di Francesca Perica, educatrice Montessori

 

 

Il bambino può svilupparsi pienamente attraverso l’esperienza nel suo ambiente. Chiamiamo queste esperienze lavoro

Maria Montessori

 

 

Il lavoro, ossia l’attività finalizzata compiuta nell’ambiente, è il mezzo attraverso il quale il bambino edifica le facoltà proprie dell’uomo.

Il movimento, il linguaggio, la volontà, la capacità di concentrazione, non sono nell’essere umano innati e necessitano un lavorìo costante e profondo (guidato da energie creatrici, le nebule, e da specifiche direttive, indicate dai periodi sensitivi).

Ma tutte queste potenzialità non possono attuarsi se il bambino non può “agire a spese dell’ambiente”.

In poche parole, se egli non ha occasione per esercitare le sue mani, organi dell’intelligenza, o per compiere attività finalizzate all’acquisizione/consolidamento di uno specifico carattere nel relativo periodo sensitivo, questa opportunità rischia di essere persa per sempre (in tal senso si potrebbe avvicinare il concetto di periodo sensitivo anche a quello di “periodo critico”, descritto da Konrad Lorenz).

Compito primario dell’educatore diventa dunque, a seguito di una accurata osservazione del bambino, dei suoi interessi e bisogni specifici, la predisposizione dell’ambiente e delle possibilità di azione in esso offerte.

Sarà proprio l’osservazione a mostrarci come spesso siano proprio le azioni più semplici ad interessare il bambino e a permettergli di compiere acquisizioni centrali per il suo futuro.

Tra queste troviamo, ad esempio, l’infilare e lo sfilare, l’aprire e il chiudere e, in particolare, il travasare.

Proprio per questo motivo, in un ambiente educativo montessoriano, non manca mai una sezione dedicata alle attività di Vita pratica di travaso, sia solide che liquide.

La Vita pratica è un universo complesso ed affascinante, denso di attività svolte con materiali semplici, quotidiani e, soprattutto, veri.

La scopa, il lavatoio, lo stendino, lo straccio… tutto è reale, funzionante e a misura di bambino. Solo così sarà possibile per i piccini portare a compimento efficacemente quelle azioni e conseguire, oltre allo scopo diretto dell’azione (spazzare, lavare, apparecchiare..), obiettivi superiori come il controllo e il perfezionamento dei movimenti.

Tutto ciò è valido anche per le attività di travaso, che consistono essenzialmente nel trasferire una sostanza (solida o liquida) da un contenitore ad un altro con l’ausilio delle mani o di un utensile specifico.

Le ciotole, le brocche, i bicchieri… tutto è reale e, possibilmente, frangibile. In questo modo il bambino apprende non solo quale movimento compiere, ma anche che nel farlo deve imparare a misurare la propria forza, ad effettuare i gesti con cura e con precisione:

 

“Gli oggetti, dal mobilio ai singoli materiali di sviluppo, sono dei denunciatori, la cui voce ammonitrice non può sfuggire. I colori chiari e la lucentezza denunciano le macchie; la leggerezza dei mobili denuncia le movenze ancora imperfette e rozze, cadendo o strisciando con rumore sul pavimento. Così che tutto l’ambiente è come un educatore severo, una sentinella sempre all’erta: e ciascun bambino ne sente gli ammonimenti come se fosse solo dinnanzi a quell’inanimato maestro.”

M. Montessori

 

I primi ad essere proposti sono i travasi solidi, più semplici rispetto ai liquidi.

Come per ogni altra attività, viene seguito il criterio dell’incremento graduale della difficoltà. Si inizia con un travaso semplice: un vassoio con due grandi ciotole identiche e delle noci o della pasta grossa (4-5 elementi posti nella ciotola di sinistra, per rispettare la direzionalità della scrittura).

Dopo aver proposto (e mai imposto) l’attività, mantenendosi al lato dominante del bambino, l’educatore potrà mostrare con gesti lenti e precisi come trasferire gli elementi da una ciotola all’altra, utilizzando la presa tridigitale.

Le parole non sono necessarie: il bambino ha bisogno di concentrare la propria attenzione nell’osservazione dei movimenti, in particolare di quelli chiave (cioè necessari alla corretta esecuzione dell’attività).

Quando il bambino avrà mostrato di aver ormai padroneggiato l’esercizio, sarà il momento di proporne altre varianti, via via più complesse. Dalla pasta grossa si potrà passare, ad esempio, alle lenticchie e quindi alla farina di mais…

Anche gli utensili potranno gradualmente evolversi: dalle dita si passerà al cucchiaio, quindi potremo introdurre pinze, imbuti, colini… le varianti sono pressochè infinite, il che consente di mantenere sempre vivida la fiamma dell’interesse.

Ma a cosa servono questi travasi? Quali abilità il bambino acquisisce dal semplice trasferire sostanze tra contenitori?

Oltre a quanto già affermato relativamente alla cura e al controllo dei movimenti, vi invito a riflettere sulla complessità di esercizi apparentemente tanto semplici.

Utilizzare un utensile, ad esempio, richiede alla mano del bambino l’esercizio di movimenti fini e complessi, che la preparano indirettamente all’acquisizione di una abilità come la scrittura.

Riflettendo sulle quantità e suddividendo le sostanze in più contenitori, egli esercita la mente matematica.

Per ultimo (ma non in ordine di importanza), grazie a queste attività il bambino apprende a compiere gesti centrali per le azioni quotidiane: versarsi l’acqua, prendere da sè la propria porzione di cibo, mangiare con il cucchiaio. Si tratta di apprendimenti centrali per lo sviluppo dell’autonomia e l’esercizio consapevole della volontà.

In conclusione, possiamo dire che gli esercizi di travaso costituiscono un ottimo esempio di come le grandi conquiste si celino spesso nelle piccole cose.

Non neghiamo ai bambini il piacere di fare da soli.