di Alice Rampa, educatrice e pedagogista

 

 

Devo ammetterlo, sempre più spesso ho la fortuna di partecipare ad incontri, eventi dedicati al mondo dell’infanzia e dell’educazione che mi lasciano più domande e riflessioni aperte che risposte servite su un piatto d’argento.

Di recente ho partecipato all’evento “E tu da che parte stai?” e, in particolare, ad una tavola rotonda moderata da Cinzia D’Alessandro che  ha visto svolgersi uno scambio prezioso per ridefinire i contorni di quell’aspetto tanto frainteso e lasciato ai margini delle nostre classi, sezioni, gruppi che è l’ozio.

Gli interventi si sono susseguiti con tempi ben scanditi dall’organizzazione ma questo non ha impedito ai partecipanti al tavolo di destrutturare il pensiero imperante per poi ricostruire passo dopo passo un’immagine di ozio “viva” e ricca di sfumature: Giovanni Mari, Francesca Antonacci, Marta Versiglia e Laura Braga, ciascuno con la propria impronta, ci hanno accompagnati in un percorso che riconsegna finalmente dignità ad un aspetto che appartiene all’umanità intera e di cui dovremmo essere ben più consapevoli.

 

“L’attività frenetica, a scuola o in università, in chiesa o al mercato, è sintomo di scarsa voglia di vivere. La capacità di stare in ozio implica una disponibilità e un desiderio universale, e un forte senso d’identità personale”.

(Robert Louis Stevenson, Elogio dell’ozio)

 

Numerose le suggestioni, i riferimenti e le connessioni nate durante la tavola.

Parlare di infanzia, o meglio di infanzie come è stato spesso sottolineato, necessita sempre più di relazioni forti: relazioni tra i professionisti, tra gli ambiti coinvolti nelle azioni educative, tra sguardi che solo se intrecciati possono provare a rendere la complessità dei soggetti cui si riferiscono.

Ed ecco che, intervento dopo intervento, si costruisce una mappa di parole fondamentali nella ridefinizione del concetto di ozio: aspetto della crescita personale e spirituale, contrapposizione ai tempi serrati della produzione, costrutto culturale che necessita di un ambiente circostante che supporti il soggetto e lo accompagni al suo raggiungimento in modo consapevole, coraggio dei professionisti nel comunicare un modello di crescita divergente da quello dominante, tempo e spazio non finalizzato immediatamente ad un prodotto/risultato (ma non per questo spazio vuoto, al contrario, ricco di relazioni, ascolto, interazione con altri soggetti o materiali).

Quest’ultimo aspetto ha particolarmente colpito la mia attenzione, impossibile non riportare la mente alle tante situazioni osservate al nido, in quello spazio privilegiato di osservazione che mi permette quotidianamente di entrare in contatto con i bambini e con il loro mistero.

 

“Mentre altri si riempiono la memoria di una quantità di parole inutili, che dimenticheranno prima di una settimana, l’ozioso può imparare qualche cosa di veramente utile: suonare il violino, riconoscere un buon sigaro, parlare con garbo e naturalezza a tutti i tipi di uomini”.

(Robert Louis Stevenson, Elogio dell’ozio)

 

Quel mistero, dicevamo, di cui sono portatori potenti i bambini. Quel mistero che difficilmente ci è permesso di avvicinare in momenti di gioco strutturato, guidato, eccessivamente costruito da parte dell’adulto.

Quel mistero che ci è solo possibile intuire, percepire e mai possedere.

 

Nell’ozio, nei sogni, la verità sommersa viene qualche volta a galla.

(Emily Dickinson, Una stanza tutta per sé)

 

Si accennava all’inizio all’importanza della consapevolezza, fondamentale quando ci si riferisce a professionisti dell’educazione che devono farsi portatori di valori e di un modello di infanzia, di infanzie, che ne racchiudano realmente la ricchezza.

A fine tavola rotonda vengono ripresi quei pensieri che dovrebbero guidare il nostro pensare e il nostro agire per poter finalmente cambiare rotta.

Come possiamo diventare narratori di un’infanzia in cui la dimensione dell’ozio possa finalmente assumere il ruolo che le spetta?

Dove si colloca l’ozio nella realtà dei bambini?

Impossibile non pensare, tra tanti, al Maestro Mario Lodi, il quale vedeva nell’ozio un diritto fondamentale dei bambini, nelle nostre case e nelle nostre scuole.

 

Per il duemila vorrei attuare il progetto di un atelier dell’ozio creativo. La proposta è rivolta ai genitori che vogliono offrire ai loro bambini la possibilità di vivere serenamente il tempo extrascolastico in un ambiente dove possono fare ciò che a scuola liberamente non si fa: giocare, pensare, parlare, creare, scegliere fra le diverse proposte quelle che rispondono ai loro bisogni espressivi, manuali, ludici. Il bambino può scegliere di far nulla e osservare quel che fanno gli altri. Osservando o provando impara, scopre ciò che gli piace e a un certo punto qualcosa farà. I bambini oggi fanno sempre di più tante cose tranne una, importante e fondamentale per imparare con gioia ciò che si vuole e non ciò che viene imposto: oziare. L’atelier sarà aperto tutto l’anno e ha come obiettivo la convivenza di bambini di età diverse in un ambiente non violento. 

Intervista di Ermanno Detti a Mario Lodi, sulla rivista online Pepeverde, 4, 2000

 

Dove trova spazio l’ozio nella vita dei bambini, nelle loro giornate?

 

Siamo in un momento della storia umana in cui tutto è programmato, curriculato, informatizzato. I bambini hanno praticamente la settimana programmata dalle loro famiglie o dalla scuola. Non c’è spazio per l’imprevisto. Non c’è, da parte dei bambini e delle bambine, la possibilità di qualcosa di autogestito, di giocare da soli. C’è bisogno di un tempo in cui i bambini siano soli, in cui imparino a “vivere il sistema delle regole”, imparando da soli a gestire i piccoli conflitti. E questo senza la presenza eccessiva degli adulti. È solo così che si diventa adulti sani.

(Franco Zavalloni)

 

Diritto all’ozio, illustrazione di Elena Galloni

 

Adesso possiamo aggiungere ulteriori tasselli alla discussione: la rilevanza dell’imprevisto, il gioco solitario tra pari che permette la condivisione di regole e la gestione di conflitti, la possibilità di provarsi lontani dagli occhi degli adulti.

Ora lo vedete? Eccolo lo spazio in cui l’ozio può essere legittimato!

Uno spazio che non può vedere il riconoscimento e l’approvazione da parte di un adulto. Non può essere l’adulto a “dare il permesso” per momenti di ozio, più o meno regolamentati.

Se è vero che l’ozio è anche un costrutto culturale che necessita di un accompagnamento adulto per potersi consolidare nel percorso del bambino, è altrettanto vero che per vedere la sua realizzazione concreta, la sua “messa in pratica” ecco che l’adulto deve necessariamente mettersi da parte.

Manca ancora un passo da fare.

Manca il passo che ci trasporta dal mondo delle parole adulte a quello delle parole bambine, quello che fa volare.

Manca quel passaggio che renda protagonisti di tutto questo discorso non gli adulti che parlano ma i bambini che sono.

Mancano le sfumature.

 

La città ci abitua alla luce, anche quando in natura luce non c’è. Nelle nostre case l’elettricità ha permesso e permette di vivere di notte come di fosse giorno. E così spesso non si percepisce il passaggio dall’una all’altra situazione. Quel che più è grave è che pochi riescono a vedere il sorgere del sole e il suo tramonto. Non si percepiscono più le sfumature. Anche quando con i bambini usiamo i colori non ci ricordiamo più delle sfumature. Il pericolo è quello di vedere solo nero o bianco. Si rischia l’integralismo. In una società in cui le diversità aumentano anziché diminuire, quest’atteggiamento può essere realmente pericoloso.

(Franco Zavalloni)

Il diritto alle sfumature, illustrazione di Marco Vaccari

(Immagini tratte da 10 illustratori per 10 diritti, omaggio a Gianfranco Zavalloni)

 

Una complessità che non possiamo negare in alcun modo ai “nostri” bambini, in primo luogo come professionisti dell’educazione.

Una complessità che ci permette di intravedere il contorno di quel bambino filosofo tanto potente quanto vibrante e reale.

 

Un classico tipo di intuizione spirituale è l’ammirazione, ossia la percezione della ricchezza e complessità dell’universo al di là delle nostre immediate preoccupazioni. È l’esperienza che si prova nel contemplare l’infinita moltitudine di stelle in una notte senza luna. Questo tipo di ammirazione costituisce l’emozione scientifica per eccellenza. […] Ho sostenuto che i bambini piccoli provano costantemente questo tipo di sentimento, questa coscienza “lanterna”. Magari ci arrivano semplicemente posando lo sguardo su un cellulare di Topolino, anziché sulla Via Lattea, ma l’esperienza è la stessa. Ed è qualcosa di più di un semplice sentimento, sia per gli scienziati sia per i bambini. l’universo a ogni livello, da Topolino alla Via Lattea e oltre, è incredibilmente ricco, complesso e, be’, semplicemente meraviglioso, e la nostra capacità di capire questa ricchezza è vera. Non tutti dedicano la propria esistenza alla scienza o, se per questo, mostrano di curarsene – ma quasi tutti partecipano, in un modo o nell’altro, all’apprendimento dei bambini.

(Alison Gopnik, Il bambino filosofo)

Illustrazione di Jimmy Liao