di Protima Agostini, coordinatrice pedagogica

 

 

A seguito dell’incontro con la teoria polivagale di Porges e approfondendo i suoi intrecci con la teoria dell’attaccamento di Bowlby nelle formazioni e nelle riflessioni che ne seguono all’interno di Percorsi Formativi 0-6 con Silvia Iaccarino, mi sono spesso soffermata a leggere i bisogni dei bambini nei servizi attraverso queste lenti. 

Ho proseguito questa sperimentazione confrontandomi con le équipe di nidi e scuole dell’infanzia e mi è apparso ormai chiaro lo stretto collegamento tra i bisogni di sicurezza e protezione dei bambini, i loro comportamenti e il modo in cui noi adulti progettiamo tempi e spazi, momenti di cura e attività, al fine di promuovere il senso di sicurezza e di protezione che permette ai bambini di esplorare, interagire e scoprire (come si direbbe in accordo con la teoria polivagale di Porges: per esercitare il sistema neurale del vago ventrale). Non solo, anche il nostro sguardo, la nostra capacità di ascoltare e cogliere i bisogni di sicurezza e protezione dei bambini, sono indispensabili nel nostro agire educativo.

Daniel Siegel insegna che noi abitiamo, in modo alternato, una zona verde, una zona rossa e una zona blu, che corrispondono rispettivamente al sistema neurale del vagoventrale (zona verde), del simpatico (zona rossa) e del dorsovagale (zona blu) secondo la teoria polivagale di Porges.

Siamo in zona verde/vagoventrale quando stiamo bene, proviamo benessere, senso di sicurezza, siamo in connessione con gli altri, con noi stessi e con il contesto, accediamo alle nostre funzioni esecutive (attenzione, memorizzazione, ascolto, empatia, metacognizione, fantasia, creatività, coinvolgimento sociale….). Scendiamo in zona rossa/simpatico, quando le nostre reazioni emotive dettate dalla neurocezione (il radar che scandaglia l’ambiente e ce lo fa percepire come sicuro o minaccioso), ci fanno vivere l’ambiente come non sicuro e rassicurante e siamo filogeneticamente programmati per la difesa, attraverso l’attacco o la fuga/evitamento.

Infine, possiamo entrare in zona blu quando il cervello rettiliano ci porta alla non reazione, alla totale inibizione, dove “stacchiamo la spina” per difenderci da situazioni soverchianti, e/o proviamo angoscia e disperazione.

Anche noi adulti ci muoviamo costantemente lungo la scala delle nostre piattaforme neurali: dal vagoventrale (sistema di coinvolgimento sociale) al simpatico (lotta – fuga) e in alcuni momenti anche al dorsovagale, quando ci sentiamo paralizzati, incapaci di reagire, disperati (congelamento, collasso).

La teoria polivagale, poi, si intreccia con la teoria dell’attaccamento in merito al bisogno di sentirci al sicuro. 

La teoria dell’attaccamento afferma che ciascuno di noi costruisce un “Modello operativo interno” che riguarda come noi rappresentiamo noi stessi (degni di amore e di cura oppure no), gli altri e il mondo (come luoghi e persone di cui fidarci e dove sentirci al sicuro o, al contrario, dove percepiamo insicurezza, o addirittura minaccia o pericolo) e delle nostre relazioni con il mondo (relazioni positive e di connessione o no). I modelli operativi interni si costruiscono sulla base delle risposte affettive e di cura che esperiamo in infanzia dai caregiver significativi. In caso di risposte di accudimento “responsive e sensibili”, dove i nostri bisogni sono colti, accolti e trovano risposte contingenti, possiamo sviluppare legami di attaccamento sicuri e interpreteremo maggiormente il mondo secondo questa rappresentazione.

Ci si soffermerà in questo articolo su quali sono le implicazioni pratiche di queste riflessioni all’interno dei servizi. 

Come si legano questi aspetti evidenziati dalle neuroscienze e dalla teoria dell’attaccamento con la progettazione e il pensare contesti accoglienti, che facciano sentire i bambini e le bambine al sicuro e dunque permettano loro di abitare il vagoventrale o tornarvi? Ovvero oltre al piano affettivo, emotivo e di cura, fondamentali per il senso di protezione e di sicurezza, come possiamo farci aiutare anche dalla progettazione per far sentire i bambini sicuri?

Possiamo creare le condizioni per favorire lo stato ventrovagale attraverso la via “passiva” lavorando su spazi, contesti, materiali, accoglienza, ritmi, tempi, progettazione.

Possiamo poi lavorare anche su una via “attiva” attraverso l’offerta di materiali e momenti in cui esercitare la piattaforma neurale del vagoventrale, espandendola  attraverso il canto, giochi motori, giochi in cui si alternano stati di eccitazione e di calma attraverso il movimento o la voce ad esempio, promuovendo il contatto con la natura, approcciando a forme di meditazione adeguate all’età, ed esperienze sensoriali.

Una riflessione specifica sul contesto e lo spazio. Come dice Malaguzzi, il contesto è il terzo educatore: uno spazio competente, arricchente, sfidante, che permette e anzi promuove il pensiero divergente, un contesto che promuove possibilità di gioco e apprendimento, curiosità, che sostiene il fare, che moltiplica le possibilità, che sostiene la creatività, uno spazio come luogo della ricerca plurima. Lo spazio accogliente, con stimoli adeguati (suoni, colori, ampiezza, caratteristiche….non troppo, non troppo poco….), che permette di fare ipotesi, domande, connessioni, sperimentazioni, che promuove sia la socialità che l’intimità, facilita lo stato vagoventrale ed il ritorno ad esso.

Quali sono le implicazioni e quali sono gli intrecci con gli stati emotivi ed affettivi di bambini e adulti? 

A seguito di queste considerazioni, si elencano alcuni aspetti progettuali che ci possono sostenere nel rispondere ai reali bisogni dei bambini:

  • distinguere i nostri bisogni da quelli dei bambini, di ogni specifico bambino. Ricordiamoci che a volte abbiamo delle sovrastrutture che ci portano a guardare con certe lenti, ma se poi proviamo e sperimentiamo, scopriamo che i bambini non fanno tutti la stessa cosa, non hanno tutti gli stessi bisogni o non comunque nello stesso momento: ciascuno di noi ha una propria storia affettiva e relazionale e bisogni specifici. Nicolodi ricorda che dare a tutti le stesse risposte è in realtà un’ingiustizia: non tutti i bambini manifestano gli stessi bisogni e nello stesso momento, quindi non possiamo dare a tutti la stessa risposta allo stesso modo.

Possiamo, inoltre:

  • osservare e man mano conoscere ogni singolo bambino, le sue naturali inclinazioni, curiosità, interessi per poterli rilanciare nella progettazione, affinché lui/lei possa abitare il più possibile il vagoventrale;
  • essere pronti alla flessibilità, al riprogettare (a volte introdurre un materiale destrutturato che permetta al bambino di esprimersi e ricercare; a volte cambiare l’allestimento, la composizione dei sottogruppi, o variare il ritmo dei tempi), osservando quali condizioni promuovono benessere e connessione, ovvero il vagoventrale per ogni bambino;
  • offrire delle possibilità: lasciare che ciascun bambino possa coinvolgersi nel modo in cui si sente, e nei tempi che sono suoi, in ciò che più in quel momento lo incuriosisce e gli genera stupore, perché lo stupore è il motore dell’apprendimento; variando i linguaggi nelle esperienze, in modo che ciascuno trovi il proprio linguaggio e si esprima attraverso quello preferenziale (grafico-pittorico, motorio, sensoriale, musicale….), in modo da promuovere e mantenere lo stato vagoventrale;
  • osservare il gioco e restituire dignità al gioco, al gioco libero in particolare, dove i bambini mettono in scena i loro vissuti emotivi, danno spazio ai loro bisogni anche cognitivi, perché nel gioco si attivano moltissime aree cerebrali. Come diceva Montessori “il gioco è una cosa seria”;
  • non anticipare: riconoscere la zona di sviluppo prossimale (Vygotskij) di ciascun bambino per leggere quando lui è pronto per un nuovo step, in modo da non generare un senso di minaccia (che potrebbe provocare la discesa nel sistema neurale simpatico o nel dorsovagale), ma offrendo situazioni sfidanti nella giusta misura per ciascuno (promuovendo così il vagoventrale);
  • osservare quando ciascun bambino è in uno stato di benessere, ascolto, esplorazione e connessione (è in vagoventrale) e creare quelle condizioni anche negli altri momenti in cui osserviamo che scende in sistema simpatico o dorsovagale.

 

La progettazione è strettamente legata al piano emotivo-affettivo e rifletterla e pensarla al meglio può aiutarci moltissimo nella promozione della regolazione emotiva e della crescita globale, equilibrata, per ciascun bambino e bambina.

 

Bibliografia:

J. Bowlby, Costruzione e rottura dei legami affettivi, Raffaello Cortina, 1982

D. Mainetti, L. Cosmai, Gli spazi e i materiali nei servizi e nelle scuole per l’infanzia

L. Malaguzzi, I cento linguaggi dei bambini. L’approccio di Reggio Emilia all’educazione dell’infanzia Junior, 2014

G. Nicolodi, Il disagio educativo al nido e alla scuola dell’infanzia, FrancoAngeli, 2008

S. Porges, La guida alla teoria polivagale. Il potere trasformativo della sensazione di sicurezza, Giovanni Fioriti, 2018

D. J. Siegel, T.B. Bryson, Yes brain. Come valorizzare le risorse del bambino, Raffaello Cortina

L.S. Vygotskij, Pensiero e linguaggio, (1934), trad. Adele Fara Costa,Maria Pia Gatti, Maria Serena Veggetti, Firenze, Giunti-Barbera, 1966.

 

Nota sulla teoria polivagale di Stephen Porges

Porges evidenzia l’importanza, per poter funzionare sul piano soprattutto sociale, di sentirsi al sicuro nell’ambiente e nelle relazioni. Filogeneticamente, noi mammiferi percepiamo l’ambiente come “sicuro” o “minaccioso”. La neurocezione, appartenente al sistema nervoso autonomo, scandaglia l’ambiente circostante per avvertire segnali di eventuale pericolo fisico o psicologico, e garantirci la sopravvivenza, e lo fa in modo completamente automatico e fuori dalla nostra consapevolezza. Nel caso la neurocezione ci segnali un pericolo nell’ambiente circostante, si attivano automaticamente i nostri meccanismi difensivi biologici di base, pilotati dal nervo vago e appartenenti al sistema nervoso autonomo: la lotta/fuga e l’immobilizzazione. Il sistema simpatico è deputato alla lotta/fuga in caso di minaccia, si collega alla rabbia ad esempio e all’evitamento. Il sistema dorsovagale si attiva invece quando non è possibile la mobilizzazione per difendersi, quando il pericolo è avvertito come non affrontabile, e dunque ci immobilizziamo (freezing)- svenimento, dissociazione, disperazione e angoscia.

La via vagale filogeneticamente più recente è definita da Porges vagoventrale e si riferisce al sistema del coinvolgimento sociale: è la piattaforma neurale che guida le relazioni. Questa via è utilizzata quando ci sentiamo “al sicuro”, ci permette di interagire, instaurare legami di attaccamento sicuri, recuperare energie, apprendere, ascoltare, porre attenzione, provare empatia…e molte altre funzioni esecutive superiori, cui abbiamo accesso sempre maggiore di pari passo con la crescita e maturazione del sistema nervoso. Risulta importante allenare la via vagoventrale, al fine di essere meno portati istintivamente ad attivare le nostre risposte difensive automatiche e scendere nel sistema simpatico o dorsovagale.

La teoria polivagale, dunque, fornisce la base neurologica per leggere i nostri comportamenti e azioni.

 

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