di Ilenia Schioppetti, docente PF06, educatrice di nido in famiglia La Casetta delle Favole, Venezia

E’ facile pensare che per fare il cambiamento sia sufficiente cambiare il materiale al nido.

Ne abbiamo riflettuto spesso, ne riflettiamo quotidianamente con le colleghe, mi confronto ogni giorno con i bambini.
E più passa il tempo e più mi rendo conto che il cambiamento non parte solo dal materiale.
E’ facile infatti sostituire il materiale al nido per poi utilizzarlo esattamente nello stesso modo in cui fino ad oggi è stato utilizzato il materiale strutturato.
Cambiano i mezzi, ma non i modi.
La difficoltà sta invece nel cambiare dentro. Provare a cambiare come persone. A metterci in discussione come educatrici ed educatori. Con umiltà. Cambiare le abitudini. Cambiare le tradizioni. Rompere agli schemi. Tracciare nuove piste di esplorazione e crescita. Costruire nuove consapevolezze. Lasciarsi guidare da nuovi sguardi. Ammettere di sentirsi confusi. Osservare i bambini e le bambine con occhi diversi. Lavorare fianco a fianco. Lasciarsi contagiare dai bambini e dalle bambine. Perdere un po’ di potere. Avere dubbi e cercare nuove risposte. Forse altrove e lontano da quelle che abbiamo avuto fino a questo momento.
Il materiale destrutturato ha la capacità di fornirci tantissime domande. Ma non è la risposta.
Sicuramente il materiale e’ un grande alleato.
Ma perché questo possa favorire un cambiamento è necessario che a fianco ci siano le persone.
C’è bisogno di un adulto.
Che sceglie con attenzione mettendosi in gioco e in discussione.
Sempre.
Pronto a lasciarsi provocare.
Pronto a rompere gli schemi.
Pronto a lasciare che le sue idee vengano contrastate.
Pronto a costruire progetti che non partano più dall’alto ma dal basso.
Pronto a cambiare i suoi programmi, i suoi percorsi, le sue aspettative.
O ad abbandonarle.
Pronto senza mai sentirsi pronto.
Che sa vagare nell’ignoto affidandosi non solo a se stesso e al suo sentire, ma soprattutto ai bambini e alle bambine e al loro sentire.
Già dalla scelta del materiale.
Che non è a caso.
Che non è un caso.
Che uno non vale l’altro.
O forse si. Ma bisogna provare.
Non basta accumulare materiale di scarto e recupero.
Non basta provare soddisfazione davanti alle quantità e alle varietà.
Non serve investire denaro e risorse in acquisti inconsueti.
Non basta se poi non siamo in grado di ascoltare le domande che il materiale ci pone e lo silenziamo utilizzandolo in risposta alle domande che ci hanno accompagnato fino a questo momento.
Alle quali, tra l’altro, probabilmente già abbiamo già dato delle risposte.
Non basta proporre, se alla base delle proposte mancano i bambini e le bambine.
Il primo passo nella scelta e’ la consapevolezza di offrire un materiale e di presdisporre un contesto in cui i bambini e le bambine possano vivere e godere le loro azioni in modo spontaneo e autonomo.
Coltivando la loro unicità, costruendo relazioni, portando avanti ricerche ed esperimenti sostenuti da un adulto che è presente senza interferire.
Accompagnati da un adulto curioso, che sa stupirsi, che osserva, progetta insieme, disfa e rifà.
Che si lascia trasportare e non ha paura di capovolgere i ruoli.
Contesti condivisi con un adulto che valorizza le azioni e i gesti, senza frenarli.
Che rilancia, provoca, o semplicemente osserva rendendosi conto quando è il momento di fare un passo indietro o stare in disparte.
Che difende e sa sostenere con tesi, teorie, esempi, vissuti.
Che restituisce ai bambini e alle bambine il loro ruolo nei contesti educativi, il loro spazio, il loro tempo, la loro vita.
Che valorizza le azioni dei bambini e delle bambine e le racconta al mondo.
E soprattutto c’è bisogno dei bambini e delle bambine.
Del loro fare. Delle loro idee. Della loro spontaneità. Del loro essere.

 

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