Il mutismo selettivo: famiglia e scuola insieme

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di Federica Ciccanti, pedagogista, pedagogista clinico

 

Il mutismo selettivo è un disturbo d’ansia che si manifesta in una età compresa tra 3 e 7 anni e che “blocca la parola”. Letteralmente il bambino/a non parla con persone che non conosce e possono essere sia altri bambini che adulti, compresi gli insegnanti.

Spesso un bambino con mutismo selettivo parla con i nonni, con gli zii ma non con i cugini; altre volte invece i bambini parlano sottovoce ad uno o più amici “selezionati” ma non con le insegnanti. A volte parlano con l’allenatrice di danza ritmica, ma non con le compagne di squadra.

I genitori si trovano ad avere un bambino (più spesso una bambina) che in casa parla molto, fluidamente e con calore; spesso faticano a contenerlo, si arrabbia esplodendo e stupendo i genitori per la sua foga. A casa corre, è vivace e pieno di vita, pieno di idee e con tanta voglia di fare esperienze.

Gli insegnanti invece vedono un bambino/a silenzioso/a, con lo sguardo serio, che tende a rimanere fermo e isolato, che non lascia trasparire emozioni; il bambino appare “bloccato” e non dà alcun segnale.

Ci troviamo di fronte dunque a situazioni nelle quali a casa il bambino/a parla mentre a scuola smette di comunicare, si blocca e diventa timido e riservato al punto da non usare la parola con nessuno. Prima di procedere dobbiamo quindi “accettare” il Mutismo Selettivo come una vera e propria “ansia da comunicazione”  (“Comprendere il Mutismo Selettivo” di Elisa Shipon-Blum, ed. La Meridiana).

Che cosa significa nel concreto?

Significa che maggiore sarà l’ansia del bambino in una data situazione, minore sarà la sua capacità a comunicare in quel preciso momento.

Più sarà rilassato, più riuscirà a comunicare.

Più il bambino intuisce l’aspettativa da parte degli altri che lui parli, più difficile è per lui comunicare: l’aspettativa genera un aumento dell’ansia.

Questo spiega la ragione per cui la maggior parte dei bambini affetti da mutismo selettivo può, eventualmente, parlare con degli estranei, per esempio la barista che lavora al bar in una città lontana da casa, piuttosto che con gli insegnanti o l’allenatore di nuoto che conosce bene.

Cosa dovrebbe fare un insegnante che ha un alunno che soffre di Mutismo Selettivo? La prima cosa da fare è sedere a fianco dei genitori (insieme al professionista che segue il bambino e la famiglia) intorno allo stesso tavolo per scambiarsi le corrette informazioni rispetto alle potenzialità del bambino, alle sue passioni, a ciò che insegnanti e genitori osservano nel proprio contesto.

Spesso i genitori sono preoccupati non solo per l’apprendimento; ciò che li mette maggiormente in ansia è il timore dell’esclusione sociale che temono subisca il proprio figlio. E’ doloroso per un genitore pensare che il proprio figlio sia additato dal gruppo classe come diverso (in senso peggiorativo), anche per questo è importante l’inclusione del bambino in classe e nel piccolo gruppo.

Per un genitore è rassicurante sentir raccontare direttamente dal docente i giochi a carattere inclusivo che i bambini fanno in classe; questo è un segnale che i docenti hanno consapevolezza di quanto sia importante creare un ambiente confortante e gratificante nel quale il bambino si sente partecipe, abbassando al contempo l’ansia da comunicazione.

Vi sono diverse modalità attraverso cui far sentire il bambino a proprio agio in classe:

  • permettere al bambino/a di recarsi a scuola con un genitore prima o dopo le lezioni;
  • passare del tempo con il bambino/a e la maestra senza i compagni fuori dall’orario di lezione per esplorare liberamente la classe;
  • affidargli il compito di preparare disegni o decorazioni per la classe, da fare con il genitore o l’insegnante in classe senza i compagni.

Questo dà la possibilità al bambino di abituarsi alla presenza della maestra, senza tuttavia avere la sensazione di doverle rispondere o di dover svolgere qualche compito di carattere didattico.

Per un bambino/a con Mutismo Selettivo fidarsi dell’insegnante è un atto affettivo complesso che richiede la maturazione di alcune abilità personali come la gestione delle emozioni, la capacità di riconoscere nell’altro una persona e non un giudice, la capacità di attribuire a sè stesso non solo un valore ma anche una efficacia nel superare le difficoltà. Man mano che il bambino/a si sentirà sicuro/a e abile nel maneggiare le proprie emozioni, sarà anche pronto/a a fidarsi dell’insegnante e ad affidarsi a lui/lei.