di Fabio Porporato, psicologo e psicomotricista

 

 

Qualche mese fa scrivevo questo racconto senza sapere cosa sarebbe successo di lì a poco. Ora lo rileggo e lo ripropongo perché oggi può dare spunti interessanti visto che si è pressoché tutti costretti a stare in casa.

“Laltro giorno ero in bicicletta diretto a lavoro, faceva parecchio freddo e avevo messo dei guanti da sci per proteggermi le mani. Al primo semaforo rosso mi sono fermato e mi sono accorto che quel freddo che mi batteva sulla gola era dovuto a quellultimo bottone della camicia che non avevo abbottonato. Per pigrizia ho cercato di rimediare al problema senza togliermi i guanti… missione praticamente impossibile!

Ora immaginate anche voi di avere alle mani dei guanti da sci e di dovervi allacciare i bottoni della camicia. Se non riuscite ad immaginarlo, provate a farlo a casa e scoprirete che, oltre ad essere unimpresa ardua, provoca una frustrazione ed una sensazione di incapacità enormi, con tutta la rabbia che ne consegue. 

Ora, provate ad immaginare ancora: c’è qualcuno che vi guarda, che vi dice di fare in fretta e che magari vi ricorda che avete quasi 40 anni e non sapete nemmeno allacciarvi i bottoni di una camicia con dei guanti da sci…

Ecco, questo sforzo di immaginazione aiuta a comprendere un pomeglio ciò che osservo quasi ogni giorno nel mio lavoro.

Incontro bimbi e bimbe che non sanno infilarsi delle calze senza laiuto delladulto, non sanno vestirsi e svestirsi da soli, non sanno impugnare le posate, non sono capaci di eseguire con le loro mani dei movimenti piccoli e precisi che gli consentono di svolgere compiti quotidiani. 

Oltre a ciò, nel gioco, osservo sempre più spesso bimbi e bimbe che sembra indossino perennemente dei guanti da sci: mani molli” che non riescono ad afferrare, a stringere, a legare, a spingere. Mani e dita che si muovono disorganizzate, impacciate e faticano ad essere efficaci nei loro movimenti. Piccole mani senza guanti da sci ma che è come se li avessero addosso. Quei bambini e quelle bambine poi rinunciano in fretta perché tutto questo provoca in loro frustrazione, rabbia e un senso di incapacità ed impotenza difficili da tollerare.

Le nostre mani hanno una struttura estremamente complessa, in uno spazio ristretto si concentrano un gran numero di ossa, di nervi e di muscoli con i quali realizziamo una miriade di movimenti e con i quali conosciamo il mondo. 

Le mani sono fatte per toccare, stringere, accarezzare, spingere, afferrare, lanciare… Eppure, sempre più spesso e sempre di più, limitiamo i nostri bimbi e le nostre bimbe, vietiamo loro di toccare, impediamo loro di fare esperienze tattili che sono letteralmente VITALI perché gli permettono di affrontare le sfide della vita presente e futura. Guardiamo con impazienza alle loro competenze cognitive, alle loro capacità intellettive, alle loro prestazioni e non ci accorgiamo che, pian piano, stiamo foderando con dei guanti da sci le loro mani.

Per paura, timore, comodità, mancanza di tempo, scarsa fiducia, ‘perché sono ancora piccoli’ e per mille altre motivazioni, gli facciamo sentire quel che noi proviamo quando con dei guanti da sci tentiamo di allacciarci i bottoni della camicia.

Soltanto se permettiamo loro di fare esperienza reale delle cose del mondo impareranno, toccandolo e trasformandolo.

Soltanto se ci fidiamo delle loro mani fin da piccolissimi impareranno ad avere fiducia in loro, nelle loro capacità e sarà più facile tollerare la frustrazione dei fallimenti.

Soltanto se scegliamo consapevolmente di permettere di toccare gli oggetti reali che riempiono le nostre case impareranno ad agire con efficacia sul mondo.

Soltanto se ci prendiamo il tempo necessario per stargli accanto e mostrargli le nostre mani allopera i bambini impareranno con le loro a fare da soli.”

Ecco, credo che questo periodo così strano possa diventare un tempo molto prezioso per “fare insieme” ai nostri bimbi e alle nostre bimbe. Un tempo nel quale mettersi accanto a loro a terra o farli salire in alto vicino a noi per fare.

Io ci ho provato con i miei bimbi e, per esempio, cucinando insieme a loro i piatti che mangiamo sono ora molto più curiosi di assaggiarli. Riordinando insieme a loro, senza che sia un’imposizione che proviene dall’alto, stanno iniziando ad apprezzare il fatto di avere una camera in ordine prima di ricominciare a giocare e metterla nuovamente a soqquadro.

Vi sono aspetti di questo discorso che però sono particolarmente importanti ed è bene esplicitarli.

Per prima cosa è necessario che gli adulti abbiano un atteggiamento di sincera apertura e disponibilità a fare insieme, a far fare davvero ai bimbi, a far sperimentare accettando tempi più lunghi, risultati meno perfetti ed immediati e migliaia di prove ed errori che d’altronde sono la ricchezza pedagogica di questo fare insieme. Questo primo aspetto riguarda i grandi e presuppone una presa di coscienza della nostra disponibilità a mettere da parte il pensiero adulto ed immergerci in un’esperienza condivisa e non condotta totalmente da noi.

Un secondo aspetto, legato strettamente a questo, ha a che fare con una “cornice normativa”. Questo per dire che è bene stabilire ed esplicitare poche e semplici regole chiare per garantire la sicurezza e dare un orientamento ai bambini. 

Un terzo aspetto che va “a braccetto” con i primi due è garantire il piacere di fare. Per questo occorre che noi grandi siamo i primi a divertirci nel fare insieme a loro, è necessario che il nostro atteggiamento diventi un po’ quello di un esploratore curioso che, insieme ad un compagno di viaggio, scopre le incredibili possibilità di scoperta che, ad esempio, la ricetta della torta salata con ricotta e spinaci può dare! Solo se ci immergiamo nell’esperienza con un atteggiamento di scoperta condivisa, ricomincerà ad affiorare il nostro piacere anche in un’attività che può essere ormai diventata routinaria e meccanica.

Possiamo dunque approfittare di questo tempo per sperimentare, esplorare e trovare momenti e luoghi nuovi a casa nei quali provare questo fare condiviso. Non siamo tutti uguali e disponibili allo stesso modo: è quindi indispensabile chiederci quanto, come e dove ci sentiamo capaci di tollerare l’imprevedibilità, l’incertezza e l’alterità del fare di un bambino.

Credo fortemente che se provassimo a metterci in ascolto di noi, di loro e di noi con loro, mentre facciamo insieme, questa esperienza potrebbe diventare estremamente arricchente per entrambi e potrebbe rinforzare in maniera sorprendente la relazione adulto-bambino.  

 

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