di Carola Castoldi, educatrice professionale presso Scuola dell’infanzia Maria Bambina di Lissone, specializzata in Pedagogia dell’Infanzia, Pedagogia Clinica e Pedagogia dello Sport

 

Foto: Vanessa De Cesare

 

 

 

 

Quante volte passando nei corridoi delle scuole, tante, troppe si vedono ancora scene in cui i bambini sembrano essere all’esame della patente. Ognuno seduto al suo posto con la sua scheda davanti. Tutte uguali. Tutti che colorano le castagne, tutti che ritagliano le strisce, tutti che seguono quelle linee che (ancora a parere di pochi) li aiuteranno a scrivere meglio alla scuola primaria. Di cosa si tratta? Si tratta di anticipare? Di preparare alla scuola dei grandi? Di produrre? Non so cosa muove tante insegnanti a cadere ancora, più o meno consapevolmente, in questa trappola, ma non credo sia una questione di obiettivi quanto piuttosto di aspettative. 

L’aspettativa di chi? L’aspettativa degli adulti. Quelle aspettative che strozzano, imbrigliano, soffocano, distorcono, plasmano in modo del tutto innaturale i bisogni dei bambini. Quelle aspettative in cui “fare bene” diventa prioritario rispetto allo “stare bene”; quelle in cui mi posiziono dietro al bambino, gli tengo le mani per mettere la colla nel punto esatto dove io penso che serva, per realizzare qualcosa che è coerente con le mie idee, con le mie logiche, che risponde alla mia idea di bellezza e perfezione. Perché se il bambino produce cose belle è bravo e, forse, è ritenuta brava anche la sua maestra.  Una logica distorta, una logica molto distante dall’essere portatori di sguardi educativi, valorizzanti, ma una logica rassicurante. Credo sia necessario ripartire da qui. Quale consapevolezza abbiamo della valenza del nostro agire educativo? Di quale immagine di bambino sono impregnate le nostre pratiche? Quando si dice “dobbiamo ripartire dai bambini, dobbiamo ascoltarli,” forse dovremmo dire dobbiamo “auscultarli”, per indicare quell’ascolto più intimo, profondo;  quell’ascolto che ci obbliga ad andare più a fondo, per  “sentire” ogni più piccolo dettaglio, leggere ogni sfumatura per poter rinnovare il nostro sguardo. 

 

A partire da queste riflessioni dovremmo quindi sempre chiederci: il prodotto per chi viene realizzato (per il bambino stesso e il suo apprendimento o per altri)? Quali sono le opportunità di apprendimento per il bambino nella proposta che stiamo facendo? Qual è il grado, la possibilità di creativa espressione di sé, della propria unicità? Quanta libertà ha per poter interrogare e provocare la realtà secondo le proprie istanze interiori di evoluzione e crescita? 

Forse questa riflessione produce più interrogativi che risposte. E forse, nella mia mente nasce proprio con questo intento.

Sollecitare domande. Interrogativi. Consapevolezze.

Già Piaget avvertiva: “insorge il problema se insegnare schemi e strutture o presentare al bambino situazioni in cui egli è attivo e può apprendere da solo. L’obiettivo dell’educazione è di accrescere le possibilità del bambino di inventare e scoprire…”.

Ma allora, come si attrezzano alla vita quei bambini ai quali vengono offerti stimoli omologanti e standardizzati? Quale valore etico trasmettiamo loro? Stiamo valorizzando la loro unicità come un’educatrice dovrebbe saper fare? 

Un bambino che non è stimolato a pensare, progettare, ricercare, ipotizzare, ma solo ad eseguire sarà un bambino capace di fare tutto ciò quando si troverà a doverlo fare da solo? Quando avrà la libertà di poterlo fare? 

Spesso la risposta che vedo realizzarsi nei servizi è “no”. Bambini abituati a essere fortemente orientati dagli adulti attraverso modalità relazionali direttive o attraverso strumenti di lavoro predeterminati  e rigidi (schede, lavoretti…) sono bambini che si perdono laddove gli viene concessa la libertà di muoversi fra materiali, spazi, linguaggi. Sono bambini che non mostrano interessi, non sperimentano in autonomia, non fanno connnessioni ma attendono che sia l’adulto a dire loro cosa debbano fare. 

Attendono che sia l’adulto a fornire loro le risposte.

Cosa viene meno? 

Non viene meno la creatività. Viene meno la possibilità di legittimare un pensiero creativo. 

Non viene meno la capacità di risolvere problemi. Viene meno la possibilità del bambino di sentirsi “capace” nel ricercare soluzioni. 

Non viene meno il pensiero divergente. Viene meno la possibilità del bambino di sentirsi accolto nel suo essere “divergente”, nel rompere gli schemi, nell’accogliere l’inatteso come possibilità e non come errore o limite. 

Non viene meno il bambino. Viene meno la possibilità del bambino di sentirsi accompagnato ad esprimersi in modo unico e irripetibile. 

Non vengono meno le strutture cognitive. Viene meno la possibilità del bambino di sentirsi abile a costruire da se’ quelle strutture, di modellarle, di diventare costruttore della sua conoscenza. 

Non viene meno il sapere. Viene meno il piacere di conoscere, di ricercare, di scoprire di essere ricercatore nel mondo. 

Si vede il bambino, ma non lo si mette al centro dei suoi apprendimenti, del suo muoversi incerto ma fertile; si vedono i bambini, uno accanto all’altro, in modo uniforme, come le loro performance, come i loro disegni attaccati al muro. Privi di identità. Non si vedono i processi ma i prodotti. Si resta sulla superficie. Si galleggia. Si resta ancorati a ciò che appare. Tanti bravi bambini che stanno nei contorni senza mai uscire fuori. Ma forse, simbolicamente, questo s-confinare potrebbe essere fortemente generativo laddove ci fossero occhi pronti a cogliere le idee dei bambini e il loro valore. 

Laddove ci fossero sguardi in grado di abitare quei luoghi dove i bambini hanno davvero la possibilità di essere protagonisti dei loro processi di scoperta, ricerca e apprendimenti. Laddove l’insegnante, nel suo possibile spiazzamento, si lascia stupire dai bambini, dai loro gesti, dalla ricchezza di sguardo di cui sono portatori. 

Forse si può ripartire da lì. 

Auscultiamo i bambini. I loro pensieri, i loro gesti, le loro idee.

Permettiamo loro di “rompere gli schemi”.

Restiamo in attesa. 

“Non vogliamo insegnare ai bambini cose che che possono apprendere da soli. Non vogliamo fornire loro idee che possono avere da soli. Ciò che vogliamo fare è attivare in loro il desiderio, la volontà e il grande piacere che fornisce il fatto di essere gli artefici del loro apprendimento.” (Malaguzzi)

“Abbandoniamo la logica velenosa del si è sempre fatto così”, invita Papa Francesco,  e allora i nostri  occhi sapranno vedere “grandi cose” anche dentro i pensieri apparentemente più piccoli.