proprie emozioni.

Le accortezze che un adulto può tenere a mente per poter essere un buon etero-regolatore sono:

  • Accogliere le emozioni del bambino: ascoltare, entrare in sintonia con lui, senza reprimere, banalizzare, sminuire o svalutare alcuna emozione;
  • Accettare e convalidare l’emozione verbalizzando e denominando ogni sensazione e passaggio:
    • Si accetta ciò che prova il bambino, non si tenta di cambiargli il suo stato emotivo, il suo umore: egli ha il diritto di sentirsi come si sente. Frasi come “non c’è bisogno di piangere”, “ non devi essere arrabbiato”, “non serve a nulla stare così” sono svalutanti e andrebbero evitate;
    • Si fa da specchio emotivo, ovvero gli si rimandano possibili letture del suo stato d’animo che lo aiutino a sentirsi compreso e capito: “sembri tanto arrabbiato”, “hai ragione a sentirti così”, “lo sai che è capitato anche a me”, “se fosse successo a me, mi sarei sentito tanto triste, è quello che provi anche tu?”;
    • Si arricchisce il suo lessico emotivo: introdurre sfumature emotive, differenziando le intensità e individuando cosa è per esempio fastidio da rabbia a ira aiuterà il bambino ad acquisire una terminologia ampia per tradurre efficacemente tutte le sensazioni che prova.
  • Mantenere, quando possibile, un contatto con lui: contenerlo fisicamente, non avere paura delle sue reazioni lo aiuterà a sentirsi meno spaventoso, meno pericoloso.

 

L’analfabetismo emozionale rappresenta un fattore di rischio, vale la pena imparare a gestire la potenza delle emozioni e non aver paura delle proprie reazioni.

Da queste considerazioni, è nata l’idea di creare uno spazio dedicato ai caregiver (genitori, educatori, tate, nonni, zii) ed ai bambini per imparare a conoscere il magico e potente mondo delle emozioni, per comprenderle, accettarle e acquisire gli strumenti necessari per gestirle: eMotivaMenti (pagina FB e IG) gestito da due psicologhe e psicoterapeute (Marta Rizzi e Alessandra Crema) propone video, attività, consigli di lettura rivolti a grandi e piccini con questa finalità.

Speriamo vi sarà utile!

 

 

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