di Alice Rampa, pedagogista ed educatrice

 

 

Il mio gioco preferito prima

di dormire è fingermi

un sasso in mezzo

al bosco. Essere coperta

di muschio, stare

dentro l’oscurità, stare

nella pancia del lupo

sapendo che nessuno

mi mangerà.

Silvia Vecchini

 

 

Trovo queste parole di Silvia Vecchini così precise e puntuali nel delineare i contorni del gioco, di quello che è il gioco per i bambini, ma non solo per loro.

Finzione, bosco, oscurità, buio, lupo eppure… la sicurezza che “nessuno mi mangerà”. Ma quanto potente è questo pensiero?

La possibilità di essere me, di essere altro da me, di provare a fingermi altro da me avendo la sicurezza che nulla di male mi accadrà.

Cosa mi permette di sentirmi così (al) sicuro? Cosa permette al bambino di sapere che sta giocando, che può accogliere e imparare da quello di cui fa esperienza, senza esserne divorato?

Mi sembra importante ritornare alle origini del termine gioco, all’etimologia greca della parola secondo la quale: paignion ha la medesima radice di pais, “bambino”, di paizein (che significa “giocare”, ma anche danzare, suonare, fare l’amore), e infine di paideia, “educazione” e cultura nel senso più nobile e completo del termine.

Bambinogiocareeducazione: un mondo in una parola sola. Il mio mondo, in una parola sola.

Il mondo di tante colleghe con cui condivido il cuore della questione, le sfumature che permettono di dare corporeità all’idea di gioco.

Dicevamo, giocare ci fa sentire al sicuro.

Perché?

Il gioco è riconoscibile.

Io sto giocando.

Tu stai giocando.

Terreno comune… noi stiamo giocando.

“Questo è un gioco” prendendo in prestito le parole di Bateson.

“Padre: Allora sembra che dipenda da me chiarire che cosa intendo con l’idea di gioco. Io so di essere serio (qualunque ne sia il significato) nelle cose di cui parliamo. Noi parliamo di idee. E io so di giocare con le idee allo scopo di comprenderle e metterle insieme. E’ un ‘divertimento’ nello stesso senso in cui un bambino si diverte coi cubi… E un bambino con i cubi per lo più si comporta in maniera molto seria col suo ‘divertimento’. (“Dei giochi e della società” di Bateson, pp. 48-49).

[….]

Figlia: Papà, i nostri discorsi hanno regole! La differenza tra un gioco e il divertirsi puro e semplice è che il gioco ha delle regole.

Padre: Sì, lasciami pensare. Credo che abbiamo certe regole… e credo che un bambino che gioca coi cubi abbia anche lui le sue regole. I cubi stessi costituiscono una specie di regola. In certe posizioni stanno su e in altre posizioni non stanno su. E sarebbe una specie d’imbroglio se il bambino usasse la colla per far star su i cubi in certe posizioni in cui altrimenti cadrebbero.” (ivi pag. 49)

Un dialogo utile per comprendere meglio anche il ruolo dell’adulto: non quello di chi definisce limiti, ruoli, attitudini nel gioco.

Un adulto che ha bisogno di pensare prima di rispondere, un adulto che davvero ascolta il bambino che ha di fronte (proprio lui, con quelle richieste e bisogni) e che si confronta in una condizione/posizione di parità.

Ed ecco allora che, se il gioco é “una cornice dentro cui leggere gli eventi della vita” (Bateson), dare qualità al gioco significa dare qualità al “pensiero ludico”, cioé ad un modo di relazionarsi al mondo ed alla vita che accetta di “mettersi in gioco”, facendo dell’irriverenza, del ribaltamento, della condivisione, impertinenza, amore, storie, possibilità come risposta ad una proposta di appiattimento al quotidiano inteso come “banalità”. (grazie al momento di confronto successivo all’intervento di Simona Vigoni al residenziale di Percorsi Formativi06 per le parole e i pensieri potenti).

Quale irriverenza più grande di quella di un piccolo riccio, che crea avventure e mondi immaginari e (im)possibili, come Spillo? (Buddy e Spillo all’avventura della meravigliosa, casa editrice Lupoguido) 

 

 

Sempre dal prezioso residenziale accolgo un’ulteriore suggestione, questa volta soffiata verso le nostre menti da Carola Castoldi, che possiamo dire riguarda lo spazio in cui può prendere vita il gioco: riprendendo Bencivenga e il suo “la vite ha troppo gioco” si è riflettuto sul quello spazio libero tra vite e foro filettato che viene a delineare proprio lo spazio del gioco.

Non sempre le cose vanno “secondo i piani”… eppure quanto quei piani scompigliati da eventi esterni possono diventare ricchezza, novità, nuove avventure da creare insieme?

I bambini sono maestri in questo, ce lo insegnano anche Uto, Leo e Samu (Sulla collina, Giralangolo).

Inizialmente, sulla collina, ci sono Uto e Leo. I loro giochi hanno un andamento conosciuto, un “ritmo a due” che a Uto piace tanto.

Ma ecco che arriva un terzo bambino, Samu, e qualcosa si incrina.

Il ritmo inciampa.

La sintonia sembra essersi rotta in modo definitivo.

Eppure…

Ecco che proprio lì dove la vite batte sul bullone, lì dove si è creata un’incrinatura, lì si presenta una nuova possibilità.

Nulla sarà più come prima, non si può pensare di passare con “il pezzo nuovo [che] si incastrava perfettamente, senza alcun gioco. Come se non fosse mai successo niente.”

Sarà necessario mettersi in gioco.

Già.

Mettersi in gioco.

 

 

Se parliamo dei nostri servizi educativi questo non può che comportare un predisporre tempi, spazi, arredi, materiali e giocattoli che si “lasciano giocare”, che si lasciano agire, trasformare nel gioco.

Superfluo, o forse no, associare questo sguardo al materiale destrutturato, a spazi che vedano sempre più il bambino realmente competente e attivo, sempre meno guidato e “indirizzato”.

Forse manca un ultimo elemento, l’elemento che fa da “collante” con tutto il resto e che è così importante quando si parla dello 06.

Il corpo.

Corpo in gioco.

Il corpo nel gioco come strumento di piacere.

Un corpo, che fa parte di un tutto, che necessita di momenti di attivazione e distensione, come ha avuto cura e attenzione nel trasmetterci Vania Rigoni, aspetti da armonizzare perché corpo, mente e cuore siano in sintonia.

Un corpo che partecipa all’azione, quella vera, come ci mostrano  Leo, Teo e Tommi in Tre piccoli piratidi Peter Bently e Helen Oxenbury, edito Mondadori ma che sa anche “lasciarsi andare”, anche con la presenza degli adulti in un certo passaggio, e godersi il momento.

 

 

Il gioco non è solo l’ambito esperienziale privilegiato dei bambini o il ponte di comunicazione primario con il loro mondo, ma è la nostra più umana modalità esistenziale di essere nel mondo e di danzare la vita. (Paola Manuzzi)

“La nostra umana modalità esistenziale di essere nel mondo e di danzare la vita”.

Ho mentito, il tema del corpo non è l’ultimo tassello.

L’ultimo tassello riguarda l’importanza e lo spazio che assegniamo al diritto del bambino a giocare.

In Olanda si chiama relativeren una “filosofia (che) sta nel non preoccuparsi troppo dei pericoli ipotetici, ma fare capire subito ai bambini come evitarli da soli” (https://thevision.com/cultura/bambini-gioco-liberta/)

Sempre più mancano spazi, tempi, sguardi che sostengano una vera prova di sé in un gioco libero, condiviso, personale e di gruppo.

“Vladimir Nabokov ne era convinto, al punto da parlare delle sue opere come di un gioco, di un esercizio solo apparentemente gratuito e senza senso pratico. Il problema della società contemporanea è che ha impoverito la parola al punto da rendere il linguaggio un gioco sterile e ha tolto importanza anche al movimento atletico spontaneo, che nasce con la pratica libera e gioiosamente anarchica del giocare. Le capriole sono il simbolo di questa libertà e il fatto che quasi nessun bambino italiano si eserciti più a farle ci dice molto su quanto la nostra società abbia sottovalutato il gioco.”

“I bambini tendono ad imitare quello che vedono fare dagli altri: se vivono in una società che preclude loro la possibilità di giocare, smettono di cercare nell’attività ludica con gli altri un’opportunità di confronto e arricchimento e ne risentono in seguito. Giocare non è solo un aspetto  fondamentale per lo sviluppo del bambino ma è anche un suo diritto inalienabile”.

Giocare, un diritto sostenuto addirittura dalla Convenzione Onu dell’infanzia, che non si riassume ma si amplia e si diffonde nei diritti naturali di Zavalloni. Se guardiamo, guardiamo attentamente, i gioco è ovunque.

Torna, sotto un’altra lente, il ruolo dell’adulto, fondamentale per sostenere la possibilità dei bambini di godere appieno di questo loro diritto.

“Il manifesto dei diritti naturali dei bimbi e delle bimbe, pur essendo rivolto al mondo dei “piccoli”, interroga soprattutto noi “grandi”. Siamo noi adulti ad essere – infatti – interpellati da queste riflessioni. Siamo noi che dobbiamo prendere coscienza di ciò che rischiamo di non offrire all’infanzia, e quindi, indirettamente, di derubare ai bambini e alle bambini. Uso l’espressione “derubare” proprio perché ritengo che il rischio del furto ci sia. È il furto di opportunità, di esperienze, di competenze di occasioni che “o si vivono nei primi anni di vita” oppure rischiamo di “perderle per sempre”. (https://www.infanziaweb.it/poesie/manifesto.htm)