di Margherita Cardellini, psicomotricista e pedagogista

 

Non siamo abituati a pensarla così: eppure la paura è un’emozione che ha (anche) un valore positivo per la crescita dei bambini e delle bambine.
Potremmo dire, in altre parole, che la paura ha una funzione adattiva; ovvero, la paura consente lo svilupparsi di alcune competenze indispensabili.

Non si sta dicendo che gli adulti debbano produrre paura per “rafforzare” i bambini. Questo retaggio, fortunatamente superato (anche se non completamente) è figlio di ideologie culturali facenti parte della cosiddetta “pedagogia nera”, una forma di educazione che utilizzava la violenza fisica e psicologica come valore e strumento educativo, provocando numerosi danni psicologici ai bambini.Non dobbiamo introdurre forzatamente e intenzionalmente elementi di paura/terrore/ansia nella vita dei bambini, convinti che questi ultimi consentano loro di imparare a “cavarsela”.
La paura è un’emozione primaria che tutti i bambini provano (non è assolutamente necessario produrla!). 

In questo articolo mi piacerebbe riflettere insieme su una tendenza opposta a quella che sosteneva la “pedagogia nera”, una tendenza che spesso spinge genitori, educatori e insegnanti a impedire qualsiasi forma di incontro tra bambini e paura.
Il corpo dell’adulto diventa uno scudo perenne che si frappone, impedendo questo importante incontro.

Ecco che vorrei mettere in luce alcune delle importanti competenze che vengono sostenute proprio dall’incontro con questa dignitosa emozione.
La paura, in piccole e funzionali dosi:

  1. ridimensiona il senso di onnipotenza;
  2. spinge a chiedere aiuto (e quindi a relazionarsi);
  3. contribuisce alla costruzione del senso di pericolo/sicurezza;
  4. aiuta a organizzare il comportamento e spinge a trovare nuove strategie.

Perché tutto questo sia possibile, il ruolo dell’adulto non deve porsi né in un’ottica di “arma” (come nella pedagogia nera), né in ottica di scudo, ma in un’ottica di sostegno, vicinanza e rassicurazione.

 

 

Ecco quindi, che mi piacerebbe proporvi una strategia che possa sostenere noi adulti ad aiutare i bambini ad esprimere e condividere le proprie paure (e non a farle tacere): la tecnica del PAUROMETRO.

Siamo ancora abituati a pensare le emozioni in maniera piuttosto statica e mono-tona. Spesso le rappresentiamo sotto forma di colori: la calma è azzurra, la rabbia diventa rossa, la felicità invece gialla, la tristezza è blu scura…

Eppure, la nostra esperienza ci racconta qualcosa di ben diverso: ovvero che, le emozioni hanno delle sfumature!

Questo concetto, che nel nostro vissuto è assolutamente scontato, non è di semplice espressione.

Certo posso avvalermi di alcune parole che possono aiutarmi a render meglio l’intensità della mia emozione: ecco allora che sono felicissima, un po’ triste, davvero calma o un po’ arrabbiata…

Ma tutti questi tasselli verbali che introduciamo e che – in qualità di adulti – ci appaiono molto semplici, non lo sono affatto per i bambini.

Ecco allora che può esistere un modo per aiutarli ad esprimere e – soprattutto – a condividere l’intensità della propria emozione.

Un esempio può essere il PAUROMETRO.

Uno strumento che si avvale di una scala che misura le unità di disagio soggettivo e che consente di esprimere in forma cromatica e numerica il livello della propria emozione.

Il PAUROMETRO può essere una stimolante occasione per parlare della regolazione delle emozioni (con i bambini da 6 anni utilizzando i numeri, coi bambini in età prescolare invece si possono usare i colori per indicare una intensità più generica: poco, abbastanza, tanto).

Infatti, attraverso questo semplice strumento, possiamo aiutare i bambini non solo a indicare il proprio stato emotivo nel qui ed ora, ma anche trovare insieme strategie per aumentare o diminuire l’intensità dell’emozione.

Nel caso della paura, cercheremo di individuare strategie volte alla sua diminuzione. Infatti, per quanto abbiamo condiviso l’importanza evolutiva di tale emozione e la necessità che gli adulti non “sottraggano” i bambini dall’incontro con essa, abbiamo anche ribadito l’importanza di non ricadere in atteggiamenti “figli” della cosiddetta “pedagogia nera”. Quindi, non ci poniamo al posto dei bambini nella sfida contro la paura ma, al fianco dei bambini.

Anzitutto, una particolare attenzione deve essere posta all’intensità di partenza dell’emozione esplicitata dal/dalla bambino/a.

 

  • Fascia rossa (da 8-10): il bambino necessita di contatto fisico e rassicurazione (talvolta le parole non sono nemmeno necessarie). Qualora il bambino non desiderasse la vostra vicinanza fisica, può essere utile porsi in una postura di prossimità, ovvero porsi fisicamente e mentalmente vicino al bambino, senza toccarlo. Spesso, in questa fase, non sono utili le domande tipo: “Che cosa succede?”, ma è meglio riconoscere l’emozione e accoglierla (es: “Vedo che hai paura, posso aiutarti…”).

 

  • Fascia arancione (da 3-8): è la fascia dell’“ansia” ed è la fase dove l’emozione è presente in maniera significativa, ma non è immobilizzante. In questa fascia è possibile usare maggiormente la verbalizzazione e la proposta di alcune strategie. Premesso che è necessario conoscere il/la bambino/a per proporre le strategie più idonee alla sua persona e alla sua ansia, ecco alcuni suggerimenti: la possibilità di contare alla rovescia una scala di numeri, utilizzare il movimento come canale per scaricare l’ansia, proporre alcune tecniche di rilassamento/yoga/respirazione.

 

  • Fascia verde (da 3-0): è la fascia dell’“ansia-assente” (del rilassamento). È la fascia meno sperimentata e abitata dai bimbi ansiosi ed è quella entro la quel è possibile introdurre attività di rilassamento più strutturate (es: stringere forti forti le mani e lasciarle lentamente andare; tecniche di visualizzazione guidata).

 

E’ importante dedicare un’attenta comprensione alla fascia nella quale si trova il/la bambino/a, poiché il proporre tecniche strutturate di rilassamento ad un bambino che si trova nella fascia rossa (o anche arancione) può essere un’ulteriore fonte d’ansia.

Ricordiamoci sempre che non sono le strategie e le tecniche a funzionare in sè, ma la qualità della relazione col bambino/a e la capacità di proporre dei suggerimenti adatti a lui o lei.

 

 

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