di Alberto Pellai – Dipartimento di Scienze Biomediche, Università degli Studi di Milano

 

“Stammi vicino”; “Vieni qui”; “Non andare di là”: i bambini infinite volte ci dicono con le parole, ma non solo, che per loro la prossimità fisica è fondamentale. Ci vogliono vicini, vogliono sentire che noi stiamo al loro fianco in modo concreto. Non bastano le parole: ci vuole anche la vicinanza dei corpi. Serve a conferire una sensazione di protezione e sicurezza. Serve a sentirsi contenuti quando le emozioni sono esondanti e loro da soli non ce la fanno ad entrare in modo adeguato nei processi autoregolativi. Quante volte per calmare un bambino non bastano sguardi e parole, ma bisogna prenderlo in braccio e stringerlo? E quante volte, i genitori stessi, per gestire una crisi di rabbia, stringono le braccia intorno al loro figlio per fargli sentire che tutto ciò che sembra incontenibile, dentro a quella stretta, può essere tenuto?

La vicinanza fisica non funziona solo come elemento di protezione, nella relazione con un bambino. Essa è anche strumento di relazione. I bambini hanno un linguaggio del corpo che parla più delle parole e si serve di gesti concreti.  “Per farti sentire che io con te sto bene, mi avvicino a te e ti stringo la mano”. “Per farti capire che ti stavo aspettando e avevo tanta voglia di incontrarti, quando ti vedo a distanza, ti corro incontro per abbracciarti”. “E se mi hai fatto qualcosa di brutto o che non mi è piaciuto, mi ritiro e mi allontano da te”.

Infine, la vicinanza dei corpi per i bambini è l’elemento che sostiene tutte le funzioni esplorative. Non solo perché se ho vicino qualcun altro, mi è più facile entrare in una nuova esperienza e farla mia, “assimilarla” e “accomodarla” dentro di me (proprio come affermava Piaget). Ma anche perché se io posso appoggiarmi a te, mio compagno di giochi, se posso seguirti, se posso confondere i miei confini con i tuoi, sento davvero che “io più te fa noi” e dentro quel noi io divento parte di un gruppo, di una squadra. Non sono più solo e ho più voglia di scoprirmi, di scoprirti, di scoprire il mondo che ci circonda. L’esperienza del gruppo, proprio nella sua interazione continua, nel suo contatto diretto attraverso la dimensione del gioco, è e rimane la più grande spinta alla crescita e all’apprendimento che un bambino può vivere fuori dal contesto di protezione e sicurezza che gli forniscono le sue relazioni famigliari, all’interno delle quali vive i bisogni di attaccamento.

Non si può immaginare, perciò, un mondo di bambini in cui i loro corpi devono stare nel distanziamento e nell’isolamento. E’ questa la sofferenza grande degli ultimi mesi, in cui l’emergenza dovuta alla pandemia da Covid 19, ci ha obbligato al non avvicinamento, al non toccarci, alla deprivazione relazionale in un modo che va contro ogni bisogno di chi è in età evolutiva.

Penso che le conseguenze del distanziamento fisico incidano sui bambini su due livelli. Da una parte li privano di un linguaggio del corpo che, nelle relazioni con gli altri, parla più delle parole. Un linguaggio che, nella sua immediatezza e spontaneità, traduce in azioni (e a volte in agiti) vissuti emotivi, bisogni profondi, elementi relazionali che possono solo essere comunicati attraverso l’immediatezza del corpo che si muove e si incontra (e scontra) con l’altro. Potremmo quasi affermare che un bambino obbligato al distanziamento e all’isolamento si trova nelle stesse condizioni di un minore che soffre di “mutismo selettivo”, ovvero che sa parlare, ma non lo fa quando è in presenza degli altri. Obbligare al distanziamento fisico dai propri amici, significa, in concreto chiedere al bambino di rimanere muto rispetto al linguaggio del corpo. Condizione così innaturale da generare di sicuro uno squilibrio nell’assetto psicofisico del minore. In effetti, in queste settimane, da più parti abbiamo avvertito l’allarme che questa deprivazione così prolungata ha generato una miriade di sintomi che sono stati comunicati attraverso un’iperattività e irrequietezza corporea (da una parte) oppure un disinvestimento dalle attività di gioco e movimento, con comparsa di abulia, stanchezza e disturbi del sonno.

Il secondo problema che vedo è quello relativo alla percezione che il bambino può avere dell’adulto che deve condurre attività in regime di distanziamento e che costantemente deve monitorare e riprendere un minore che si avvicini troppo ad un suo compagno. Penso che questo ruolo dell’adulto, costantemente concentrato sul tenere le distanze (che è l’esatto opposto di tutto ciò che vorremmo fare, quando ci proponiamo come educatori e quindi facilitatori della socializzazione in età evolutiva) alla lunga rischi di snaturarne funzione e ruolo. I bambini possono infatti percepire come confusiva la funzione dell’educatore che costantemente li allerta a non fare qualcosa che invece devono e vogliono fare, perché è nella natura dell’essere umano andare verso l’altro e incontrarlo nel contatto e non nella distanza. Inoltre, penso che sia molto debilitante, sperimentare una relazione con un educatore che in modo ossessivo e nevrotizzante continua a lanciare messaggi del tipo: “Stai lontano”, “Non avvicinarti” “Sei troppo vicino”, “Non toccarlo”, “Non sfiorarlo”. Questa raffica di messaggi che arriva con le parole, con gli sguardi e con la percezione di uno stato d’ansia e preoccupazione potrebbe – alla lunga – far percepire l’ambito educativo alla stregua di un luogo ansiogeno che fa sentire “dislocato” e sempre “fuori posto” chi lo frequenta.

La sfida che attende noi educatori in questo tempo di distanziamento fisico è davvero enorme: generare protezione, relazione, esplorazione e comunicazione in un tempo che vede la vicinanza dei corpi come problematica è davvero impegnativo.

Gli educatori della fascia 0-6 hanno però un vantaggio rispetto a quanto affermato al punto 3  del capoverso 2.4 nell’allegato 8 al DPCM dell’11 giugno, nel quale si invita a “mantenere quanto più possibile il distanziamento fisico di almeno un metro dalle altre persone, seppur con i limiti di applicabilità per le caratteristiche evolutive degli utenti e le metodologie educative di un contesto estremamente dinamico”. Ogni educatore può trovare in questa indicazione la bussola per orientare il proprio lavoro con i bambini della fascia 0-6: possiamo dire che implicitamente il legislatore ammette che, così come l’obbligo delle mascherine è sospeso per la fascia 0-6 anni, anche il distanziamento fisico resta un’indicazione, ma non una prescrizione assoluta con i bambini in età prescolare, i quali, per definizione, hanno caratteristiche evolutive che rendono per i più impossibile la comprensione del concetto di distanziamento e perciò ne precludono la sua applicabilità nei relativi contesti educativi. Ciò consente a tutti gli educatori dei nidi e della scuola dell’infanzia di non sentirsi “troppo intrappolati” da norme che, se prese alla lettera,  impedirebbero ogni forma di contatto tra bambini, anche all’interno dei gruppi “bolla”. Educatori e docenti della fascia 0-6 possono perciò mostrare una flessibilità di fronte a norme che in questa fascia d’età non precludono in modo assoluto il contatto tra bambini e tra bambini e adulti. Cosa che tra l’altro rappresenta anche una tutela del diritto che i bambini hanno di socializzare in un contesto che ne sa leggere i bisogni e sa evitare estremizzazioni che possono rivelarsi addirittura controproducenti.

Del resto, di fronte alla deprivazione che i bambini hanno vissuto durante il lockdown, non possiamo sottrarci al compito insito nel nostro ruolo che ci chiede di sostenere la crescita in modo adeguato in questo tempo così complesso e così diverso che ha impattato in modo potente la nostra vita e la nostra società, generando non poche fatiche tra i più piccoli.

E’ questa la sfida che ci attende nei prossimi mesi. Dovremo, in un modo o nell’altro, cercare di vincerla.

 

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