di Federica Mocci, educatrice e pedagogista

 

 

 

Giulio (nome di fantasia) nasce nell’autunno 2019.

Quando inizia la pandemia non ha ancora sei mesi. Per lui sta iniziando quella fase evolutiva in cui ci si apre al mondo, all’altro.

E’ il momento in cui, tramite il movimento, si esplora lo spazio e in cui si acquisiscono schemi mentali preziosi per uno sviluppo armonico.

Ma il mondo intorno a Giulio è pervaso dalla paura. L’aria, anche esterna, è talmente pesante, densa, che si potrebbe tagliare.

L’incontro con l’altro, esterno alla triade madre – padre – bambino, che in questa fase diventa fondamentale per lo sviluppo sociale e definire via via la “base sicura”, non avviene. L’altro non c’è, e se c’è non si può toccare. Mamma e papà sono concentrati con tutte le loro energie nel proteggere il loro figlio dall’impatto del lockdown.

Poi il lockdown finisce, passa l’estate, arriva settembre e Giulio inizia la sua avventura al nido. Cammina da diverso tempo, ma non gattona, non riesce a passare dalla posizione eretta a seduta e viceversa, non striscia, non tocca, non esplora. La sua permanenza al nido è caratterizzata dal pianto continuo, non mangia, non beve, è in uno stato tale di overarousal che non accetta il minimo contatto né dalle educatrici né dagli altri bimbi. Passa il primo mese di ambientamento, la situazione non migliora. Parliamo con i genitori, ci confrontiamo con loro: durante il colloquio essi ricordano l’enorme difficoltà del lockdown quando Giulio era così piccolo e loro così soli e spaventati.

Poi, l’incontro con la Teoria Polivagale (TP) di Porges. Iniziamo a osservare Giulio e ad analizzare la sua storia sulla base di questa teoria.

In estrema sintesi, secondo la TP il nostro sistema nervoso autonomo, in caso di pericolo, può mettere in campo la nostra difesa più arcaica, la risposta vago dorsale che porta al freezing passivo, all’immobilizzazione, alla dissociazione e all’impossibilità dell’ingaggio sociale.

Se un bambino cresce in un clima di costante minaccia e di paura, potrebbe non allenare a sufficienza la piattaforma neurale del vago ventrale che è invece la parte più evoluta del nostro sistema nervoso e che permette di aprirsi al coinvolgimento sociale, al gioco, al movimento.  Per poter attivare tale piattaforma dobbiamo necessariamente sentirci al sicuro.

Al nido, riflettiamo sul fatto che la relazione di Giulio con le sue figure di riferimento per buona parte della sua piccola vita è stata contrassegnata da uno stato emotivo continuo di paura, di angoscia, generato dalla pandemia.

Mettiamo allora in campo le strategie educative che la teoria suggerisce proponendole a Giulio e osservandolo. In particolare, creiamo nello spazio nido degli angoli protetti. Giulio ne sceglie uno e lì passa il suo tempo; i primi giorni osserva e non lascia mai il suo luogo sicuro, poi lentamente inizia a spostarsi per qualche secondo, poi per qualche minuto.

Passano le settimane, Giulio inizia a portarci gli oggetti, cerca il nostro sguardo, condivide con noi le sue osservazioni del mondo indicandoci le foglie mosse dal vento. Così, un passo dopo l’altro, ogni giorno egli acquista sicurezza e sperimenta il movimento, si alza e si siede, sta a pancia in giù nel materasso mentre guarda un libro, inizia a gattonare, a rotolare su se stesso, a scendere il piccolo gradino che lo separa dal giardino, interagisce con gli altri bimbi.

Tante piccole e grandi conquiste!

Ogni tanto ha necessità di ritrovare il contatto con noi, con la base sicura, e da lì riparte per nuove esperienze, nuove conquiste.

La storia di Giulio è la storia di tanti bambini e dei loro genitori, che in questa epoca storica di pandemia hanno sperimentato una solitudine e una paura mai vissuta prima e le cui conseguenze verifichiamo nei servizi ogni giorno. Certo, nello sviluppo di ciascun bambino vi sono una moltitudine di variabili relazionali, ma un evento potente come questa pandemia ha cambiato significativamente le nostre vite e ha certamente delle conseguenze sulle relazioni educative.

La Teoria Polivagale può offrirci un nuovo sguardo per leggere le fatiche dei bambini e sostenere i genitori nel comprenderle, affrontarle e superarle.

 

 

 

 

 

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