di Alice Gabbrielli, direzione scientifica PF06

 

Il gioco è divertimento, svago, disimpegno ma anche apprendimento, concentrazione, tensione, abilità.

C’è il gioco come cosa di poco valore, come attività superficiale per la quale non occorre un particolare talento o impegno.

Perché è così difficile dare una definizione alla parola gioco? Perché il gioco non è identificabile in base ad una singola caratteristica. Il gioco è molto distante dagli schemi produttivi del mondo adulto; l’adulto spesso o è incapace di giocare o interpreta il gioco come un’area di svago in cui confinare il bambino che non sa affrontare impegni o momenti seri.

Ma il gioco è per gioco, il gioco non è produttivo e quindi nell’interpretazione adulta del gioco dei bambini il gioco e quella cosa che non è produttiva. E’ quell’intermezzo che magari serve a stare meglio ma non è finalizzato, non porta ad un prodotto, ad un guadagno. E’ una pausa tra un apprendimento ed un altro.

Come mai tutta questa ambiguità sul gioco?

Cerchiamo di capire che cosa è il gioco.

Bateson scrive: “Il valore biologico del gioco consiste nel suo presentarsi come una vera e propria forma di apprendimento: anche i cuccioli umani giocando imparano a conoscere il proprio corpo e i propri limiti, inventano perfeziona nuovi schemi motori e comportamentali, (…) il gioco, non a caso presente solo nei carnivori nei primati, rappresenta una tappa evolutiva fondamentale, un passo decisivo nello sviluppo dell’intelligenza come capacità di costruire un linguaggio e quindi di dare un’ interpretazione del mondo.”

Anche nel cucciolo umano, il gioco è uno dei due strumenti alla base dell’apprendimento. Ma c’è gioco e gioco. C’è un gioco che i bambini cercano, chiedono, un gioco che li appaga e poi ci sono giochi che i bambini fanno perché gli viene chiesto, perché si trovano nella situazione, perché lo fanno altri, e che però è altro. Entra in gioco qui la motivazione intrinseca che è la vera spinta alla base dell’apprendimento perché il soggetto è mosso da interesse personale curiosità, stupore, piacere.

Un bambino che fa qualcosa perché gli piace, si sentirà capace delle proprie azioni, sarà maggiormente in grado di ascoltarsi, sarà molto attento e interessato a quello che fa, a capire cosa succede. Il bambino investe di più se alla base la motivazione è intrinseca: allora noi adulti dovremmo incuriosirci. Il gioco è il processo attraverso cui si formano gli apprendimenti, attraverso cui si costruisce il sé dell’individuo, attraverso cui si costruiscono le relazioni.

Il gioco, fin dalla nascita, permette al bambino di sviluppare la motricità, di strutturare il senso di spazio, di tempo, di consolidare la propria autostima e di strutturare la percezione di sé come agente attivo nel mondo. Affinché questo sia possibile però il gioco deve essere autodiretto e spontaneo fin da subito. Il gioco spontaneo parte da una motivazione intrinseca.

Il bambino apprende così che è capace di apprendere.

 

Have no product in the cart!
0