di Silvia Iaccarino, formatrice, psicomotricista, fondatrice di PF06

 

In questo ampio contributo in due parti del 2018 ho illustrato per sommi capi la teoria polivagale (TP) di Porges descrivendo anche, nella seconda parte, una serie di ricadute per l’operato di educatrici, educatori e insegnanti al nido e alla scuola dell’infanzia.

In particolare, qui vorrei ora approfondire un tema sempre molto caldo: i comportamenti aggressivi dei bambini e delle bambine nelle nostre sezioni (sebbene il discorso valga anche in tutti gli altri contesti).

Come sappiamo, è fisiologico che nei servizi si verifichino comportamenti aggressivi tra bambini. Le competenze socio-emotive e linguistiche sono in via di sviluppo, pertanto il corpo rappresenta il primo canale di comunicazione. Gesti, posture, prossemica, mimica, prosodia, azioni, sono il linguaggio principale con cui i bambini e le bambine comunicano, soprattutto al nido. Alla scuola dell’infanzia chiaramente lo sviluppo nei vari distretti è più avanzato, ma è ancora frequente osservare comportamenti aggressivi soprattutto nei momenti conflittuali (dei litigi ho già parlato qui).

A partire dai fondamenti della TP (suggerisco di leggere l’articolo del 2018 per avere in mente le basi) possiamo interpretare i comportamenti aggressivi sotto una nuova luce. Infatti, la TP enfatizza il ruolo dei nostri sistemi difensivi per tenerci al sicuro e proteggerci dalle minacce (reali o percepite/immaginate). Nello specifico, il sistema simpatico è deputato alle reazioni di lotta/fuga, mobilizzando il nostro corpo per affrontare l’elemento minaccioso o per scappare. L’aggressività, pertanto, può essere letta come manifestazione di un sistema simpatico attivato.

Riportando tutto alla nostra esperienza nei servizi 06, possiamo quindi evidenziare come il bambino “neurocepisca” (riferendoci alla “neurocezione” di cui ci parla Porges) una minaccia nell’ambiente per cui il suo sistema nervoso autonomo lo mobilita alla “lotta”.

A volte l’attivazione del simpatico accade senza che ne comprendiamo i motivi (dal punto di vista adulto). Si tratta della cosiddetta “aggressività senza senso” che ho trattato in un altro articolo e a cui rimando per la lettura.

La TP ci sostiene molto bene nel comprendere che NON è il bambino ad essere aggressivo. Il suo comportamento è un messaggio e ci parla di come, in quel frangente, egli non si senta al sicuro, per cui il sistema simpatico si attiva nella modalità “lotta”. Non c’è volontà di fare male, di distruggere, di fare un dispetto, etc. bensì un automatismo del SNA che lavora per la protezione del bambino stesso.

N.B. Il senso di minaccia può provenire non solo dall’ambiente esterno ma anche dal mondo interno del bambino. Per esempio, se è sotto stress o triste perché ha nostalgia della mamma, questa stessa emozione potrebbe essere “neurocepita” dal sistema come minaccia ed attivare il simpatico (come anche il dorso-vagale, dipende dal soggetto).

Il problema risiede nella percezione del pericolo a carico del sistema difensivo del bambino. Il lavoro dell’adulto, pertanto, non dovrà focalizzarsi solo sul comportamento, ma soprattutto su come ripristinare il senso di sicurezza, perché LA SICUREZZA E’ IL TRATTAMENTO” (S. Porges).

Sostanzialmente, dovremmo allenarci a considerare che, quando si manifestano “comportamenti scorretti”, forse la nostra relazione con il bambino/a e/o l’ambiente non incontrano i suoi bisogni emotivi e non nutrono la neurocezione di sicurezza.

Che fare?

Abbiamo due principali modi per intervenire: uno preventivo e uno contingente.

Sul piano preventivo, è fondamentale l’osservazione continuativa a 360° per comprendere quali possono essere gli elementi dell’ambiente a far scattare il sistema simpatico. Per esempio: luci; rumori; quantità di persone nello spazio e quanto sono in movimento; quantità e qualità degli oggetti presenti; clima emotivo in sezione; temperatura dell’ambiente; tipologia di esperienza in corso, ma anche la precedente e la successiva; stato emotivo del bambino come dei compagni; etc. Più “guardiamo grande”, più elementi cogliamo dall’ambiente nell’arco di diversi giorni, più possiamo rintracciare il “fil rouge” che accomuna i diversi momenti in cui un bambino si comporta in modo aggressivo. Comprendere quali possono essere gli stimoli d’innesco può aiutarci a lavorare sull’ambiente per modificare, dove possibile, gli stimoli stessi e, dove non è possibile, accompagnare in modo più ravvicinato il bambino affinché possa attraversare la fatica con un maggiore senso di sicurezza dato dalla nostra vicinanza. Qualora l’innesco parta dal suo mondo interiore, sarà nostra cura lavorare sul piano emotivo, con gli strumenti che conosciamo e che fanno parte delle nostre competenze educative, affinché sia possibile rispondere alle sue necessità, rassicurando, accogliendo, empatizzando.

Sul piano della contingenza, ovvero quando accadono gli episodi “aggressivi”, possiamo prendere in considerazione i seguenti passaggi:

  • Innanzitutto, è fondamentale che l’adulto sia in uno stato “vago ventrale”, non giudicante, aperto e che invii al bambino segnali di sicurezza attraverso sguardo, volume della voce, prosodia, mimica, gesti, tono muscolare, postura, prossemica, contatto fisico. Infatti, è solo a partire da uno stato vago ventrale che noi possiamo generare un campo rassicurante grazie al quale il nostro SNA può fare da ponte affinché il SNA del bambino si regoli a sua volta verso il vago ventrale (“la sicurezza è il trattamento”);
  • Mantenere la connessione e sostenere l’autostima del bambino evitando colpevolizzazioni, “sgridate” ed evitando di farlo sentire “cattivo”, “sbagliato”;
  • Regolare le emozioni attraverso la mentalizzazione, mettendo parole su quanto accade. Per esempio: “Giovanni/Lucia hai pensato che Giulia volesse prenderti il gioco, così l’hai spinta. Non volevi farle male, non sapevi come fare diversamente. La prossima volta puoi usare le parole e dire ‘ci sto giocando io’”.

Molto altro si potrebbe dire e in molti altri modi si potrebbe sfaccettare il tema. Qui ho delineato alcuni spunti che spero possano aiutare a dare una diversa e meno giudicante lettura dei comportamenti dei bambini e delle bambine, ricordando che “La vita non è aspettare che passi la tempesta, ma imparare a danzare sotto la pioggia.” Mahatma Gandhi

 

BIBLIOGRAFIA

– S. W. Porges, “Guida alla teoria polivagale”, ed. Giovanni Fioriti

– D. Dana, “La teoria polivagale nella terapia”, ed. Giovanni Fioriti

 

 

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