di Maria Teresa Guerrisi, titolare dell’asilo nido La Monelleria di Carignano, Genova

 

Una breve testimonianza da chi, da qualche anno, si è messo in cammino per rovesciare prospettive e prassi educative…

Il termine rivoluzione indica una trasformazione, il rovesciamento di un ordine e ancora il giro di un corpo attorno ad un altro corpo.

Partendo dall’accezione della parola posso dire che la nostra rivoluzione educativa è stata pertinente al suo significato: abbiamo infatti trasformato il nostro approccio educativo, lo abbiamo scardinato da retaggi culturali e abbiamo iniziato a gravitare attorno al bambino, e il bambino attorno all’adulto.

Abbiamo costituito un sistema di interdipendenza, senza giochi di potere, in cui si guarda il bambino per come è: un soggetto unico e irripetibile, protagonista delle proprie ricerche, che indica la strada all’adulto. “Un essere pieno di possibilità” (L.Malaguzzi), capace e dotato di competenze innate che meritano di essere riconosciute, valorizzate, che necessitano di spazio di azione.

Il bambino persona sensibile, ovvero che sente con il corpo e con l’anima, che si allontana dall’adulto per scoprire il mondo e ritorna per ricevere conferme, risposte implicite e domande generative; che vive il contesto educativo come un ambiente di certezze e di accoglienza, dove si muove liberamente perché sa che quel luogo gli appartiene, lo costruisce e lo abita. Si svela ad un adulto in grado di leggere le sue azioni, interpretare i suoi linguaggi espressivi, le ricerche messe in atto e ne alimenta il desiderio di conoscenza del mondo, di costruire ipotesi e ragionamenti che esprime con le azioni e successivamente con le parole. L’adulto/educatore è disponibile, sa ascoltare attivamente; sa attentamente osservare i bambini e le bambine; sa documentare i processi e fare cultura dell’infanzia per promuovere un’idea di bambino competente, costruttore del proprio sapere e del proprio percorso di crescita.

Se immagino il percorso lo interpreto come una sorta di danza in cui si è distinti, distanti ma connessi (G.Nicolodi), in cui le emozioni bambine e adulte sono state accolte, nominate e condivise.

Una rivoluzione dettata da un tempo lento nel rispetto dei bambini ma anche e soprattutto degli adulti deputati a sostenerli nei loro percorso di crescita e nelle loro ricerche.

Non è stato sempre semplice, talvolta la matassa di fili che ci ha portato al cambiamento risultava intricata, complessa da sciogliere: troppi nodi, troppe resistenze, troppa la necessità di dimostrare il nostro valore attraverso prodotti tangibili.

Noi adulti per forma mentis tendiamo ad orientare le azioni dei bambini, abbiamo bisogno di obiettivi, propendiamo a stare nella zona di comfort del “si fa così”, dell’“abbiamo sempre fatto così”, e allora quella matassa si fa più densa, ci chiude dentro alla morsa del prodotto che sovrasta il processo, in cui il bambino esegue e non crea, fino a quando sopraggiunge la consapevolezza.

L’esperienza, lo studio, la formazione e l’analisi profonda del nostro ruolo educativo conducono a riflessioni e generano domande: come vedo io questo bambino che ho davanti? Come lo penso? Quanto lo considero una persona e non un’appendice adulta da orientare e guidare forse stringendo troppo la sua mano limitandone il campo di azione?

Quanto conta il pensiero di questo essere così piccolo che percepisco capace?

Quale “rischio” corro se lascio aperta la porta delle opportunità? Quali scenari potrebbero delinearsi attraverso la spontaneità e la libertà del gioco?

Da qui la partenza, e tutt’ora siamo in viaggio.

Un viaggio in cui la destinazione non è programmata, in cui esiste una progettualità, pensata, studiata e co-costruita insieme ai bambini.

Ma quale adulto può e deve sostenere ogni bambino e ogni bambina?

Un adulto capace di meravigliarsi, in grado di interpretare attraverso l’osservazione quali siano le direzioni intraprese, un adulto che fa domande e non genera risposte automatiche, un adulto che non si fa condizionare dai pre-giudizi, che progetta con e per il bambino. Un adulto che guida e si fa guidare, perché talvolta è necessario guardare con gli occhi altrui per vedere meglio.

Un adulto attento ai particolari, alle tracce e alle parole dei bambini, che organizza lo spazio, il quale diviene luogo, che propone materiali, i quali diventano cose, in cui tutto si fa relazione dentro alla quale sostare.

Un adulto che si “costruisce” nel tempo e con il tempo, che affina lo sguardo e amplifica le sue percezioni, che scioglie i propri nodi di resistenza.

Un adulto che lascia spazio e così facendo non lo toglie ai bambini, ma anzi permette l’emersione del proprio bambino interiore, il quale può essere una guida verso un incontro autentico con i bambini e bambine di cui si prende cura.

Un adulto che incoraggia, sostiene, si affida e lascia che l’altro gli si affidi.

Un adulto in relazione con altri adulti, nel rispetto delle contaminazioni dei differenti punti di vista e dei tempi di ciascuno, che siano educatori, docenti o genitori.

L’obiettivo della nostra rivoluzione è quello di lasciare spazio ai bambini attori e protagonisti e agli adulti registi educativi, capaci di accogliere “ciascun bambino che esprime sé stesso e le sue potenzialità, il proprio modo di pensare e di agire, nel rispetto della pluralità dei linguaggi espressivi e delle diverse intelligenze” (E. Restiglian).

Siamo ancora in cammino perché nulla è mai compiuto, ogni giorno si aprono porte, altre si chiudono per essere poi spalancate di nuovo, si procede e si torna sui propri passi consapevoli che le variabili della scoperta sono infinite, e tutto è così perfettamente imperfetto da far vibrare il cuore e poi…e poi  “nel mezzo c’è tutto il resto e tutto il resto è giorno dopo giorno e giorno dopo giorno è silenziosamente costruire. E costruire è sapere, è potere rinunciare alla perfezione” (N. Fabi).

 

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